Ippocrate

Ippocrate

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Con 4 anni di ritardo, grazie a Movies Inspired arriva nelle nostre sale Ippocrate di Thomas Lilti. Analisi penetrante e acutamente stratificata della professione medica, alle prese con etica, responsabilità e fallibilità umana.

A misura d’uomo

Parigi. Chiamato alla sua prima esperienza in una corsia d’ospedale, il ventitreenne Benjamin Barois si appresta a un tirocinio di sei mesi in una struttura sanitaria di cui suo padre è il direttore. Spaventato dal primo approccio col lavoro che lo attende in futuro, Benjamin cerca di fare del suo meglio ma durante uno dei suoi primi incarichi notturni compie una leggerezza nei confronti di un clochard alcolizzato, ripetutamente preso in cura dall’ospedale, e il mattino dopo l’uomo perde la vita. La struttura si affretta a far cadere il silenzio sull’episodio, che però lascia qualche perplessità su Abdel Rezzak, dottore algerino molto amato dai pazienti e profondamente motivato dalla professione… [sinossi]

Se la sanità italiana, tradizionalmente e per luogo comune, naviga tra tagli ai costi e difficoltà strutturali (e resta comunque, sia chiaro, una risorsa invidiabile per il paese), pure quella francese non se la passa meglio, almeno a giudicare da Ippocrate di Thomas Lilti. Arrivato nelle sale con ben 4 anni di ritardo (il film è stato realizzato nel 2014) e dopo che Lilti ha raccolto un ottimo riscontro di critica e pubblico con il successivo Il medico di campagna (2016), Ippocrate giunge a riconfermare una singolare coerenza autoriale, un confronto ripetuto, di opera in opera, con la professione che dedica se stessa alla cura e assistenza degli altri.
Medico egli stesso prima di reinventarsi come filmmaker, Lilti mette in scena (con ampi margini di autobiografismo) un ventitreenne alla sua prima esperienza in corsia d’ospedale, approdato a un tirocinio di sei mesi nella struttura sanitaria dove suo padre è direttore.

Ippocrate si profila innanzitutto come un’educazione al dolore, al distacco professionale, al trattamento dei corpi umani come materia di lavoro e al contempo come indifesi oggetti bisognosi di calore e partecipazione. Il primo impatto del protagonista Benjamin è puramente fisico: la prima puntura lombare è una sorta di rito d’iniziazione, messo in scena da Lilti con un tale realismo e relativo gusto per il dettaglio da far rabbrividire chi ha qualche problema con aghi e ipocondria. Ma il nodo sostanziale di Ippocrate è di natura prettamente etica. Benché resti apprezzabile la contestualizzazione sociale per tratti impressionisti (la macchina da presa, in costante movimento, registra una realtà che con ottimo esercizio stilistico è falso/verissima nello stesso istante) con qualche risonanza più determinata in prefinale, Lilti si confronta innanzitutto con uno dei nodi più spinosi e dolorosi della professione medica, quello della responsabilità nei confronti dei pazienti, di cui il medico prende in carico il bene più inarrivabilmente prezioso, ossia la vita stessa. Arrivato in corsia per la prima volta, Benjamin compie subito una leggerezza nei confronti di un paziente, che la mattina dopo perde la vita. Benché il padre, con atteggiamento ambiguo sul filo del nepotismo, si prodighi per coprire le responsabilità di Benjamin, in realtà la colpa del ragazzo sta su un filo altrettanto indecidibile: perché sì, lui ha commesso una leggerezza, ma essa è stata provocata anche da intrinseci limiti strutturali dell’ospedale sul quale grava una costante spending review, applicata ad attrezzature e a riduzione di personale. Per cui la responsabilità si smaterializza e al contempo cade a pioggia a largo raggio. Le colpe individuali restano ma al contempo è necessario pure assumere uno dei dettati più pesanti nel mestiere del medico: anche il medico è un uomo, e come tale può incorrere in errori. E per lui l’errore sul lavoro, nel peggiore dei casi può costare la vita a qualcuno.

