Tutto il mio folle amore

Tutto il mio folle amore

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Esce in sala, dopo la presentazione a Venezia 76 fuori concorso, Tutto il mio folle amore, ritorno di Gabriele Salvatores ai temi del viaggio e della fuga, che lo hanno reso famoso, qui declinati in chiave di catarsi per un ragazzo affetto da autismo. Ma la ricerca dell’autorialità perduta si rivela per il regista semplicemente la chiave per una buona confezione.

Lo soffia il cielo

Sono passati sedici anni dal giorno in cui Vincent è nato e non sono stati sedici anni facili per nessuno. Né per Vincent, immerso in un mondo tutto suo, né per sua madre Elena e per il suo compagno Mario, che lo ha adottato. Willi, che voleva fare il cantante, senza orario e senza bandiera, è il padre naturale del ragazzo e una sera qualsiasi trova finalmente il coraggio di andare a conoscere quel figlio che non ha mai visto e scopre che non è proprio come se lo immaginava. Non sa, non può sapere, che quel piccolo gesto di responsabilità è solo l’inizio di una grande avventura, che porterà padre e figlio ad avvicinarsi, conoscersi, volersi bene durante un viaggio lungo le strade deserte dei Balcani in cui avranno modo di scoprirsi a vicenda, fuori dagli schemi, in maniera istintiva. E anche Elena e Mario, che si sono messi all’ inseguimento del figlio, riusciranno a dirsi quello che, forse, non si erano mai detti. [sinossi]

Nel 1968 Pier Paolo Pasolini consegnò al cinema italiano una delle sue pagine di poesia più alta, con l’episodio di Capriccio all’italiana dal titolo Che cosa sono le nuvole?, rimasto nell’immaginario per quei popolari attori, Totò, Franco e Ciccio, Adriana Asti, che si muovevano a scatti, come marionette azionate dai fili di un puparo. In questi ultimi anni, curiosamente, quell’episodio viene citato da più parti. C’è il grande regista teatrale, e di cinema, Milo Rau che, nel suo lavoro Five Easy Pieces sul mostro di Marcinelle, lo usa per indicare la condizione delle vittime di quel pedofilo, racchiuse in uno scantinato; c’è il filmmaker Giovanni Cioni che riprende un laboratorio di recitazione su quel testo tra i detenuti di un carcere, sempre a rappresentare una condizione di prigionia, di non poter vedere il cielo e le nuvole; e infine Gabriele Salvatores titola il suo ultimo film Tutto il mio folle amore, riprendendo una strofa della canzone che il monnezzaro Domenico Modugno canta alla fine del cortometraggio. Di tutti questi tributi, quest’ultimo appare come quello più superficiale e scollegato al capolavoro di Pasolini, impiegato semplicemente per tratteggiare la figura di uno dei protagonisti, Willi, scalcagnato cantante di cover di Modugno che si esibisce in tournée nei paesi della ex-Jugoslavia.

I critici dei Cahiers, che elaborarono la politique des auteurs, tirerebbero volentieri le orecchie a Gabriele Salvatores, fautore di un cinema molto coerente e autoriale nella “quadrilogia della fuga”, per la quale è diventato un regista di culto e che gli ha valso l’Oscar, ma che ha poi abbandonato in favore di progetti diversi, spesso tratti da romanzieri contemporanei, difficilmente riconducibili a minimi comuni denominatori. Ma la nostalgia del cinema della fuga, del road movie, per Salvatores deve essere forte, e già in Happy Family del 2010 fa reincontrare Diego Abatantuono con Fabrizio Bentivoglio alla battuta che riferisce di un loro precedente incontro in Marocco. Ora, con Tutto il mio folle amore, il regista sembra tornare alle atmosfere, idee, tematiche di quel suo primo cinema, che si incarna nella fuga da una situazione di monotona afasia, da cui evadere per seguire mete esotiche, attraversare mari, monti e deserti, imbracciando motociclette e imbarcandosi in traghetti, attraversando villaggi con bambini che giocano col pallone. È così per il sedicenne Vincent, affetto da autismo, che soffoca in quella cappa opprimente creata dalla madre Elena con il suo patrigno Mario, un pacato e riflessivo Abatantuono, ancora una volta attore feticcio del regista. Una cappa fatta di ippoterapia e piscina, ma la vera terapia per il ragazzo si rivelerà quella vita erratica e quel nomadismo fatti propri dal padre naturale, Willi, uno spirito libero.

La fuga di Salvatores verso il suo cinema della fuga conferma in realtà tutti i limiti anche di quella sua filmografia, un cinema generazionale e ‘grandefreddesco’, fatto di paesaggi stucchevoli e di contrappunti musicali piacioni. E poco importa se le generazioni abbracciate siano più d’una, arrivando a includere il mito di Modugno, il grande menestrello nazionale di cui non poteva non essere riproposta Nel blu dipinto di blu. Cui si aggiungono Vincent di Don McLean, A muso duro di Pierangelo Bertoli e tantissimi altri brani. Salvatores si conferma un grande confezionatore di film, un grande illustratore e indubbiamente un ottimo direttore di attori, vedi come è costruito il personaggio di Willi con una mimesi di Claudio Santamaria su Modugno. E va pure riconosciuta la delicatezza di trattare il tema della disabilità nella rappresentazione del ragazzo autistico, modellato sulla figura reale di Andrea, che ha ispirato il libro Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas, da cui il film è tratto liberamente. Ma qualche personaggio del film potrà davvero chiedersi: «Che cosa sono le nuvole?».

Info
Il trailer di Tutto il mio folle amore.
Domenico Modugno canta Tutto il mio folle amore in Che cosa sono le nuvole?.

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