Jesus Rolls – Quintana è tornato

Jesus Rolls – Quintana è tornato

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Sgangherato e libertino, nostalgico e decadente, Jesus Rolls – Quintana è tornato! di John Turturro, spin-off de Il grande Lebowski e remake e I Santissimi, è un film teneramente disastroso. Pre-apertura del Festival di Roma 2019.

Liberi liberi siamo noi

John Turturro torna a vestire i panni di Jesus Quintana in una commedia irriverente in cui un trio di disadattati si trova a fare i conti con un parrucchiere armato di pistola. Il loro viaggio si trasformerà presto in una fuga continua – dal folle parrucchiere, dalla legge e dalla società – durante la quale si svilupperà una particolare dinamica, che da amicizia accidentale evolverà in una storia d’amore fuori dagli stereotipi convenzionali…[sinossi]

Chiedi chi erano gli ousiders, viene da porsi questa oziosa (ma non troppo) questione in tempi di influencer sorridenti e di “talent” vincenti, dove lo star system giovanile ripone l’unica scoria di “maledettismo” superstite in qualche trapper tatuato. La questione sorge spontanea durante la visione di Jesus Rolls – Quintana è tornato! di John Turturro dove il regista e interprete italo-americano reincarna il ruolo di Jesus Quintana, facendo dunque uno spin-off de Il grande Lebowski, cult movie indimenticabile firmato da Joel ed Ethan Coen nel 1998, ma realizzando di fatto un remake de I santissimi di Bertrand Blier (Les valseuses, 1974). A pensarci bene si tratta di due film e due epoche paradigmatiche di una celebrazione del ruolo dell’outsider oggi impensabile: se nel cult movie dei fratelli Coen si respirava infatti il clima della grunge generation allora ancora in corso (loosers dalle chiome disordinate per nulla interessati a far parte di un vivere sociale omologato), la pellicola di Blier rappresentava un esempio feroce e dissacrante di critica alla società borghese che solo post ’68 poteva avvenire.

Come già il precedente Gigolò per caso (assai più evocativo in tal senso è il titolo originale: Fading Gigolò) anche questo Jesus Rolls è dunque un film nostalgico, decadente, un omaggio ed epitaffio al cinema degli ’70, specie quello della New Hollywood. Ma non ci sono solo i controluce dorati, l’on the road liberatorio al tempo stesso scanzonato e nichilista ad animare questa romanticheria del passato messa in scena da Turturro, si respira anche un esplicito libertinismo, cosa insolita per il cinema americano contemporaneo e proveniente di certo dalla matrice del film di Blier e da tutto quel cinema europeo che al principio degli anni ’70 rifletteva sulla sessualità e sul suo potere di eversione all’ordine sociale.

Sono queste le istanze, certo non politiche, ma sovversive un po’ sì, di Jesus Rolls, commedia malinconica (a tratti apertamente tragica) e molto sgangherata su un trio di criminali da strapazzo lascivi, senza tetto, né meta, né legge. Nell’incipit, in cui riecheggia l’indimenticabile inizio di Blues Brothers (John Landis, 1980), Jesus Quintana (Turturro) lascia il carcere di Sing Sing – dove è finito per oltraggio al pudore, ma si è anche distinto vincendo il campionato di Bowling – e viene prelevato dal sodale Petey (Bobby Cannavale). I due non hanno particolari obiettivi di vita, l’unica cosa che li muove (e che muove l’intera vicenda del film) è un odio spassionato e immotivato per un parrucchiere fighetto incarnato da Jon Hamm. Per cominciare gli rubano l’auto d’epoca, poi gli portano via anche la shampista svampita Marie (Audrey Tautou).

Ha così inizio una farsa rocambolesca dove troviamo palle da bowling da leccare, testicoli feriti, timori di impotenza, anorgasmia femminile, perdita delle mestruazioni. Una serie di incontri poi, soprattutto quello, particolarmente riuscito, con l’ex detenuta incarnata da Susan Sarandon (in I Santissimi era Jeanne Moreau) corroborano l’idea che Jesus Rolls sia soprattutto un film sulla libertà, sessuale, personale, e sulla sua sofferta assenza. La struttura narrativa è quasi assente, le varie tappe del viaggio si susseguono senza particolari legami, né giustificazioni e il ritmo è sincopato, mentre la tenuta complessiva del film, nel complesso, è piuttosto disastrosa. È come assistere a una farsa slapstik potenzialmente infinita, a una performance situazionista picaresca, dove i personaggi sono privi di motivazioni, meri feticci prelevati da un cinema del passato il cui unico scopo è la liberazione del loro desiderio. O, in maniera più radicale, il semplice accettare di essere liberi. Quasi un manuale di educazione sessuale per adulti, Jesus Rolls a tratti sembra privo di una vera e propria costruzione del montaggio, al punto che, se fossimo ancora in tempi in cui si proietta in pellicola, viene da chiedersi, durante la visione, se il proiezionista non abbia scambiato l’ordine dei rulli. Sfortunatamente non è così, eppure tra mille strattoni e incongruenze, in questo film teneramente disastroso si respira davvero un’aria di libertà, un sano abbandono delle regole predefinite, più quelle del racconto tradizionale però e assai meno quelle di una società odierna sulla quale invece Turturro non sembra interessato a pronunciarsi. Il suo discorso è tutto sul cinema, certo, ma se Jesus Rolls fosse anche un film davvero riuscito e meno derivativo allora avrebbe davvero recuperato quel potere sovversivo che oggi nella settima arte sembra latitare. Ma d’altronde questi non sono più tempi da outsiders.

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