Marche ou crève

Marche ou crève

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Margaux Bonhomme esordisce con Marche ou crève, racconto di un percorso di crescita ma anche del rapporto con la disabilità, e le sue problematiche. Intenso ma incapace di uscire da schemi oramai usurati. In concorso al Torino Film Festival.

A mia sorella

Elisa è un’adolescente entusiasta della vita e irruenta che spera di passare la sua ultima estate nella casa di famiglia del Vercors, nel Sudovest della Francia, prima di diventare indipendente e andare a vivere sola. Ma ad andarsene è invece sua madre, che lascia improvvisamente lei e suo padre François a occuparsi di Manon, la sorella maggiore affetta da problemi fisici e mentali. Il peso crescente di questo obbligo spinge Elisa in una spirale di odio che rischia di farle perdere il controllo della sua vita e dei suoi affetti. [sinossi]

Marche ou crève di Margaux Bonhomme, in concorso al Torino Film Festival, è senza dubbio un film doloroso, e quella dedica finale (“à ma soeur”, a mia sorella) ne rivendica con forza il valore autobiografico. La sincerità, dunque, prima di ogni altra cosa. Non si fatica a credere al dolore diffuso di Elisa, adolescente che da un lato vorrebbe andarsene di casa per affrontare la vita a modo suo, dall’altro vede la sua famiglia disgregarsi quando la madre decide di abbandonarli e infine si trova a dover gestire la sorella maggiore Manon, che è afflitta da un ritardo mentale che non le permette alcuna autonomia. Insieme a lei si occupa di Manon il padre, che ha deciso di dedicare tutta la sua vita alla figlia disabile – proprio questo è uno dei motivi per cui sua moglie ha preferito rinunciare alla vita famigliare. Nel momento più turbolento della vita di un’adolescente Elisa è dunque costretta a fare i conti con la vita di tutti i giorni, con le sue miserie, laddove i suoi coetanei si danno a bagordi e possono permettersi errori di vario tipo. Errori che a Elisa non sono concessi.

È evidente fin dalle primissime sequenze come Elisa, che passa l’estate lavorando nei campi e ha una piccola tresca con un collega, venga tratteggiata da Bonhomme con uno sguardo completamente empatico: è sempre lei il centro del quadro, sono le sue pulsioni e le sue riflessioni a smuovere una situazione che sembra per il resto lasciata abbastanza sullo sfondo. Marche ou crève è dunque interamente costruito su un unico personaggio, costretto da un lato a portare la croce di una situazione che la vede in una certa misura vittima, ma allo stesso tempo a gestirne le coordinate, a cerare di trovare soluzioni che si fanno via via sempre più impossibili e insostenibili.
Bonhomme narra una ragazza solare ma non priva di durezze – tratta con estrema crudezza sia la madre, ai suoi occhi colpevole di non aver accettato un ruolo subalterno per amore delle sue due figlie, sia la babysitter che in un tentativo di evasione pur parziale il padre ha trovato per Manon – e concentra le sue attenzioni solo su questo aspetto. Ne viene fuori un personaggio senza dubbio affascinante, grazie anche alla sentita interpretazione della venticinquenne Diane Rouxel (già vista tra gli altri in La Tête haute di Emmanuelle Bercot, Les Garçons sauvages di Bertrand Mandico e Mes provinciales di Jean-Paul Civeyrac), in parte nonostante l’evidente scarto anagrafico con l’Elisa in scena.

A venir meno non è tanto l’attaccamento dell’esordiente Bonhomme alla sua storia, ma la capacità di scriverla e di svilupparla. Marche ou crève è sicuramente intriso di buone intenzioni, ma non dimostra mai la voglia di uscire da uno schema narrativo usurato, abituale, già esperito e metabolizzato. Sia nel rapporto con la propria crescita che in quello di amore/odio verso una famiglia che non le sa restituire la libertà di cui avrebbe bisogno, non si avverte mai uno scarto nei confronti della prassi. Tutti gli elementi, dalla crescente fatica nel rapportarsi con la disabilità della sorella fino alla frattura nei confronti di un padre che anche lei arriva a considerare egoista nel voler mettere sempre Manon di fronte al resto, sembrano gestiti in maniera fin troppo oculata, senza quell’irruenza di cui si sarebbe sentita la necessità. La sincerità dell’idea non si traduce dunque in sincerità del racconto, e la narrazione sembra il risultato di un corso di sceneggiatura, priva di impeti e, perché no, di errori. Ne viene fuori un percorso edulcorato, fin troppo levigato, che sottrae emozione a una vicenda che invece dovrebbe reggersi tutta sui nervi di Elisa, e sui suoi umori.

Info
La scheda di Marche ou crève sul sito del Torino Film Festival.
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