Pamfir

Una terra di riti pagani e suggestioni fuori dal tempo, un padre che lotta per la sua famiglia, l’impossibilità di redenzione: tanti temi, tutti abbastanza canonici, si affastellano nel corso dei 106 minuti di durata di Pamfir, esordio nel lungo del regista/sceneggiatore Sukholytkyy-Sobchuk. Ma sono il modo di trattarli e lo stile registico a fare la differenza. In Concorso al 40mo Torino Film Festival, dopo aver mietuto premi in giro per il globo.

Il Carnevale dei mostri

In un villaggio nell’Ucraina occidentale, alla vigilia del suo tradizionale carnevale, Pamfir si unisce alla sua famiglia dopo mesi di assenza. I legami che uniscono questa famiglia sono così forti che quando Nazar, il suo unico figlio, dà fuoco alla chiesetta locale, Pamfir non ha altra scelta che riconnettersi con il suo travagliato passato per riparare all’errore di suo figlio. Si imbarca quindi in un traffico rischioso che lo porterà a prendere decisioni con conseguenze irreversibili [sinossi]

Sviluppato all’interno della factory di coproduzione europea e sviluppo di progetti TorinoFilmLab, Pamfir è l’esordio alla regia (e sceneggiatura) di lungometraggio per un cineasta ucraino, Dmytro Sukholytkyy-Sobchuk, che alla soglia dei quarant’anni, e dopo aver frequentato vari corsi e accademie in giro per l’Europa, si dimostra più che pronto per inserire il suo nome, di non facilissima pronuncia, tra quelli da tenere presenti per il futuro prossimo. Come spesso capita negli esordi, inserisce il sostrato culturale della regione di provenienza e piccole esperienze biografiche; come non spessissimo capita negli esordi, il suo stile registico appare già maturo e rodato, sia per padronanza tecnica del mezzo che per il suo uso espressivo. Al confine tra Ucraina e Romania, in piccoli paesini inchiodati al secolo scorso, tra illegalità e corruzione diffusa, va in scena la lotta per la sopravvivenza di chi ha solo le proprie mani e la forza delle braccia come capitale su cui investire, e che proprio per questo è disposto a tutto purché la propria progenie non debba avere il medesimo destino. Si potrebbe dire (cinicamente, ma la distribuzione cinematografica non è un pranzo di gala) che la tragedia bellica che sta sconvolgendo il territorio ucraino potrebbe funzionare da volano o da catalizzatore d’interesse per l’importazione nostrana, per questo e per altri film di recente, Klondike di Maryna Er Gorbach, e meno recente, Donbass di Sergej Loznitsa, realizzazione, ma non crediamo che l’invito verrà raccolto più di tanto, se escludiamo la “solita” Mubi, piattaforma dedicata all’arthouse presente e passata. Al contrario dei due film sopracitati, Pamfir è ambientato al confine opposto, quello occidentale, rispetto ai territori invasi da Mosca, ma le tensioni tra filorussi e non escono fuori anche qui, in più di una linea di dialogo.

