The Power of the Dog

The Power of the Dog

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Erotismo e prove varie di virilità troneggiano sullo schermo nel nuovo film di Jane Campion The Power of the Dog, elaborato melodramma western con rozzi cowboy preda di un cameratismo esacerbato. In concorso a Venezia 78.

I segreti di un cowboy del Montana

Il carismatico allevatore Phil Burbank incute paura e rispetto alle persone attorno a lui. Quando il fratello porta a vivere nel ranch di famiglia la nuova moglie e il figlio di lei, Phil li tormenta finché non si ritrova vulnerabile alla possibilità di innamorarsi. [sinossi]

“Il filo spinato e le donne sono i principali strumenti di civilizzazione”, così diceva il personaggio interpretato da Jeff Bridges in I cancelli del cielo, western sontuoso e maledetto, firmato da Michael Cimino nel 1980, ma se è Jane Campion ad approcciarsi al genere americano per eccellenza, non potranno che essere una donna e il suo pianoforte a tentare l’impresa. Nel pluripremiato Lezioni di piano (1993), almeno, andava a finire grossomodo così, e in tal senso la regista neozelandese si diverte ad autocitarsi in The Power of the Dog, dove però la missione civilizzatrice si rivelerà assai più complessa, e in fin dei conti non sarà opera del personaggio femminile. Forse anche per via del suo scarso talento musicale.

Presentato in concorso a Venezia 78, The Power of the Dog segna il ritorno al lungometraggio della Campion a dodici anni di distanza da Bright Star (2009), un ritorno probabilmente destinato ad approdare prevalentemente sulla piattaforma Netflix, dopo anni trascorsi dall’autrice a lavorare alla serie tv Top of the Lake – Il mistero del lago. Della sua prevista destinazione il film porta qualche traccia, va detto, pochi, sebbene assai seducenti, sono infatti i campi lunghi e lunghissimi dedicati alla wilderness, la regista predilige qui soprattutto lo scavo nella complessità dei caratteri, si concentra sui volti e sui corpi degli interpreti, torna a riflettere sulla centralità delle umane pulsioni quale strumento privilegiato di comunicazione e potere. Questo accadeva già nel blasonato Lezioni di piano, naturalmente, ma anche nel meno considerato, e a torto, Holy Smoke (1999).

Tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Savage, The Power of the Dog è un melodramma western ambientato nel Montana del 1925, denso di esplicite venature erotiche, omoerotiche nel dettaglio, con compiaciuti quanto intriganti ritratti di rozzi cowboy preda di un cameratismo esacerbato. Il mucchio selvaggio in questione lavora al servizio di due fratelli rancheri: George Burbank (Jesse Plemons), più posato e razionale, e il rude Phil Burbank (Benedict Cumberbatch), sempre pronto a dare sfoggio della sua virilità, a partire dagli aspetti più basici di essa, come ad esempio il non lavarsi. Quando l’allegra brigata di cowboy si reca a mangiare nella locanda di una giovane vedova, Rose (Kirsten Dunst) e del suo giovane figlio efebico Peter (Kodi Smit-McPhee), il macho Phil si accanisce contro il ragazzo (e i suoi compari con lui). Ancora non sa che madre e figlio diventeranno suoi parenti acquisiti, il fratello George sposerà infatti a breve Rose.

Suddiviso in capitoli numerati, The Power of the Dog dal punto di vista del racconto appare diviso in due, con una prima parte incentrata sul difficile ingresso della donna nella famiglia di rancheri e un secondo filone narrativo incentrato sulla relazione tra il ninfetto e l’inquietante zio acquisito. Si cambia dunque spesso registro nel corso del film, che ora assume i toni di un romanzo di stile ottocentesco con un’eroina infelice vessata da una famiglia inospitale, mentre più avanti prende forma quello che appare come un doppio racconto di formazione: Phil deve civilizzarsi e venire a patti con i suoi desideri carnali, il giovane Peter affrontare tutta una serie di prove di virilità. Ma non tutto è come che sembra.

“Salva l’anima dalla spada, salva il cuore dal potere del cane” è da questa frase della Bibbia che film e libro prendono il titolo, e nel corso della visione di The Power of the Dog diventa ben presto chiaro che “il potere del cane” è il desiderio carnale, quello di Phil, nel dettaglio, nascosto sotto la scorza dura di un cowboy che si comporta da bullo perché sessualmente represso. In questo teso dramma a tre (il personaggio di George appare escluso da ogni conflitto interiore) il complesso edipico regna sovrano: Phil deve liberarsi della figura di un padre raffinato e di un maestro cowboy (il defunto Bronco Henry), Rose deve lasciare che il figlio segua la sua formazione al maschile, e quest’ultimo, separarsi dalla madre dimostrandosi in grado di andare per la sua strada. Ma anche qui, i percorsi non seguiranno esattamente il tracciato freudiano.

È un film narrativamente sorprendente The Power of the Dog, dove i personaggi vengono alla luce gradualmente e si rubano vicendevolmente lo spazio in scena, galvanizzati da giochi di potere e sottomissione, da astuzie e rancori.

Più emulo del Warren Beatty di Splendore nell’erba (Elia Kazan, 1961) che dei libertini di Lonesome Cowboys di Andy Warhol, il Phil incarnato ottimamente da Cumberbatch è pura energia sessuale repressa, pronta ad esplodere e Jane Campion nel ritrarlo non teme rischiosi scivoloni nel grottesco. A partire dalla scena in cui, mentre il fratello giace carnalmente con la moglie, lui va nella stalla a ingrassare voluttuosamente la sella dell’amato Bronco Henry, per proseguire poi con le sue catartiche immersioni nell’acqua gelata del fiume per placare i bollenti spiriti. E a tal riguardo, segnaliamo un’eccessiva autocensura da parte di Jane Campion, fin troppo attenta a non mostrare troppo i corpi nudi dei suoi personaggi, al punto che, in una sequenza di bagno collettivo, posiziona i cappellacci dei cowboy sulle relative pudende.

Peccato, l’erotismo di Jane Campion può anche non piacere, ma è di certo sincero, appartiene al suo modo di interpretare la sessualità, maschile o femminile che sia. L’autrice, che firma anche la sceneggiatura, si rivela inoltre assai più abile qui nel descrivere atmosfere, tensioni tra i personaggi e tormenti interiori, mentre appare meno efficace nei climax narrativi, spesso smorzati, oppure esaltati all’eccesso, come avviene durante una prolungata sfuriata del personaggio di Cumberbatch, accompagnata da panoramiche rotatorie che rischiano il vaniloquio visivo.

Ma è anche nei suoi difetti che The Power of the Dog risulta sincero e apprezzabile, in quella sua imperfezione che lascia spazio all’incertezza, al dubbio (e in tal senso anche il finale non risulta immediatamente comprensibile), e d’altronde poi qui il tema è il desiderio, e il desiderio è così umano, troppo umano, per trovare una rappresentazione che possa dirsi compiuta.

Info:
La scheda di The Power of the Dog sul sito della Biennale.
Il trailer di The Power of the Dog.

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