Pretenders

Pretenders

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Pretenders, quattordicesimo lungometraggio di finzione dell’iperattivo James Franco, è un’opera ben più ambiziosa e assai meno “graziosa” di quanto possa apparire a prima vista. Una sorta di dark side di The Dreamers di Bernardo Bertolucci, messa alla berlina del predominio dello sguardo maschile nel cinema.

La donna è (solo una) donna

Terry è uno studente di cinema ossessionato dalla Nouvelle vague francese; Phil è il suo migliore amico. Entrambi sono sedotti dalla misteriosa attrice Catherine e, più questa relazione a tre va avanti, più i due uomini si rendono conto di non conoscere realmente la vera Catherine. Dopo anni di sesso, tradimenti e danni collaterali, i tre conducono uno stile di vita che finirà per portare uno di loro a combattere per le loro esistenze. [sinossi]

Il senso di Pretenders, e perfino il ruolo che acquista all’interno di quella cerchia di film che dialogano direttamente con il cinema per approfondire i percorsi di vita dei propri personaggi, lo si può rintracciare già nella primissima sequenza, e nella Chanson d’Angela che Anna Karina intona ne La donna è donna di Jean-Luc Godard, cantando in una bettola a uso e consumo di un paio di beoni mal in arnese. Il testo recita da principio “On se demand pourquoi / Tout le monde est fou de moi / Ce n’est pas compliqué / Voilà la vérité”, per approdare nell’ultimo distico a “Je ne suis pas sage / Je suis très cruelle / Mais aucun homme n’enrage / Parce que je suis très belle”. Non sono saggia, canta Angela/Karina, che per rincarare la dose ammette di essere molto crudele; dopotutto nessun uomo ha da ridire alcunché. Il motivo? Perché sono molto bella. Non è difficile probabilmente finire per fraintendere un film come Pretenders, quattordicesimo lungometraggio di finzione diretto dall’iperattivo James Franco nel corso di appena tredici anni – durante i quali ha anche trovato il modo per recitare in una settantina di film, esclusi quelli di cui è anche regista – e presentato in anteprima mondiale alla trentaseiesima edizione del Torino Film Festival, la kermesse che appena dodici mesi fa aveva accolto il suo The Disaster Artist, sul quale si tornerà tra poco. A spostare l’attenzione verso altri lidi bastano proprio le prime immagini rubate a Godard, la presenza in sala degli ultracinefili Terry, che studia per diventare regista, Phil, eccellente fotografo, e Catherine, attrice che sta portando in scena in giro per gli States una riduzione teatrale di Ultimo tango a Parigi rivisitata completamente in chiave femminile. Un gioco volutamente fuorviante, in cui Franco si diverte a maneggiare non solo la nouvelle vague – passando dalle già citate riprese gordardiane a omaggi al Truffaut di Jules et Jim – ma anche i suoi figli più o meno dichiarati, a partire ovviamente dal Bernardo Bertolucci di The Dreamers. Anche qui, come in quell’occasione, viene messo in scena un triangolo cinefilo. Anche qui, come in quell’occasione, si cerca anche di raccontare uno spaccato storico, che parte nel 1979 e si addentra poi nel cuore levigato – e patinato – degli anni Ottanta.

Ma sarebbe riduttivo limitarsi a mettere in parallelo questi due film, per quanto sia indubbio che il paragone sia insito nell’origine stessa dell’operazione portata a termine da Franco. Se per Bertolucci il cinema, per quanto schematicamente inerte quando riproposto in chiave acritica, è comunque un oggetto salvifico, la lettura di Franco – che ha lavorato partendo da uno script di Josh Boone, già regista in proprio con Stuck in Love e Colpa delle stelle – è assai più pessimista. Tutto ruota, come in ogni triangolo che si rispetti, attorno al personaggio femminile. È Catherine il motore invisibile che muove l’intero ingranaggio narrativo. Da questo punto di vista nulla di particolarmente innovativo, anzi. Ed è proprio nella direzione più consona che da principio sembra muoversi il film. Terry e Phil si aggirano per la città – tutti, in Pretenders, sono stranieri, nessuno è autoctono – tra l’abbordamento di una ragazza e qualche fotografia scattata, alla ricerca di Catherine, che Terry ha conosciuto in maniera fuggevole al termine di una proiezione ma non riesce a togliersi dalla testa.
Fin dalla sua apparizione Catherine è un fantasma, un’immagine fissa ma monodimensionale, la rappresentazione carnale di un ideale platonico, la riaffermazione dell’io di un protagonista (Terry) solo all’apparenza timido e incapace di relazionarsi con il mondo esterno. Nella rappresentazione di Catherine si avverte lo scarto profondo del film di Franco, il volersi piazzare altrove rispetto ai titoli ai quali sembrerebbe normale affiancarlo.

