Diabolik

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Nel 2020 vedrà la luce il tanto atteso Diabolik diretto dai Manetti Bros. L’occasione è dunque ghiotta per tornare con la mente all’adattamento del fumetto creato dalle sorelle Giussani che nel 1968, poco più di cinquant’anni fa, firmò Mario Bava. Nelle mani del genio eversivo dell’immaginario italiano le avventure criminali di Diabolik si trasformano in un lungo viaggio nella pop art, in una società del consumo sfavillante quanto inevitabilmente di superficie. Una meraviglia per gli occhi, e non solo.

Nel ventre del cine-fumetto

Nonostante le precauzioni prese, ancora una volta Diabolik riesce a ingannare l’ispettore Ginko, e così dieci milioni di dollari finiscono nel suo segretissimo rifugio, dove vive con la fidatissima compagna Eva Kant. I due continuano a compiere insieme azioni criminose, riuscendo sempre a mettere in difficoltà Ginko il quale, con la speranza di catturare Diabolik, organizza un piano, servendosi d’una favolosa collana di smeraldi, appartenente a un ambasciatore, poiché è convinto che il gioiello desterà l’interesse di Diabolik. [sinossi]

“Ora sì, guardami, vieni qui, qui vicino a me, adesso è il momento giusto, adesso è il momento vero, adesso sì ti posso chiedere di stare più vicino a me”, così canta Christy (al secolo Maria Cristina Brancucci) in Deep Down, il brano che Ennio Morricone compose per Diabolik. Un testo che non ha alcuna attinenza con quel che prende corpo sullo schermo, le evoluzione ladresche e le geniali vie di fuga create ad arte dal criminale per eccellenza del fumetto italiano: eppure, proprio nel suo completo e assertivo nonsense è possibile cogliere la logica a suo modo perversa e sardonica di Mario Bava. Nel 1968, quando il film viene alla luce, nessuno si sognerebbe mai di utilizzare il termine cinecomic, anche se Bava non è certo il primo ad aver attinto da un fumetto per la realizzazione di un film: un paio di anni prima Umberto Lenzi ha fatto scalpore (almeno in parte, visto che gli incassi sono stati modesti) con Kriminal, desunto dalle pagine disegnate di Luciano Secchi alias Max Bunker, e sempre nel 1966 Monica Vitti è stata la Modesty Blaise di Peter O’Donnell per la regia di Joseph Losey. Nell’aprile del 1968, neanche tre mesi dopo l’uscita di Diabolik, raggiunse le sale anche Satanik, per la regia di Piero Vivarelli. Ma se Satanik e Kriminal sono prodotti editoriali fin troppo connotati e correlati a un’epoca storica, lo stesso non si può dire dell’antieroe nato dalla creatività dalla milanese Angela Giussani, cui poi si affiancò la sorella Luciana. Le avventure di Diabolik ed Eva Kant, perennemente inseguiti dal commissario Ginko, sono ancora in commercio e il loro impatto nell’immaginario collettivo è tale che, com’è noto, nel 2020 verrà distribuito un nuovo film ispirato al fumetto, firmato dai Manetti Bros. e con Luca Marinelli, Miriam Leone e Valerio Mastandrea nei ruoli principali.
Chissà se questo evento, che si segnala fin d’ora come una delle curiosità più interessanti della produzione italiana del prossimo anno (e nel frattempo l’editrice Bonelli ha annunciato che Dylan Dog diventerà una serie televisiva in dieci episodi, a cura di James Wan), permetterà al grande pubblico di imbattersi nell’adattamento di Mario Bava, un lavoro di rara potenza visionaria che in Italia – ma non è certo una novità per i film del regista – non ha ottenuto all’epoca l’attenzione che avrebbe meritato. Anzi, furono i Cahiers du Cinéma ad andare in brodo di giuggiole di fronte al film, mentre la critica nostrana – anche quella più ben disposta – sottolineava le incongruenze, le ingenuità, le facilonerie presenti nella pellicola. È sufficientemente celebre lo sprezzante commento di Tullio Kezich, che non si fece problemi a definirlo “uno dei film più stupidi degli anni Sessanta”, e questa fama ha accompagnato a lungo il film.

