Scarlet

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Presentato fuori concorso a Venezia 2025, Scarlet di Mamoru Hosoda prosegue lungo la linea già tracciata da Belle, guardando convintamente alle platee internazionali e scegliendo di ibridare gli stilemi tecnici, estetici e narrativi dell’industria degli anime con elementi nordamericani ed europei. Un’animazione che vorrebbe essere, anche nel contenuto, universale. Una direzione che al momento sembra meno fertile rispetto alla precedente e spesso prodigiosa filmografia di Hosoda.

Rosencrantz e Guildenstern sono morti

La protagonista di questa potente avventura animata tra le pieghe del tempo è Scarlet, principessa medievale ed esperta spadaccina che intraprende una pericolosa missione per vendicare la morte del padre. Si ritrova sconfitta e ferita a morte in un mondo surreale, dove incontra un giovane idealista dei nostri giorni che non solo la aiuta a guarire, ma le mostra anche la possibilità di un futuro libero da rabbia e amarezza. Quando si trova nuovamente di fronte all’assassino di suo padre, Scarlet deve affrontare la sua battaglia più ardua: riuscirà a spezzare il ciclo dell’odio e a trovare un senso alla vita al di là della vendetta? [sinossi – biennale.org]

Alla base di Scarlet di Mamoru Hosoda (Mirai, The Boy and the Beast, Summer Wars), dal punto di vista tecnico\artistico, è evidente nonché ampiamente dichiarata l’idea di ibridare alcune caratteristiche delle produzioni animate nipponiche, statunitensi ed europee. In tal senso, un passo più in là rispetto al precedente e già internazionale Belle. A farla breve, un melting pot che guarda ai character design del Sol Levante ma anche a quelli disneyani (ritroviamo infatti Jin Kim, animatore e designer di lungo corso della Casa del Topo, dai tempi di Darkwing Duck fino ai più recenti Encanto, Raya and the Last Dragon, Zootropolis, Big Hero 6 e via discorrendo), all’animazione tradizionale (se così vogliamo ancora chiamarla), alla computer grafica, al cel shading, alle scenografie fotorealistiche – e soprattutto qui emergono lampanti limiti di fluidità e coesistenza delle animazioni.
Anche sul piano narrativo, con elementi danteschi e shakespeareani, l’obiettivo è la platea globale, qui chiamata a sostenere una sognante e generica pace universale. Bene, ma non troppo. Meno sfarzoso di Belle, pur con alcune sequenze ispirate (soprattutto l’incipit oscuro, orrorifico, dantesco senza bisogno di sottolinearlo), nuovamente traballante sul piano narrativo, Scarlet sembra allontanarsi ancor di più da quello stato di grazia che ha accompagnato il cineasta giapponese per gran parte della sua carriera.

«Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate». Rosencrantz e Guildenstern. La Danimarca. Rimandi un po’ troppo insistiti che sembrano voler per forza impreziosire ma soprattutto sostenere uno script che altrimenti apparirebbe fin troppo esile. Un rinforzino che ha i contorni di una coperta corta, troppo corta anche sul versante artistico e tecnico, quell’animazione che in altri tempi viaggiava allo stesso ritmo e livello delle intuizioni e intenzioni narrative di Hosoda – e di Satoko Okudera, cosceneggiatrice di Wolf Children, Summer Wars e La ragazza che saltava nel tempo.
Tornando con la mente a due progetti sulla carta irrilevanti eppure sorprendenti come Digimon Adventure (1999) e Digimon Adventure: Il nostro gioco di guerra (2000), oppure scomodando i lenti e commoventi carrelli laterali di Summer Wars e Wolf Children, ci si rende presto conto dell’evoluzione – a nostro parere dettata proprio dall’ibridazione e dagli attuali limiti della computer grafica – della messa in scena hosodiana. A tratti affascinante sul piano visivo, grazie soprattutto alle scelte cromatiche e di chara design, Scarlet ondeggia tra una messa in scena spesso forzatamente statica (si vedano le sequenze con fondali en plein air) e dei movimenti di macchina eccessivamente meccanici, ancora una volta figli del ricorso alla CGI (ad esempio, la sequenza contemporanea, con la fiumana di gente che balla per le strade, oppure la stridente finta soggettiva nella parte finale). Allo stesso modo, alcuni elementi narrativi, in primis le parti canore, sembrano rispondere esclusivamente a necessità commerciali – insomma, non siamo poi così distanti dall’indigestione idol di One Piece: Red.

Al di là della precedente filmografia hosodiana, è difficile non pensare a un ben più riuscito crocevia tecnico, artistico e tematico, ovvero Metropolis, diretto da Rintarō, scritto da Katsuhiro Ōtomo e ispirato alle opere di Osamu Tezuka, a sua volta illuminato dal capolavoro di Fritz Lang. Ecco, proprio lì, nonostante una CGI con tutti i limiti di fine millennio, coesistevano perfettamente tutte le varie strade, a partire dalle architetture in computer grafica e dai chara design squisitamente tezukiani (e, quindi, anche un po’ disneyani). In attesa di scoprire come proseguirà il cammino del più che talentuoso Hosoda, guardiamo con una certa preoccupazione – anche più in generale, per l’animazione – al sentiero tracciato dal successo di prodotti come KPop Demon Hunters e a un’idea di ibridazione piuttosto contraddittoria.

Info
La scheda di Scarlet sul sito della Biennale.

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