Tramite un’avvolgente e appassionante struttura narrativa Ippocrate stratifica un discorso che nel medesimo istante apre ampie scale di analisi. Senza troppe evidenze e didascalismi, il film di Lilti è infatti un bildungsroman, uno studio sociale su nepotismo e disparità di trattamento (benché sia di giovane età e ben intenzionato, Benjamin è palesemente meno dotato rispetto ad altri suoi colleghi, e ne è pure consapevole: ha scelto il lavoro del padre perché “gli pare naturale”, non si è posto neanche il problema), un’onesta radiografia di una malasanità che si tramuta in fatto minutamente quotidiano, scomposto in tante piccole storture di tutti i giorni che un po’ sono dovute a mancanza di fondi e a negligenza professionale, e un po’ fanno parte nient’altro che della realtà. Ché tra l’idealismo della professione medica (il “giuramento di Ippocrate” evocato dal titolo) e il duro scontro col reale si aprono enormi abissi, agilmente superabili solo se si è davvero bravi, motivati dalla professione e non dal semplice mestiere. È il caso di Abdel, dottore algerino che a sua volta sta facendo il tirocinio a fianco di Benjamin. Molto capace, determinato, mosso da un’immediata empatia con i pazienti, più concentrato sull’alleviamento del dolore che sull’accanimento terapeutico (a un certo punto si costeggerà anche il tema del fine vita), Abdel è il classico compagno di corso che nessuno vorrebbe avere, quello che in un attimo mette in ombra il pur profondo impegno e zelo di chiunque altro. Più o meno chiunque può imparare un mestiere. Non si può imparare, invece, ad averne una spontanea attitudine, una sorta di vocazione.
Tramite la figura di Abdel, Lilti conduce anche un’amara riflessione sul classismo professionale, all’interno di una società che pur dichiarandosi aperta a tutti predilige comunque gli aspiranti di casa propria, e guarda con sospetto e invidia chi viene da altri paesi ed è pure più dotato. Più di ogni altra cosa, quel che riesce facile ad Abdel è una dote sostanziale della professione medica: prendere decisioni, assumersi responsabilità, per un lavoro che si svolge tutto sul “qui-e-ora”, una continua lotta col contingente che muta continuamente di segno, un eterno presente in cui il medico non può che scommettere sulle proprie conoscenze ed esperienze, sperando che gli effetti sul paziente siano quelli previsti e voluti. Dal canto suo, Benjamin, ancorché giustificato dal trovarsi alle prime armi, si dimostra del tutto incapace di confrontarsi con le decisioni. Anzi, come un primetto della classe beccato in fallo, alla prima difficoltà il ragazzo non sa far altro che riversare in modo infantile le colpe sul collega algerino, atto in cui è forse possibile leggere un’ulteriore prova di classismo inconsapevole e introiettato. È un sentimento negativo che pervade un po’ tutto il film, evidenziato nella comunanza tra le vicende di Abdel e il paziente che perde la vita in apertura, un clochard alcolizzato abbonato al ricovero in ospedale. Per cui, quando la moglie appare a reclamare informazioni sul decesso del consorte, un retropensiero terribile fa capolino dietro a parole melliflue e falsificanti: sulla morte di un clochard, abbandonato pure dalla moglie, si può anche mentire per il bene della struttura sanitaria. Anzi, sfruttando la scarsa cultura della moglie, la si può intortare tramite paroloni specialistici per occultare scomode verità e riportare tutto al silenzio. Il classismo va a braccetto col corporativismo, e niente torna più comodo di un clochard e di un medico extracomunitario se c’è bisogno di capri espiatori.

Discorso condotto con discreta finezza, purtroppo tale sottile approccio analitico si disgrega un po’ sul finale, quando Lilti sceglie di dare alla vicenda una conclusione piuttosto forzosa e meccanica, optando per una virata verso la commedia in linea con l’incipit del film, che conservava una sua specifica potenza proprio nell’introduzione a una severa analisi psico-sociale dopo averci presentato Benjamin con accenti divertenti. Sul finale Ippocrate sembra sfuggire letteralmente di mano al suo autore, che abbandona un fine tessuto di realismo e ironia (il leit-motiv del Dr House è francamente divertente) per andare incontro a un’alzata di testa del suo protagonista e relativo climax patetico decisamente stonati per i modi in cui si realizzano.
Dopo essersi applicato a una laboriosa costruzione, Ippocrate sperpera un po’ il patrimonio accumulato lungo la via del racconto affrettandosi sulla chiusura, e tramutandosi in esile a fronte di una corposa architettura compositiva. Nell’ordine della globale coerenza e tenuta del film è un vero peccato. Perché fino a quel momento Ippocrate appassiona e coinvolge, tiene un ammirevole ritmo narrativo che non conosce pause, pone quesiti etici e mette chi vede in una condizione di discreto disagio, a confronto con un cinismo pragmatico provocato spesso dalle inevitabili difficoltà dello scontro col reale.
Molti sono i personaggi mossi dai migliori intenti, eppure non basta. L’errore è dietro l’angolo, l’inesperienza non aiuta, le strutture, soprattutto, remano contro. In prefinale, Lilti rispolvera anche un bel momento di lotta e coscienza collettiva, che abbiamo visto poderosamente risorgere poche settimane fa a Cannes nel bel En guerre di Stéphane Brizé. Oltre a una pregevole gestione della messinscena, resta a favore di Thomas Lilti un’eccellente direzione d’attori, nessuno escluso, parzialmente reperiti tra operatori del settore sanitario nei panni di se stessi.
Film acuto e pure coraggioso, Ippocrate difetta soltanto nel tenere il punto fino in fondo. Per tanta amarezza e scioltezza narrativa, non ci aspettavamo facili soluzioni. Ce ne dispiace, e in ogni caso Ippocrate resta un film da vedere. Per misurare peso e coraggio delle responsabilità. Per scoprire che al di là del tavolo di uno studio medico vi sono esseri umani imperfetti. Alcuni sì, mossi da puro cinismo e rapacità. Altri, fanno onestamente quello che possono, in mezzo a mille variabili contingenti. Per i miracoli, rivolgersi ad altri. La scienza non li prevede.

Info
Il trailer di Ippocrate.
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