La decima sinfonia

La decima sinfonia

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Presentato alle Giornate del cinema muto 2022, La decima sinfonia (La dixième symphonie) è un’opera del grande Abel Gance, girata nel 1917 ma uscita solo un anno dopo, a guerra quasi finita. Precursore dell’impressionismo francese degli anni Venti, il film è un melodramma dove la scrittura si converte in immagine e musica, dove la narrazione si concentra su due principali elementi artistici, le armonie di Beethoven e la figura scultorea della Nike di Samotracia.

Tra Beethoven e Samotracia

Eve Dinart, è vittima delle trame di un essere spregevole, Fred Ryce, che la ricatta, minacciando di distruggere la serenità famigliare che si era costruita sposando il celebre compositore Enric Damor. Questi, sconvolto dalle insinuazioni di Fred, si immerge totalmente nella composizione di quello che sarà il suo capolavoro, La dixième symphonie appunto. [sinossi]

Vedere oggi un film muto di Abel Gance significa sempre sorprendersi per quanto fosse avanti il grande cineasta francese, per come avesse escogitato soluzioni tecniche, come cineprese appese a un filo, telecomandate, che consideriamo acquisizioni recenti. Per esempio con il digitale si arriva a poter cambiare l’aspect ratio di un film all’interno della sua proiezione. Gance ci era riuscito già in una sequenza chiave de La decima sinfonia (La dixième symphonie), come è stato possibile apprezzare nella recente proiezione di questa opera giovanile del grande regista, alla 41a edizione delle Giornate del cinema muto di Pordenone, nella sezione Il canone rivisitato. La scena clou del film, un momento di ballo onirico con cui si visualizza la grandiosa composizione musicale appena scritta dal protagonista, di fatto diventa anamorfica, dal formato classico del muto 1.3, iscritta da due bande, una superiore e una inferiore, con delle decorazioni come ad assimilarle alla base di una ribalta di un palcoscenico teatrale.

Girato tra settembre e ottobre 1917, ma uscito solo a novembre dell’anno successivo a Prima guerra mondiale quasi finita, La decima sinfonia rappresenta ancora un’opera giovanile di Gance. Sono ancora lontani i suoi capolavori, ma già aveva realizzato l’incredibile La follia del dottor Tube dove aveva sperimentato altre forme di distorsione e deformazione dello spazio. In questo film confluisce la concezione del regista di cinema come una summa di tutte le arti, le sue conoscenze mitologiche, esoteriche, il suo contemplare anche l’arte orientale. Da subito Gance mette in scena i punti di riferimento artistici, in cui si incarnano i personaggi. Una lettera scritta, come ce ne saranno tantissime nel film, contiene una citazione del compositore Hector Berlioz, «6 febbraio 1830. Devo iniziare un lavoro, se no il mio panico infernale prenderà il sopravvento», un artista verso cui Gance sentiva una grande affinità e sul quale avrebbe lavorato a un biopic. Quindi viene presentato il personaggio di Enric Damor, anch’egli musicista, fervente seguace di Beethoven, sul cui volto viene sovrimpressa la maschera mortuaria del grande “Ludovico van”, come lo definiva Alex di Arancia meccanica. Segue poi, nella presentazione della protagonista femminile, Eve, la sua trasfigurazione nella scultura della Nike di Samotracia, la figura della dea alata della mitologia greca, simbolo di vittoria nelle competizioni sportive nonché belliche. Entrambe le figure appartengono al percorso artistico di Gance. Sul compositore tedesco avrebbe poi realizzato il film Un grande amore di Beethoven (1936), mentre sulla dea greca aveva scritto un’opera teatrale nel 1914, concepita per Sarah Bernhardt.