Sono le stesse compagne di corso di Terry alla facoltà di cinema, di fronte al cortometraggio che il ragazzo ha girato per e sulla sua musa – che ha ritrovato casualmente e non ha più abbandonato –, a metterlo sull’avviso: di quella donna, della reale profondità emotiva e psicologica di quella donna, sullo schermo non arriva nulla, se non la rappresentazione piana di una bellezza oggettiva, ma svuotata di qualsiasi reale significato. Con un gesto di ribellione che in pochi avrebbero il coraggio o quantomeno la sfrontatezza di mettere in atto l’attore/regista statunitense firma a suo modo un j’accuse verso il modo in cui la donna è stata rappresentata nel corso degli anni all’interno dei codici dell’immaginario autoriale europeo, in particolar modo francese. L’oggettivizzazione della donna, filtrata solo e attraverso lo sguardo del desiderio maschile, non può che produrre fantasmi, ectoplasmi corporei in maniera esclusiva per esigenze erotiche, ma privati in continuazione del diritto all’identità. Per questo Catherine può essere in realtà Claire o forse addirittura un’attrice parigina – che continua a portare in scena la riduzione del capolavoro bertolucciano. Perché la Catherine che Terry e Phil (ma quest’ultimo in maniera minore) vivono e amano e solo rinchiusa nella loro testa. È un’immagine, che può senza difficoltà sovrapporsi a quella di Anna Karina e rivestire di realtà qualcosa che esiste solo nell’immateriale.
Nello scrivere un cortometraggio per Catherine, nel tentare di mettere in piedi un lungometraggio tratto da una sua idea (ma che lei non vuole, e forse in realtà sa di non poter firmare, e che porterà Terry a sfruttare un’altra donna, un’altra attrice, la bella Victoria appassionata della letteratura di Vonnegut), l’aspirante regista non farà altro che rinnovare il mito di Pigmalione secondo Ovidio. L’ideale di bellezza può trovare carne e sangue, ma solo se parte nello sguardo maschile da qualcosa che è possibile padroneggiare, dominare in ogni forma. La donna nasce, in quest’ottica, dallo sguardo stesso dell’uomo. Per questo non è saggia ma crudele, e in ogni caso bella. Sempre eternamente bella.

Sorta di dark side, di lato oscuro di The Dreamers, Pretenders (diretto con eleganza da un regista che con troppa facilità si sta snobbando in questi anni depressivi e deprimenti per il cinema statunitense che non guarda dalle parti dei grandi incassi delle major) è anche il contraltare del precedente The Disaster Artist. In quel caso, nel racconto della genesi di uno scult assoluto come The Room di Tommy Wiseau, Franco cedeva alla tenerezza nei confronti di un mediocre così appassionato all’idea di produrre arte da non essere in grado di comprendere la propria evidente mediocrità. Non c’è nulla di tutto ciò in Pretenders, che al contrario demitizza il fascino fine a se stesso dell’immagine idolatrata per dimostrarne l’assoluta aderenza a un pensiero comune, a un’ideologia dominante per la quale non si sanno aprire condotti d’aria. Nelle pieghe di un mélo a tratti volutamente artefatto ed esagerato Franco sa inserire una rilettura amara ma assolutamente compiuta del concetto stesso di rappresentazione della donna al cinema.
Non solo un film sul cinema dunque. Un film sullo sguardo, e sull’identità sessuale – e dunque sociale e politica – dello sguardo.

Info
La scheda di Pretenders sul sito del Torino Film Festival.
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