Homo botanicus

Homo botanicus

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Vincitore del concorso di Internazionale.doc al Torino Film Festival 2018, Homo botanicus è l’esordio alla regia di Guillermo Quintero che mette in scena la ricerca scientifica di due botanici – un allievo e un maestro – al cospetto dell’amara considerazione che natura e scienza sopravvivono all’uomo.

Strano come la vita stonasse con il ritmo delle piante al sole

Il botanico Julio Betancour e il giovane allievo Cristian Castro si immergono in un verde tropicale, rigoglioso, che sembra voler inglobare i suoi visitatori. La loro è un’impresa scientifica dove liane, piante e alberi che ospitano tra i propri rami una ricca flora, come le orchidee, si offrono allo sguardo attento e innamorato dei due uomini… [sinossi]

Girato perlopiù nel campo sconfinato di una foresta in Colombia, Homo botanicus – vincitore del concorso Internazionale.doc al Torino Film Festival 2018 – si pone innanzitutto come film di osservazione, come film naturalistico, tutto concentrato sulle possibilità di ‘catturare’ la bellezza della natura e del paesaggio. Fanno da guida in scena al regista Guillermo Quintero – alla sua opera prima – due botanici, uno di fama mondiale (Julio Betancur), l’altro alle prime armi. Costoro sono alla ricerca in particolare di orchidee e si trovano continuamente al cospetto di specie di piante o di sottogeneri ancora non incontrati né studiati. Dunque la loro attività scientifica riserva continue sorprese e scoperte, cui però come spettatori – almeno per chi è totalmente digiuno del tema – si fatica ad appassionarsi.
Superati però questi primi minuti meramente oggettivi, Quintero comincia a inserire degli elementi di stratificazione: veniamo così a scoprire – attraverso la sua voice over – che il regista stesso in passato è stato allievo di Betancour e che, sostanzialmente, si trova a disprezzare il nuovo ingenuo allievo. Dal momento in cui lo dice, e continua a inquadrarlo, si innesca dunque una spiazzante dinamica umana, un rapporto a tre fatto di gelosie e invidie sopite, in cui ovviamente entrambi i giovani (l’uno presente solo con l’occhio, visto che è il regista) puntano a ingraziarsi il maestro. E così immaginiamo il gongolare di Quintero nel momento in cui Betancour ironizza con raffinatezza a proposito delle ingenue riflessioni dell’allievo, a partire dal paragone tra le piante e le donne.
Ed è perciò in questa dinamica tipicamente nerd che Homo botanicus trova l’umano nella sterminata distesa di foresta amazzonica: nerd perché i tre protagonisti – e il film stesso – si mostrano dediti a un qualcosa che il 90% della popolazione mondiale fatica a capire e perché allo stesso tempo chi più chi meno dei tre mostra come per lui sia assolutamente preferibile l’isolamento della foresta rispetto all’esistenza quotidiana in città, accanto ad altri esseri umani.

Nella sapiente alternanza tra rapporti umani e osservazione naturalistica – in cui, va detto, non sempre la ricercata poeticità dell’immagine riesce a compiersi, Homo botanicus si costruisce quindi come un film pacato e meditativo, apparentemente dimentico di quisquilie quotidiane, eppure al contempo quasi disperatamente legato a esse, come se quelle – le gelosie, per esempio – potessero rappresentare l’unico possibile strumento per sentirsi ancora vivi in un ambiente siffatto e per non sentirsi, per l’appunto, dei vegetali.
Ma Homo Botanicus scarta ancora di senso – e, anzi, lo allarga e lo spinge più avanti – nel momento in cui il viaggio di lavoro finisce e ci si deve occupare di catalogare quelle piante e di conservarle. Lì allora arriva la complessità della parabola di Quintero: l’uomo, la sua civiltà, anche quella camera che Quintero tiene in mano, viene da ricerche scientifiche come queste, apparentemente inessenziali, eppure indispensabili per sviluppare la conoscenza. Così, mentre pian piano l’ingenuo allievo si conquista l’ammirazione del regista tramite una serie di considerazioni filosofiche e mentre il maestro al contempo viene pian piano abbandonato (perché è già superato, perché è già stato sostituito e catalogato), si squaderna la consapevolezza di essere semplicemente dei tramiti per qualcos’altro più grande di noi. La scienza e la natura sono i veri fattori in gioco; in questo contesto l’uomo è risibile, accessorio. È solo lo strumento attraverso cui l’una e l’altra possono continuare a competere in una lotta infinita. E così quelle piante, private di vita, infilate in libroni e fatte essiccare, poi legate con delle catene di ferro e quindi incolonnate in dei cellari – in tutto simili a quelli in cui si conservano le pellicole cinematografiche – e infine abbandonate, resteranno nei secoli dei secoli a testimonianza del tentativo di fermare il tempo, di catalogare tutto l’esistente e di vedersi però continuamente oltre-passati dall’eterno fluire delle cose.

Info
La scheda di Homo botanicus sul sito del Torino Film Festival.
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