Ritratto di famiglia

Ritratto di famiglia

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Presentato in concorso a Venezia 79, Les miens (in Italia Ritratto di famiglia) è il sesto film da regista per Roschdy Zem, il ritratto di una famiglia maghrebina, di estrazione borghese, che deve fare fronte all’improvviso malanno di uno dei suoi membri. Film garbato, ben scritto e con personaggi ben costruiti, e sentiti, ma che non sembra proprio un film da festival, tantomeno da concorso veneziano.

Le bonheur de vivre

Moussa è sempre stato premuroso, altruista e disponibile nei confronti della sua famiglia, al contrario del fratello Ryad, presentatore televisivo di successo, criticato da parenti e amici per il suo egocentrismo. Un giorno però una caduta accidentale provoca a Moussa un grave trauma cranico: ormai irriconoscibile, l’uomo parla senza filtri svelando agli amici e alla famiglia brutali verità difficili da accettare, e finisce per litigare con tutti. [sinossi]

Finalmente i terrapiattisti sdoganati nel grande cinema. Avviene con uno dei figli della famiglia protagonista di Les miens (in Italia Ritratto di famiglia) di Roschdy Zem, film in concorso a Venezia 79. Un giovane che vede ovunque il complotto delle big pharma e che ovviamente non crede allo sbarco dell’uomo sulla Luna, è stato solo un filmato girato da Stanley Kubrick. Un campionario di umanità rappresentato nella grande famiglia di origine marocchina, non poteva non prevedere anche una componente di complottisti. Tutto emerge nella scena iniziale del film, durante una grande riunione famigliare, una cena caotica e fracassona, non certo compita come abitudine occidentale. Una grande bonheur de vivre nelle occasioni conviviali mostrate nel film, e uno spirito collettivo famigliare, dove ci si aiuta reciprocamente. Questo è il ritratto della famiglia maghrebina trapiantata in terra di Francia.

Ritratto fornito dal regista Roschdy Zem, noto anche come volto del cinema francese. Ci riporta a quelle rappresentazioni delle comunità di origine maghrebina di alcuni film di Kechiche, come Cous cous. Con la differenza che la famiglia di Ritratto di famiglia è altolocata, anche se non paiono esserci differenze significative nello stile di vita. Moussa lavora in una società finanziaria, in un ruolo di rilievo, mentre il fratello Ryad (interpretato dallo stesso Zem) è addirittura un conduttore televisivo, di una trasmissione sportiva. Moussa è un uomo separato, con figli, e vive in quel momento la fase del divorzio. In ufficio lavora fino a tardi e quando la dipendente più giovane lo invita a una festa, non esita ad accettare. Forse tra i due potrebbe esserci una punta di attrazione, che spinge lei a invitarlo e lui ad accettare, ma non lo sapremo mai. Perché a quella festa Moussa, dopo aver ballato come un forsennato, ubriaco e sfatto, cade rovinosamente, riportando un trauma cranico o una commozione cerebrale. Diventa così non autosufficiente, ma in famiglia tutti, a partire da fratello e sorella, si alternano nel dargli aiuto, nelle faccende domestiche e portandolo in gruppo alla visita neurologica. Solo il figlio terrapiattista si rivela quale un nerd ingrato, che non riesce a distogliersi dai suoi videogiochi anziché aiutare lo zio. L’incidente di Moussa e la sua successiva infermità, sono come un pretesto per Roschdy Zem per entrare in quella famiglia esplorando le dinamiche interne.

Come si è detto, un gruppo di marocchini che ce l’ha fatta, a differenza di tanti marginali delle banlieue che intasano il cinema d’oltralpe. Come un clan dove ci si aiuta reciprocamente, anche nel trovare un posto di lavoro. E si fa fronte comune alle avversità: quando i fratelli portano Moussa alla visita neurologica si trovano di fronte un medico che, dopo la sbrigativa diagnosi, chiede subito un’esosa parcella. Una famiglia di ricchi che vivono come dei poveri, che mantiene uno stile di vita sobrio, che sente l’importanza dei legami consanguinei. Evidentemente un film con componenti autobiografiche per Roschdy Zem, laddove vuole mostrare una certa persistenza della cultura d’origine, pur in forme diverse, di un cordone ombelicale mai rescisso nei confronti della madrepatria, pur da parte di soggetti perfettamente integrati nella società francese. Forse solo le nuove generazioni, vedi il figlio terrapiattista, supereranno il retaggio d’origine e forse non nel migliore dei modi. Non tutto è idilliaco comunque. La botta in testa, dopo un iniziale stato di sonnolenza, fa sì che Moussa perda ogni freno inibitorio e si tolga tanti sassolini nella scarpa relativi alle sue frustrazioni, a quello che per lui non va in famiglia. Ma il decorso stesso del suo stato di salute non è seguito puntigliosamente dal film, che alla fine si chiude con un finale di speranza. Un’altra cena famigliare, un’altra immagine di felicità. Film ben scritto, film di personaggi, sentiti, e attori, film corale. Ma non un film da festival e tantomeno da concorso veneziano.

Info
Ritratto di famiglia sul sito della Biennale.

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