Zombie contro zombie: intervista a Shinichiro Ueda e ai suoi attori

Zombie contro zombie: intervista a Shinichiro Ueda e ai suoi attori

Ha rappresentato un caso all’ultimo Far East Film Festival, una proiezione di mezzanotte che sulla carta poteva sembrare un B-movie molto trash. Invece One Cut of the Dead di Shinichiro Ueda si è rivelato quale un film teorico metacinematografico che instaura un gioco, comunque divertente con lo spettatore, su realtà, finzione e messa in scena. Ora quello che è stato il film cult del festival esce nelle sale italiane, distribuzione Tucker, con il titolo Zombie contro zombie. Abbiamo incontrato il regista Shinichiro Ueda con alcuni dei suoi attori, Hiroshi Ichihara e Harumi Shuhama, durante il Far East.

Ho letto che il progetto di One Cut of the Dead/Zombie contro zombie nasce da un workshop. Puoi spiegarci esattamente in cosa è consistito e com’è stata la genesi del film dall’inizio?

Shinichiro Ueda: Questo modo di fare workshop avviene solo in Giappone, non è un sistema peculiare ma viene usato solo nel nostro paese. Quello che succede è che una casa di produzione va da un regista, che è la prima persona a essere scelta, e una volta individuato cerca una storia. Quando questa è pubblicata, facciamo le audizioni e selezioniamo gli attori che andranno a lavorare in questo progetto. La più grande differenza con un film normale, è che prima prendiamo gli attori e poi scriviamo lo script adattandolo su ogni singolo attore, in modo da farli recitare nella direzione di un progetto realmente focalizzato sull’attore. Per di più gli attori pagano per fare il loro ruolo, non vengono pagati, questa è la principale differenza, perché fa parte del loro training, come una lezione per loro, un’esperienza con un regista.

Da quando è iniziato il workshop, quali sono stati i tempi di realizzazione del film?

Shinichiro Ueda: Ci sono voluti tre mesi dall’inizio, e ho chiesto agli attori di essere presenti dall’inizio ma non abbiamo cominciato seguendo lo script di Zombie contro zombie, quanto piuttosto con un altro script per vedere come gli attori avrebbero recitato, mentre io avevo la possibilità di comprendere tutte le individualità che si potevano cogliere di ogni attore. Quindi ho cominciato a scrivere il soggetto adattandolo a queste individualità, e infine abbiamo girato il film. Si è trattato di un lungo processo. E io chiedevo sempre la loro opinione. La partecipazione di tutto il team è molto importante in questo progetto. Non facevamo solo il workshop, ogni giorno uscivamo anche a bere discutendo del film, avevo sempre la loro opinione. Non è stato come dirigere un progetto è stato come farlo da gruppo.

Nel gioco complesso del film, nel far combaciare tempi e situazioni, come avete organizzato le riprese? Cosa avete girato prima e dopo?

Shinichiro Ueda: Io non voglio spoilerare, è importante in questo film che il pubblico non sappia nulla di quello che succederà prima di vederlo! Quello che posso dire è che questo film è stato difficile, non è stato altro che un problema continuo cercare di realizzarlo. Volutamente sono raccontati degli incidenti, che erano pianificati, ma ci furono veri problemi che avvennero accidentalmente mentre giravamo il piano sequenza. Per esempio c’è il momento in cui il sangue schizza in camera. Sembra una cosa pianificata ma è successo del tutto casualmente e qualcuno ha dovuto davvero pulire il vetro. Non lo avevamo scritto. Avevamo pianificato cose che venivano sbagliate e altre cose le abbiamo sbagliate davvero. Così abbiamo finito per amalgamare queste cose e per metterle nel film. Credo che se tutto fosse stato scritto e se avessimo fatto il film seguendo perfettamente lo script, non sarebbe stato così eccitante. Per esempio quando il cast fa una piramide umana alla fine del film, abbiamo tentato tante volte di farlo succedere, ma non funzionava mai. Solo nell’ultima ripresa ha funzionato ma solo per quindici secondi! È stata l’unica volta che siamo riusciti a farla funzionare. Si tratta di quel tipo di cose che davvero mi ha motivato a lavorare duramente per questo film. Era buona cosa avere uno script, ma dovevamo inseguire quello che succedeva man mano che le riprese si svolgevano. Non importa quanto difficile potesse essere. Così potevamo avere delle sorprese inaspettate per il pubblico. Questo ha reso il film molto più interessante per me. E questo è il motivo per cui il film appare così realistico.

Qual è stata la vostra esperienza come attori?

Harumi Shuhama: Credo che i grandi attori non sarebbero d’accordo con me, ma seguire lo script è abbastanza noioso. Io so che, se c’è uno script, devo seguirlo, ma mi piace improvvisare e fare qualcosa di nuovo. Se riesco a fare qualcosa fuori dagli schemi, è un beneficio per me. Mi sono molto divertita quindi a farlo in questo film.

Hiroshi Ichihara: Come ha detto il regista, lui ha scritto i dialoghi avendo noi in mente, così le mie battute erano modellate sulla mia personalità. Non ero contento però della mia timidezza, credevo fosse una parte negativa della mia personalità. Ma il regista invece mi ha convinto che era un lato positivo del mio personaggio, e mi ha detto che avrei dovuto far uscire di più quel tipo di sentimenti nel mio ruolo. Così lui ha scritto i miei dialoghi con questo in testa e ho interpretato questo personaggio pauroso. All’inizio non volevo farlo perché da attore preferisco diventare una persona completamente diversa da me, qualcuno pieno di energia. Ma in questo film stavo interpretando qualcuno proprio come me nella vita reale. Il regista mi ha fatto capire che non è brutto essere timidi, o esprimere una personalità introversa. L’ho accettato, ed è stata una rivelazione per me. Anch’io ho sperimentato l’idea di utilizzare errori o cose venute male. In una scena sono senza un braccio e devo cadere per terra. Se guardi attentamente quella scena puoi vedere che la mia mano spunta fuori. Quello che è successo è che la mia camicia aveva una parte per nascondere la mia mano, ma poiché ero spaventato non ho fatto le cose per bene e i bottoni si sono allentati. Quella ripresa era l’ultima possibilità che ci eravamo dati perché era il sesto take e il regista ci ha detto che sarebbe stato l’ultimo. Così anche se avessimo fatto errori, quella doveva essere così. Ero abbastanza nervoso e sono arrivato a fare un errore! Tutta quella tensione si è ripercossa nella mia performance, ma alla fine della giornata, sebbene si vedesse che fossi teso durante le riprese, non mi sembrava male, quegli errori hanno fatto un grande film. Quando l’ho rivisto ho realizzato che l’errore quasi non si vede per cui non c’era da temere. E voglio ribadire che era andata bene per me nei primi cinque take, è stato solo in quell’ultimo che mi sono fatto prendere dal panico e ho sbagliato.

Info
La scheda di Zombie contro zombie sul sito della Tucker Film.
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