Buon compleanno Mr. Grape

Buon compleanno Mr. Grape

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Popolato di volti giovani in via di tramutarsi in star internazionali, Buon compleanno Mr. Grape di Lasse Hallström invecchia decisamente bene, conservando intatta la sua portata emotiva ed esistenziale. Dramma tenero e mai dolciastro, animato dalla freschezza di talenti attoriali in fase di crescita. Al Torino Film Festival in Cinque grandi emozioni, rassegna a cura di Carlo Verdone.

I freaks di Endora

In una città sonnacchiosa dello Iowa, il giovane Gilbert Grape vive un’esistenza banale e ripetitiva, divisa tra il lavoro in una drogheria, la relazione con una donna sposata e depressa, e le preoccupazioni quotidiane per la propria famiglia. Suo fratello Arnie, affetto da ritardo mentale, sta per compiere diciotto anni, mentre la madre Bonnie non si è più ripresa dal suicidio del marito ingrassando a dismisura fino a non poter/voler più uscire di casa. In un orizzonte così ristretto e depressivo, Gilbert incontra un nuovo alito di vita con l’arrivo di Becky, sua coetanea in viaggio in camper con la nonna, bloccata in città da un guasto meccanico… [sinossi]

Per la generazione che era adolescente verso la metà degli anni Novanta, Buon compleanno Mr. Grape (1993) di Lasse Hallström ha costituito un fenomeno che si è guadagnato a poco a poco un imprevedibile statuto di culto. Malgrado le lusinghiere recensioni alla sua uscita internazionale, il film faticò non poco a trovare una distribuzione in Italia, giungendo nelle nostre sale con discreto ritardo e probabilmente sull’onda della crescente popolarità dei suoi tre giovani protagonisti. Johnny Depp e Leonardo DiCaprio erano in rampa di lancio, già idoli delle fan, ed era anche la stagione d’oro di Juliette Lewis. A dirigere fu convocato un robusto professionista, lo svedese Lasse Hallström, che in seguito si sarebbe affidato a una produzione hollywoodiana decisamente anonima. Data la scarsa distribuzione in sala, il successo riscosso dal film presso il giovane pubblico italiano si diffuse perlopiù tramite l’home video (allora, le videocassette) e in funzione di un neodivismo alimentato da teenager che s’immedesimarono nel lieve romance della vicenda, ma anche e soprattutto in un comune spirito di malinconica coming of age, fortemente impregnata di sinceri sentimenti nei confronti della dimensione familiare. A coinvolgere gli spettatori adolescenti fu probabilmente anche la messa al centro di un’umanità violata e vulnerata, un nucleo di legami affettivi che coinvolgono figure di mesta emarginazione sociale. E gli adolescenti, si sa, se non sono veri emarginati, spesso si autocondannano a una compiaciuta emarginazione.

Sulla base dell’omonimo romanzo di Peter Hedges, Buon compleanno Mr. Grape inquadra un’America di remota provincia rurale, la geografia antropica di uno Iowa dai paesaggi piatti e sconfinati, dove i ritmi di vita sono immobili o iterativi (due sinonimi, in fin dei conti). L’Endora protagonista, cittadina semideserta e sonnacchiosa, ricorda molto l’Anarene di L’ultimo spettacolo (1971, Peter Bogdanovich), più che evocata anche da uno dei nuclei narrativi che gravitano intorno alla figura del giovane Gilbert Grape – il ragazzo ha una relazione con una casalinga sposata, solitaria e depressa, un po’ come avviene nel film di Bogdanovich tra i personaggi di Timothy Bottoms e Cloris Leachman. Hallström sceglie una via mediana tra il credibile realismo e l’astrazione surreale della ripetizione, gabbia mentale che oltre a indurre i personaggi a un’esistenza afosa e monotona porta con sé l’irrigidimento dei caratteri (specie quelli secondari) nelle maglie di pensieri circolari e pallide aspettative – l’amico becchino misura la propria realtà sulla morte altrui, l’altro amico (un giovane John C. Reilly) guarda con emozione alla prospettiva di lavorare in un nuovo fast food che sta per aprire in città.

Luogo simbolico, luogo di un’anima americana antica e provinciale congelata in una sorta di eterno freeze frame, Endora registra anche le progressive invasioni di un nuovo modello socio-antropologico, l’ottimizzazione economica di spazi e commerci (il colosso Foodland che sta condannando alla chiusura i piccoli store tradizionali), un ulteriore giro di vite sull’alienazione di provincia, appena verniciata dall’ammaliante brillio della modernità. È in questo contesto che si collocano le meste malinconie di Gilbert Grape, rinchiuso in un’esistenza banale e priva di qualsiasi prospettiva. Lavora in una drogheria, consola la casalinga disperata, e si barcamena tra una madre ingrassata a dismisura dopo aver perso il marito suicida in cantina, e un fratello minore, Arnie, affetto da ritardo mentale, che sta per compiere diciotto anni. Ha anche due sorelle, una condannata a fare i lavori in casa per sostituire la madre imprigionata sul divano, l’altra ancora piccola e in età di scuola. Un po’ per vocazione, un po’ perché le tragiche circostanze della sua famiglia ce l’hanno costretto, Gilbert vive totalmente in funzione degli altri, a metà strada tra il sincero altruismo e la frustrazione di non avere altra scelta. Marito e padre putativo, fratello maggiore condannato a esserlo per tutta la vita, Gilbert non vede altra vita né altri orizzonti, poiché il suo sguardo si scontra costantemente col limite fisico dei confini di Endora. A scompaginare lievemente questo tran-tran giunge Becky, coetanea di Gilbert in viaggio in camper con la nonna e bloccata a Endora da un guasto meccanico. Traboccante di dolcezza e comprensione, Becky costituisce per tutti l’opportunità di tornare a confrontarsi con l’altro, e si delinea anche come un interrogativo: c’è un mondo al di là di Endora, esistono altre possibilità.

