9 Doigts

9 Doigts

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Dopo il premio per la regia al Festival di Locarno, 9 Doigts, quinto lungometreggio del francese F.J. Ossang, trova una distribuzione in sala: un lavoro dalla natura composita e ricca di fascino, tra suggestioni di genere, riflessioni di ampio respiro, riferimenti letterari e cinematografici.

9 dita di tenebra

In fuga dalla polizia, Magloire viene avvicinato da un uomo moribondo, che gli consegna una grossa somma di denaro. Catturato da una banda criminale, l’uomo viene costretto a imbarcarsi su una nave che porta un carico radioattivo, diretta verso un’”isola che non c’è” da incubo. [sinossi]

Che un’opera come 9 Doigts, quinto lungometraggio del regista F.J. Ossang, abbia trovato una (sia pur limitata) distribuzione in sala, è certo un fatto positivo. Un piccolo riconoscimento da parte della distribuzione italiana, per il regista – e musicista, scrittore e poeta – francese, dopo il Pardo d’argento per la regia a Locarno; nell’auspicio di una visibilità che vada un po’ al di là del semplice circuito festivaliero e della curiosità degli addetti ai lavori. Un risultato che, comunque, non cancella la radicalità del film di Ossang, sospeso tra suggestioni di genere e excursus metafisici, tra accelerazioni quasi pulp e riflessioni di ampio respiro, condite di riferimenti letterari e cinematografici. Un film, quello di Ossang, che inizia in media res, senza dare grossi punti di riferimento allo spettatore: un uomo in fuga, una valigia che passa di mano in mano, una banda e un imbarco su una nave. Le motivazioni dei personaggi, anche quando ci vengono spiegate, restano nebulose, indistinte come le forme che si intravedono sulla nave/vascello che trasporta i protagonisti, distorte come il volto del protagonista Magloire riflesso nell’acqua. Intuiamo che la loro missione, che ha come destinazione un’isola composta da rifiuti plastici, è solo il sintomo di un disfacimento più generale, che ha coinvolto l’intera umanità.

Parte come un enigmatico noir, 9 Doigts, sospeso tra brume inquiete e un paesaggio urbano spopolato, con un protagonista che appare fin da subito accompagnato dai fantasmi di un passato indecifrabile. Ancor più che il polar e il noir americano degli anni ‘40 e ‘50, il riferimento estetico sembra essere l’espressionismo e la stagione del muto: l’uso dei primi piani, la mimica facciale degli interpreti e le dissolvenze, la distorsione sistematica del quadro – e della percezione – parlano un linguaggio familiare e riconoscibile. La sensibilità del regista è però moderna, e sembra a tratti costruire visioni simili a quelle di un David Lynch più “europeo” e citazionista; più interessato, oltre che a materializzare i suoi incubi, a inserirli in un abbozzato ragionamento sulla decadenza della civiltà occidentale. La rivoluzione adocchiata da uno dei personaggi è solo teorica, smaterializzata, niente più che una luce onirica che illumina corpi e dialoghi: come i colpi di pistola sparati sulla nave, semplici lampi di luce che colpiscono individui che si limitano ad accasciarsi quasi con grazia, senza sangue. La peste portata dall’imbarcazione (fantasma?), nell’oggetto di un letale carico di polonio, forse ha già contagiato l’umanità: qualsiasi tentativo di opporvisi ha la valenza del sogno, o dell’astratto, autoreferenziale sfogo retorico. Nulla possono i tentativi di arrestare il processo in atto: il cargo, già contaminato, non può che girare attorno alla sua destinazione, che infine la attrae inesorabilmente.

Il film di Ossang allarga progressivamente i fili della sua struttura narrativa, slegandosi dalla necessità di coerenza, seguendo la deriva dei suoi personaggi in una geografia che, come viene esplicitamente dichiarato, si sta modificando e slabbrando. Il tema della peste, e del contagio trasportato da un battello fantasma, rimanda esplicitamente al Nosferatu di Murnau, mentre il nome del capobanda (Kurtz) allude a un cuore di tenebra che qui è tutto intorno, oltre che dentro, ogni singolo personaggio. La morte, lasciata fuori campo (nella sequenza iniziale) o svuotata di qualsiasi valenza tragica e fisica (con le già citate scene degli omicidi) pare essere l’unica via di fuga, con l’abbraccio delle nere maree al corpo di chi è stato sacrificato. L’ossatura noir del racconto perde presto di peso e linearità, ma continua a essere – ostinatamente – rincorsa dai suoi personaggi, in particolar modo dal protagonista principale; ciò, nel tentativo di ricondurre il tutto a una qualche evoluzione e a un possibile epilogo, seppur inevitabilmente confinante con l’oblio. Un epilogo a cui fa da teatro una luce del sole priva di calore e conforto: solo un bianco violento, altrettanto minaccioso del nero che abbiamo imparato a conoscere nel resto del film. Il cuore resta di tenebra, mentre la peste, più che una presenza che compenetra il paesaggio, si identifica ormai tout court con esso. L’approdo: un mondo vampirizzato, abitato da spettri vivi e morti, scaricati da un vascello fantasma che ha ormai esaurito, per sempre, il suo compito.

Info
Il trailer di 9 doigts.
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