Rabid

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Anche Erik Matti fotografa gli effetti della pandemia con il film a episodi Rabid, presentato al Far East Film Festival 24. Non ne usciremo migliori, anzi. Quattro episodi carichi di elementi disgustosi, dove il regista filippino sfodera il suo sarcasmo nella satira della borghesia filippina, del sistema sanitario e del mondo dei social media.

Il gusto del kare-kare

Quattro episodi. Kami lang ba ang Pwedeng Malasin? (“Siamo gli unici sfortunati?”): una famiglia borghese aiuta una mendicante assumendola come colf, ma questa si rivelerà una strega. Iba par rin ang Karne (“Non c’è niente di meglio della carne”): la realtà della morte viene trasposta e prolungata. Shit Happens (“Le disgrazie capitano”): una sfortunata infermiera viene catapultata in un mortale mondo parallelo. HM? (abbreviazione di “how much?”, quanto?, comunemente usata nelle pagine di compravendita sui social media): una madre disperata fa un patto con una forza oscura solo per guadagnarsi da vivere e sfamare suo figlio, riuscendo, per lei non certo cuoca provetta, a distribuire piatti di kare-kare, piatto tipico filippino, magnificati attraverso i social media. [sinossi]

Anche la pandemia, la vita in lockdown, l’ipocrisia del “ne usciremo migliori” finiscono nel tritacarne cinematografico del regista filippino Erik Matti, tramite il suo ultimo film Rabid, presentato al 24 Far East Film Festival. Il secondo, in questa edizione 2022, del cineasta tanto caro al pubblico udinese, dopo l’apertura con On the Job: the Missing 8. Rabid è un film in quattro episodi di genere horror, usati dal regista per dispiegare il suo sarcasmo di satira nei confronti della società filippina, quattro episodi che si giocano sul disgusto, come elemento dirompente del senso di ordine e pulizia della mentalità borghese.

Alta è la gradinata della dimora elegante, su un piano rialzato, della famiglia del primo episodio, segno di una concezione urbanistica già di per sé classista, dove i ricchi guardano dall’alto al basso i poveri che chiedono elemosina, un divario ancora di più accentuato con la crisi pandemica. La mendicante sordomuta, accolta nella grande casa e presa come colf, si rivelerà un elemento di distruzione interna dell’agiatezza e del perbenismo della vita borghese, un virus dell’irrazionalità e della magia, della stregoneria e dello sciamanesimo, che fa vacillare la razionalità e la sicurezza della vita moderna che fonda su internet le sue relazioni. Alcuni elementi tornano tra i quattro episodi. La condizione, finta, di sordomuta, della donna del primo episodio, la sua apparente incapacità di comunicazione è propria anche della donna-zombie del secondo episodio, una sorta di fantascientifico gabinetto, in bianco e nero, del mad doctor di turno; mentre nel terzo troviamo un’anziana donna che dovrebbe essere in coma, ma che diventerà una vecchiaccia malefica, simile, ancorché meno terrificante, a quella di Shining che pure alberga in una precisa stanza.

All’opposto la comunicazione via internet sancisce questa fluidità estrema di essere e apparire, tra bellezza e schifezza, attrazione e repulsione. Anche una pessima cuoca riuscirà a esaltare sui social i suoi terribili piatti di kare-kare, stufato di frattaglie, fino a far convertire il vicino di casa che aveva appena abbracciato la modaiola dieta vegana. La stessa donna riuscirà a migliorare il suo aspetto fisico per apparire sulla rete. Così la domestica dell’inizio assume sembianze più gradevoli rispetto alla sciatteria con cui si era presentata. Si può dubitare che le riunioni via zoom del marito siano effettivamente riunioni di lavoro, mentre parlando di compravendita case si paventa una vita senza internet, per chi è sempre attaccato al cellulare anche di notte, e non si sorprende di essere chiamato dalla figlia da un’altra stanza della stessa casa. Anche il mercato del lavoro, che si svolge su annunci in rete, può diventare improvvisamente più favorevole.

Una mosca pure torna più volte. Prontamente seccata dalla colf, nell’episodio iniziale, dopo che la signora ne lamentava il fastidio già da qualche giorno. Mosca che fa sballare anche la mdp, come se volesse mettersi sul piano dell’insetto. E la mdp torna a impazzire e a galleggiare, senza apparente motivo, all’inizio del terzo episodio, inquadrando l’infermiera alla reception dell’ospedale. Infermiera di mentalità meschina, che non pulisce i pannoloni dei degenti, finendo per essere travolta da quegli stessi pieni di escrementi (il titolo dell’episodio “Shit Happens” è tutto un programma). In un ospedale dove il reparto covid assume il ruolo dei mefitici corridoi di The Kingdom di Lars von Trier. Tutti e quattro gli episodi rispettano sostanzialmente l’unità dei luoghi, che possono appartenere a un campionario di archetipi horror, la casa infestata, il laboratorio del mad doctor, o al mondo interconnesso del quarto episodio.

Gli horror a episodi, alla Creepshow, fanno parte della tradizione del genere. Lo stesso Matti aveva partecipato a operazioni di antologie quali Silent Terror o The ABCs of Death 2. Viene da chiedersi quale altro regista riuscirebbe a fare un centrifugato tra archetipi di genere e satira sociale, con abbondanza di colpi bassi stomachevoli e politicamente scorretti.

Info
Rabid sul sito del Far East.

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