Dog Days

Dog Days

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Con un occhio (in tono minore) alle commedie collettive di Garry Marshall, Ken Marino confeziona con Dog Days un mal assemblato insieme di vicende umane e canine, che precipitano ben presto nell’inconsistenza.

Vite a due e quattro zampe

In un’assolata Los Angeles, si intrecciano varie storie che vedono variamente coinvolti uomini, donne e cani: Tara, giovane cameriera, si innamora del bel veterinario Michael, trovando modo per avvicinarlo consegnandogli un chihuahua trovato dietro il suo ristorante; Ruth, neo-mamma di due gemelli, affida il suo cane Charlie al suo svagato e squattrinato fratello, musicista di una rock band; Elizabeth, conduttrice di un talk show appena abbandonata dal suo compagno, inizia una storia con la sua nuova spalla televisiva Jimmy, facendo anche incontrare il suo fedele quadrupede con quello dell’uomo; Grace e Kurt adottano una bambina silenziosa e chiusa in se stessa, che sembra aprirsi quando i due trovano in strada una simpatica femmina di carlino; ma il proprietario di quest’ultima, l’anziano Walter, non si rassegna alla sua scomparsa, facendosi aiutare nella ricerca da Tyler, il ragazzo che gli consegna le pizze… [sinossi]

Se la finestra distributiva natalizia è tradizionalmente quella più indicata per il cinema per famiglie, per i suoi temi prediletti e per i buoni sentimenti che tipicamente (ma non necessariamente) lo accompagnano, non deve stupire più di tanto la collocazione tardo-estiva di questo Dog Days. La commedia di Ken Marino, infatti, si presenta da subito come un’operazione “di seconda fascia”, che probabilmente avrebbe stentato a trovare un suo spazio accanto ai giganti, animati e non, del periodo a ridosso delle feste. Tenendo un occhio al cinema di Garry Marshall, ma mancando del mestiere e della capacità narrativa del fu regista di Pretty Woman, Marino (già attore, passato da qualche tempo dietro la macchina da presa) confeziona qui una commedia corale che ha il suo teatro in una Los Angeles caotica ma intimamente amichevole, in cui si intrecciano storie che vedono coinvolto in varia misura il “miglior amico dell’uomo”. Si tratta, passateci la battuta e lo scherzoso paragone, di una discreta caduta qualitativa, per l’animale domestico per eccellenza su grande schermo: va ricordato infatti che l’ultimo film che lo vedeva protagonista era stato nientemeno che L’isola dei cani di Wes Anderson. Tra i due film, ovviamente, un oceano, cinematografico e non.

Avvalendosi di un cast non di primissimo piano, in cui si segnalano Eva Longoria e Vanessa Hudgens, il regista confeziona un prodotto tutto teso a evidenziare il potere salvifico e rigenerante della compagnia del quadrupede domestico, imponendone a forza la presenza anche laddove il soggetto, in fondo, non lo richiederebbe. Se il subplot che vede protagonista la bimba adottata dalla coppia di volenterosi neo-genitori è già abbondantemente sperimentato (col simpatico carlino che la fa uscire dal suo mutismo, salvo poi essere reclamato dal legittimo proprietario) si resta un po’ perplessi di fronte alla love story con contrappunto canino tra la conduttrice televisiva Elisabeth e l’ex campione di football Jimmy: i rispettivi quadrupedi, in fondo, rappresentano un semplice contraltare/abbellimento dei due personaggi, finendo presto in secondo (ma volendo anche terzo, e quarto) piano. Se dobbiamo andare ad esaminare, con occhio più neutro possibile, e tenendo conto degli intenti dell’operazione, la sceneggiatura co-firmata da Erica Oyama (moglie del regista), non si può non notare l’artificiosità degli incroci, la pretestuosità delle svolte narrative, ma anche la generale assenza di un plot (o anche di un insieme di plot) degni di questo nome.

Dopo un avvio in cui gli si concede un po’ di tempo, sfruttato per familiarizzare con le vicende presentate e coi loro protagonisti (bipedi e non) Dog Days finisce per affondare presto nell’anonimato, con qualche punta di melassa (non troppo invadente e fastidiosa, questo bisogna concederglielo). Alla sceneggiatura manca anche quel minimo di autoironia che avrebbe potuto rendere più appetibili i macchiettistici personaggi, che fanno ridere precisamente (e solo) laddove ci si aspetta già di ridere; dimenticando con ciò che buona parte dell’effetto comico, in fondo, sta anche in un certo quantitativo di sorpresa e spiazzamento. L’inevitabile inconsistenza dell’operazione, aggravata da prove attoriali opache, si somma a una regia anonima che, scegliendo l’ovvia soluzione di affidarsi dove può agli “interpreti” a quattro zampe, finisce per svilire lo stesso concetto di commedia collettiva, con la sua necessaria attenzione ai personaggi. La ripetitività delle gag, più che la zuccherosità dell’intreccio, finisce presto per diventare stucchevole, specie laddove il film arriva quasi a toccare le due ore di durata. Una scelta, quest’ultima, che avrebbe richiesto un livello di mestiere e dimestichezza con la materia che regista e sceneggiatrici non sembrano possedere.

Non vale neanche la pena soffermarsi ulteriormente sui limiti di questo Dog Days, né stare a fare abusati giochi di parole su spettatori cinefili e cinofili, o su quale delle due categorie potrebbe trovare più apprezzabile il film (parere di chi scrive: nessuna delle due). Il film di Ken Marino è inconsistente quanto in fondo inoffensivo, “onesto” nel suo mettere subito le carte in tavola, compresi quei limiti che, pur considerate le caratteristiche del genere, non erano necessariamente da mettere in conto. Per l’amato quadrupede (o anche – perché no – per il rivale felino, più apprezzato da chi scrive) si spera comunque di vedere presto better days.

Info
Il trailer di Dog Days.
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