Pamfir è il nomignolo con cui tutti appellano Leonid (Oleksandr Yatsentyuk), mutuato dal nonno paterno: quest’ultimo dipinse un’icona per la Chiesa locale, o almeno così si narra, venne tacciato di superbia dal prete, si mise di conseguenza a costruire stufe per riscaldare la gente e non parlò mai più di religione, arrivando a rifiutare persino l’estrema unzione. Secondo il Pamfir originale, la religione va abbandonata ad un certo punto della propria vita, appena si capisce la propria strada nel mondo. Nemmeno il nipote ha più rapporti con l’ortodossia da quando è andato a lavorare lontano, “in città”, ma lo scavo di un pozzo commissionato dal parroco innesca una serie di eventi che lo costringeranno, suo malgrado, a tornare a frequentarla. Leonid/Pamfir è andato via, lasciando moglie e figlio in paese, dopo questioni dolorose che scopriremo nel corso del film, e che coinvolgono i suoi stessi genitori, il fratello, i conoscenti; tutti vogliono che ritorni, ma i motivi non sempre tengono da conto il suo bene. Nella prima inquadratura, Pamfir indossa il costume tipico del Carnevale pagano locale, paglia come abito e una maschera animalesca: in un lungo e articolato piano sequenza, scopriamo che è appena tornato dopo lunga assenza, e si mostra, così celato, prima al figlio e poi alla vecchia madre. La celebrazione del Carnevale occuperà poi tutta l’ultima parte, quando vari eventi narrati in parallelo condurranno alla risoluzione, se tragica o salvifica (o deludente, non è da escludere) starà allo spettatore decidere. I costumi rappresentano un’estrinsecazione simbolica magari semplice ma indubbiamente funzionale, i maschi della zona mantengono un substrato animalesco, una caratteristica “da branco” che istintivamente porta a sottostare al più forte, e il più forte (qui rappresentato dal capo delle guardie forestali e di frontiera, vero e proprio piccolo dittatore e/o capomafia) è disposto ad ogni azione lecita e illecita per restituire sempre e comunque l’idea di detenere quella forza e il potere. Un immutabile predestinazione, sociale ed esistenziale, da cui Leonid vuole affrancare il suo unico figlio che, al contrario dei suoi genitori, sta frequentando la scuola superiore.

Nulla di nuovo né di particolarmente progressista, dunque, ma la vera forza dell’opera sta nella brutale potenza di alcune sequenze, orchestrate sempre in piani unici e coreografate senza dare l’impressione di eccessiva programmaticità nei movimenti (si veda per tutte il pestaggio subito da Pamfir, che resiste a ondate di aggressori armato solo dei suoi pugni prima di soccombere, inevitabilmente) e nella progressione simbolico/narrativa. Schiacciati tra il rispetto verso una Chiesa asservita al Male e un ancestrale paganesimo atto solo a perpetuare le legge del più forte, questi personaggi affrontano con coraggio una quotidianità di fango e fatica, con l’unica possibilità del contrabbando o dell’emigrazione per affrancarsene. La pressoché totale assenza di Stato, legge e giustizia (si viene arrestati, ma “solo” per aver tentato di condurre affari in territorio altrui, e pagando si scampa a tutto) arriva ad essere, seppur all’apparenza in forma indiretta, l’ennesima rappresentazione dello sfacelo post dissoluzione dell’Unione Sovietica, con transizioni democratiche, anche dove effettuate come in Ucraina, non completate appieno né mature. Ad una cricca di quadri di partito si sono soltanto sostituite altre cricche, specie nelle periferie e nelle campagne. Al culmine del Carnevale pagano, alla stregua del Wakanda marvelliano, il re della festa sfida in un corpo a corpo chi desidera cimentarsi in tenzone, per ribadire il suo predominio, e la camera segue questo corteo dove, su una portantina, siede il possidente in maschera cornuta, e attorno tutti urlano, ululano, ruggiscono, fino ad arrivare alla deposizione e alla celebrazione. L’ultimo piano sequenza, uno dei più articolati, attraversa la festa, la partecipazione è febbrile e solenne al contempo: peccato che l’unico che davvero avrebbe potuto battere il re non è mai arrivato alla pugna, perché non si può davvero battere il re, forse nemmeno provarci. Un esordio non certo ottimistico, dunque, ma il regista coglie sprazzi di umanità e di diversità anche in questa terra difficile, ed è l’unica speranza che sembra concedersi, e concedere alla terra stessa. Il film è realizzato e completato prima della catastrofe bellica: chissà se sarà proprio un evento così traumatico, come è successo per tanti Stati compreso il nostro, a cambiare drasticamente l’andazzo. In quale senso, e con quale territorio, è una cosa che ad oggi, purtroppo, non è dato ancora sapere.

Info
Pamfir sul sito del TFF.

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