In realtà Bava dirige volontariamente un’opera stupida, da intendere nel senso più etimologico del termine: un disvalore, senza dubbio, ma che ha comunque a che fare con il verbo latino stupēre, «stupire». E stupisce ancora oggi la totale libertà espressiva raggiunta da Bava sul finire degli anni Sessanta, la sua capacità di farsi beffe – un po’ come il criminale protagonista – delle regole del prodotto industriale, a partire dalla logica, dal rispetto ossequioso della trama, dalla capacità di trasmettere in ogni caso un messaggio morale, o comunque non privo di moralità. Certo, il Diabolik che è uscito dalla sala di montaggio per raggiungere le sale somiglia solo in parte all’idea che aveva in mente il regista, ma questo è un dettaglio, per quanto non secondario, da tenere solo in parte in considerazione. Bava avrebbe voluto invadere con il sadismo grandguignolesco già messo in mostra nel superbo Sei donne per l’assassino anche la sceneggiatura portata a termine da Dino Maiuri, Brian Degas e Tudor Gates, questi ultimi due britannici al lavoro negli stessi mesi anche sullo script di Barbarella di Roger Vadim, altro adattamento di un fumetto. A impedirglielo, opponendo un diniego incrollabile, fu il produttore Dino De Laurentiis. Abituato ad avere a che fare con produzione ridotte all’osso e gestite da personaggi non sempre dotati di grande professionalità, Bava mal digerì il rapporto lavorativo con De Laurentiis, pronto a ogni ingerenza. Così il miglior budget mai avuto a disposizione – circa 200 milioni di lire, che a quanto pare Bava non utilizzò neanche del tutto – si trasformò anche in una gabbia dalla quale evadere.
Ecco dunque che Bava si trova “costretto” a vestire i panni del Diabolik della regia: mentre il ladro la fa sotto il naso alla polizia in ogni ordine e modo, a lui spetta il compito di palesare la falsità bidimensionale del fumetto, restituendone solo la superficie. Ne viene fuori un film avant-pop in piena regola, in cui l’oggettistica e l’architettura degli interni vale esattamente quanto le psicologie (inesistenti) dei personaggi in scena, o lo sviluppo logico (altrettanto inesistente) della trama. Nell’epoca dell’accumulo dei materiali quotidiani elevati a oggetti del feticcio oltre che del consumo Bava realizza un film compiutamente, intimamente e profondamente pop, senza mai lasciarsi affascinare dalla plastica che lo circonda e allo stesso tempo senza perdersi in elucubrazioni critiche della società capitalista. Quel che ne viene fuori è un oggetto d’arte puro, asettico e privo di anima esattamente come la propaganda progressista del boom economico occidentale. Non c’è dubbio che sia “stupido” Diabolik, ma come si può pretendere un film “intelligente” in un’epoca storica così vacua e mediocre? Una volta di più, senza darlo a vedere (la modestia, colma di sornione umorismo, di Bava era a dir poco proverbiale, e la si può desumere da ogni intervista rilasciata nel corso degli anni: non ci si fermi però alle definizioni del regista, che tanto in realtà nascondevano al loro interno) l’autore de La ragazza che sapeva troppo e Cani arrabbiati utilizza l’estetica per promuovere una teoria sulla sguardo, sul linguaggio in perenne movimento – come la sua macchina da presa –, sui codici dell’immaginario in relazione alla società. Con Diabolik il cinema italiano compie un vertiginoso viaggio psichedelico nella propria stessa superficialità, senza nemmeno rendersene conto. E preferendo attaccare l’immagine piuttosto che cercare di comprendere la dialettica in corso. Nulla di nuovo, purtroppo.

Info
Il trailer di Diabolik.

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