Sposando un’ammirevole fluidità narrativa, Hallström registra la paralisi di queste esistenze tramite l’assemblaggio di blocchi diegetici sempre diversi e sempre uguali. La progressione drammatica è minima, mentre emerge soprattutto una spiccata sensibilità e leggerezza nell’affrontare una corposa materia narrativa. Più di ogni altra cosa Buon compleanno Mr. Grape ha la capacità di guardare con rispetto e partecipazione a un’umanità segnata dal dramma sfiorando qua e là la commedia nera senza che questa sia mai percepita come cinica da chi vede. Molti dei personaggi appaiono ossessionati dalla morte, e qua e là la morte si appalesa pure, del tutto inaspettatamente – la morte di Ken Carver, marito dell’amante di Gilbert.

Per parte sua, anche Gilbert è circondato dalla morte, a partire dal tragico suicidio di suo padre, fino all’amico che si occupa di bare, e fino al netto rifiuto verso la vita che ha sviluppato sua madre Bonnie. In tale orizzonte, dove pure un’intera cultura sembra andare incontro alla morte sotto i colpi di una massiva omologazione (il megastore che giganteggia minaccioso), c’è ancora spazio forse per l’individuo, se esso si conserva capace di ascoltare e rispondere al desiderio. In tal modo Hallström riesce a valorizzare pienamente anche il rivolo narrativo più a rischio di equivoco nell’ordine del teen drama. Certo c’è anche la storia d’amore appena abbozzata tra Gilbert e Becky, ma costituisce in realtà uno dei tasselli (non il principale) di una mappatura esistenziale che intorno alla figura di Gilbert si delinea per drammatica, tenera, buffa e surreale secondo un ammirevole amalgama di differenti stati d’animo. Figura fin troppo idealizzata e quasi traslata oltre la carne, Becky dispensa gioia per la vita e fa bagni rigeneranti con tutti, ma intanto si delinea anche per la rivendicazione di un nuovo sguardo puro, lontano dall’asfittica prevedibilità del pregiudizio. Se a Endora vige un automatizzato sguardo dell’altro, pronto a stigmatizzare la diversità di Arnie e della madre Bonnie, di contro Becky semplicemente la diversità non la vede proprio.

Contro a un panorama dominato dalla morte, o dalla morte in vita, si erge invece la viscerale protesta di Arnie, ancor più vera poiché priva di qualsiasi filtro. Nella sua giocosa e disperata vitalità, condannata a un’eterna infantilità forzata, si rispecchia la progressiva protesta silenziosa di Gilbert. Sta proprio qui, forse, in questo ecumenico (e per niente dolciastro) moto di inclusione affettiva la chiave del successo di Buon compleanno Mr. Grape presso il giovane pubblico del tempo. Pur in un contesto espressivo decisamente distante dall’anima dark di Tim Burton, lo sguardo tenero di Hallström nei confronti degli emarginati non è poi molto lontano dalla dolcezza di Edward mani di forbice (1990); per entrambe le opere si tratta di andare ad attivare (anche) la profonda anima di incompreso che risiede in fondo a qualsiasi adolescente alle soglie della vita. In tal senso, in quegli anni Johnny Depp si avviò a ridefinire un inedito modello divistico maschile, non più coacervo di certezze e solidità reaganiane bensì portatore di una profonda e introversa sensibilità. Il personaggio di Gilbert Grape è perfettamente tagliato sulla sua figura, mentre l’interpretazione di un giovane Leonardo DiCaprio (prima nomination all’Oscar per lui) commuove a ogni passo per la sua insostenibile verità umana.

Probabilmente per Buon compleanno Mr. Grape venne a delinearsi una sorta di “tempesta perfetta”: un regista che mai più si è ripetuto a questi livelli, uno script di rara forza emotiva, e un insieme di giovani attori che in almeno due casi (Depp e DiCaprio) si tramuteranno in nuovi divi, mentre per Juliette Lewis, all’epoca protagonista di una carriera partita in quarta, il destino sarà un po’ più accidentato. Benché il titolo italiano tradisca platealmente il significato di quello originale, alla fine esso allude involontariamente a una suggestione molto commovente. Celebrando il diciottesimo compleanno del fratello Arnie, Gilbert Grape celebra in realtà anche il suo effettivo diciottesimo. Abbandonando la prigione/rifugio dell’altruismo, entra nella vita adulta, dove è necessario compiere vere scelte. Scegliere per sé, prendendo congedo emotivo dal passato e dalla famiglia (il rogo simbolico in prefinale, che si tramuta anche in atto di massimo rispetto nei confronti della madre Bonnie). Scegliere per sé, andando altrove, se si vuole.

Info
La pagina dedicata a Buon compleanno Mr. Grape sul sito del Torino Film Festival

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