Sotto lo sguardo severo della statua di una divinità indù, avviene la prima scena allusiva di un omicidio fuori campo. Una pistola fumante impugnata da Eve, che volge lo sguardo dall’altra parte, e si copre il volto. Lei non vuole vedere ciò che noi vediamo, il corpo di Vara, esanime sul divano, la sorella di Fred Ryce, il quale accorre a soccorrerla, di spalle poi voltandosi. Il gioco degli sguardi è fondamentale. L’uomo costringerà Eve alla visione coatta del cadavere della donna che lei ha ucciso, al contempo mostrandone il volto allo spettatore. La triangolazione dei punti di vista, Fred, Eve e la camera, fa cominciare il cinema partendo da un dramma-prologo che viene omesso, trascurato dalla forza delle immagini, che si era già consumato. La narrazione, che riparte dall’anno successivo, non ci tornerà più, se non come occasione di ricatto di Fred su Eve, non sapremo mai il motivo che ha spinto la donna a quel delitto, e del tutto rimosse anche le implicazioni morali per il personaggio. Né viene detto cosa sia successo per quell’omicidio in termini di indagini delle forze dell’ordine. Situazioni violente, crimini, omicidi sono propri del primo cinema di Gance, da Il diritto alla vita (Le droit à la vie, 1917) a Desiderata (Mater dolorosa, 1917). Una nuova combinazione di sguardi e puntamenti di pistola sarà nella scena del duello che contrappone il sempre perfido Fred con l’altro spasimante della figlia di Damor. Duello che inizia in campo lunghissimo proprio come Kubrick risolverà l’inizio di Barry Lyndon.

Il dramma che segue si gioca sul passaggio continuo tra parola scritta, immagine e musica. Gance fa uso molto abbondante di appunti, foglietti scritti per portare avanti la narrazione, oltre ai normali intertitoli. A questi si aggiunge la partitura sul pentagramma, che a un certo punto è anche frammista a ulteriori scritte, il titolo della nuova opera. Il nucleo di La decima sinfonia verte sull’arte e sulla creazione artistica, e su come questa possa essere il risultato di travagli, pene della vita. Lo dice lo stesso compositore Enric Damor: «La sofferenza o uccide o crea». E la sequenza sonora è introdotta da una citazione da Heinrich Heine, il poeta tedesco ottocentesco: «Dalle mie grandi afflizioni ricavo piccoli canti, che agitano il loro piumaggio sonoro fino a prendere il volo». Un richiamo anche alla figura simbolica, ricorrente nel film, di uccelli, vivi o morti, e alle ali della Nike di Samotracia. La decima sinfonia, partorita dalle vicissitudini drammatiche dei protagonisti, si pone idealmente come un nuovo stadio nell’evoluzione musicale, dopo la Nona di Beethoven, laddove in corrispondenza al coro di quest’ultima, Gance usa l’immagine come nuova dimensione del linguaggio musicale. Gance visualizza, come si è detto, questa nuova partitura, eseguita da Damor al pianoforte con l’ausilio di una violinista, con un découpage della sinfonia di gioiosa intensità dionisiaca, romantica o di primitivismo naïf, di una danzatrice che balla in mezzo alla natura, in riva a un laghetto e in un bosco, mentre le due bande, di cui si è detto, sono decorate in spirito art déco, con immagini acquatiche e di uva, colorate a mano sul fotogramma con la tecnica Pathécolor. Una dissociazione dall’ambiente in cui la musica è eseguita, un interno borghese decadente, come quelli che abbondano del film, fittissimo di ornamenti. Con montaggio alternato, Gance torna nella stanza, inquadra Damor al pianoforte, ed Eva nella sua trasfigurazione nella Nike. Gance ha impiegato una danzatrice dell’Opera per quella scena, Ariane Hugon, e ha commissionato a un compositore, Michel-Maurice Levy, di musicare quella scena con una partitura da eseguire, ovviamente, da un’orchestra alla proiezione del film. Con La decima sinfonia, Abel Gance costruisce una metafora sull’arte, tra poesia, classicismo, romanticismo ed esoterismo, che inizia con la figura di Damor cui si sovrappone la maschera di Beethoven, e si chiude con lo stesso volto del regista nei crediti di coda. Gance si mostra al pubblico, chiudendo così il cerchio di quell’ideale incrocio di sguardi iniziale, e dichiarando la sua immedesimazione nella figura suprema dell’artista.

Info
La decima sinfonia sul sito delle Giornate del Cinema Muto.

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