L’arte della fuga

L’arte della fuga

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Film comico sull’amore con protagonisti tre fratelli in piena confusione, auspicabilmente vicini alla felicità e quanto più possibile decisi ad allontanare il senso della responsabilità, L’arte della fuga del titolo non è però solo la loro, ma anche quella di un film che fatica dannatamente a sfuggire ai propri limiti, pur provandoci…

Antoine e i suoi fratelli

Protagonisti sono tre fratelli in crisi, maestri nell’arte di fuggire alle proprie responsabilità. Antoine vive con Adar, forse comprerà con lui una casa, ma sogna Alexis. Louis è innamorato di Mathilde, che incontra a Bruxelles dove lavora, ma sta per sposarsi con Julie. Gérard, disoccupato e testardo, sogna il ritorno della moglie Helen che lo ha lasciato, ma forse cadrà tra le braccia della materna e stravagante Ariel. [sinossi]

Una commedia sentimentale francese, risalente al 2014, forte di un buon successo in patria e in arrivo nelle nostre sale con quattro anni di ritardo, venata di brio situazionista e pepe farsesco, che però si dimostra a più riprese troppo fragile e zoppicante per gettare il cuore oltre l’ostacolo e fotografare per davvero il senso del rimpianto che la abita, ridotto troppo spesso alla gag brevilinea: L’arte della fuga di Brice Cauvin, tratta dal romanzo omonimo di Stephen McCauley, si può riassumere così, anche se ha al suo interno più di uno spunto d’interesse, o quantomeno d’analisi, ulteriore.

Lui sta con lui ma sogna di stare con l’altro, o, a seconda dei casi, con l’altra. Tre fratelli che non ne azzeccano una in un turbinio di beghe familiari che si consumano in un coté parigino a dir poco bobò (bourgeois-bohème), anche se non privo, tuttavia di ricadute proletarie e incertezze da strascichi della crisi economica, con battute su Montreuil, sobborgo a est di Parigi, e la volontà tutt’altro che ferrea di andare a vivere in periferia.
Il tutto tra studentesse di belle arti raccomandate, battute sul pesto alla genovese e la ristorazione italiana e altre amenità di puro contorno. Dopotutto, come si suol dire, l’Italia è ispirata al peggio della Francia e i francesi sono solo degli italiani di cattivo umore, ma su questa dicotomia tra il Belpaese e i cugini d’Oltralpe il film evita di intavolare altre rime interne, che pure sarebbero potute risultare non poco gustose.

Il problema principale de L’arte della fuga, al di là della sua comune innegabile gradevolezza nel tratto che però non basta a cancellarne e a stemperarne la mediocrità, è la continua tendenza alla divagazione, che non si schioda mai dal bozzetto o dal fumetto appena tracciato, con qualche battuta para-alleniana a tentare di risollevare il tutto («Il denaro esiste, il talento non sempre», «Non mi piace essere d’accordo con uno psicologo»). Con un tono ora adagio ora allegro, preda di una certa umorale schizofrenia che vorrebbe fondere la dolce carineria e il lieve surrealismo, stonando però quasi sempre.
Così come furbastra appare anche la strizzata d’occhio dell’intreccio di base al capolavoro dello stesso Allen del 1986, Hannah e le sue sorelle, di cui il film di Cauvin è una specie di dilettantesco e sfilacciato contraltare maschile, che però proprio nel passaggio di genere smarrisce una gran dose di complessità e vitalità, di implicazioni e di sfaccettature. Banalizzando e prosciugando la stragrande maggioranza dei suoi spunti, annacquati tra momenti di intimità tutti uguali e passeggiate in bici altrettanto ridondanti.

A partire da un testo americano, L’arte della fuga provvede a trasportare umori e atmosfere a stelle e strisce in terra francofona traslandone anche lo spirito e le connotazioni linguistiche e culturali, tra nevrosi rilette in chiave transalpina e un valzer di personaggi cucito addosso a tale turbinio di disagi e inadeguatezze. Tenuti insieme, in maniera però fragile e posticcia, dal fil rouge del rimpianto, dall’ode sfiorita alle occasioni mancate che mai e poi mai tornano a suonare una seconda volta allo stesso campanello.
Tra sofisticazioni più o meno latenti ed evidenti derive da pochade, che fraintendono il tono e abbassano il registro, il film trova qualche lampo e alcune zampate in più nei momenti in cui ad illuminarlo c’è la rigogliosa e sempre brava Agnès Jaoui, anche regista. Un’attrice che, stando a quanto raccontato dal regista Cauvin, ha fatto anche da “script doctor” per la sceneggiatura, eliminando i tratti troppo americani dalla storia o quantomeno smussandoli e alleggerendoli.
Non tutti i personaggi, specie in rapporto agli attori che li interpretano, sono però altrettanto azzeccati, né mettono addosso allo spettatore la stessa voglia di soffermarsi sui loro desideri e aspirazioni, che non a caso il più delle volte si limitano a sembrare delle scorie superflue e autoreferenziali, tutt’altro che giustificate sul piano non solo narrativo ma anche psicologico ed emotivo. Tra confusioni e mediocrità talmente respingenti da rendere perfino proibitivo ogni tentativo d’immedesimazione: il limite, a conti fatti, forse più ingombrante.

Info
Il trailer di L’arte della fuga.
La scheda dedicata a L’arte della fuga sul sito della distribuzione Kitchen Film.
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