Belle

Dopo aver raccolto entusiastici giudizi a Cannes e nei successivi passaggi festivalieri, troviamo nelle sale italiane Belle, ultima ambiziosissima fatica di Mamoru Hosoda, forse il nome attualmente più atteso tra gli autori dell’industria degli anime. Forte di prestigiose collaborazioni, Belle è uno spettacolo sfarzoso, un caleidoscopio seducente, ma narrativamente fragile, dalle crepe quasi spiazzanti.

The Girl and the Beast

Suzu è una liceale di diciassette anni, vive in campagna con il padre, chiusa in se stessa dopo aver perso la madre da piccola. Timida e impacciata, Suzu entra in [U], un mondo virtuale in cui diventa Belle, avatar di fama mondiale per la sua voce straordinaria: qui incontra un drago misterioso con cui intraprende un viaggio avventuroso alla ricerca della loro vera natura… [sinossi]

Labile è il confine tra temi ricorrenti e déjà vu, tra perfezionamento e replica, persino tra esaltazione e dubbio. Salutato in tempi oramai lontani come il nuovo Miyazaki, un po’ per la traiettoria poco fortunata del Castello errante ma soprattutto per il più che ispirato La ragazza che saltava nel tempo, Mamoru Hosoda è da anni e da un buon numero di opere una delle certezze dell’animazione giapponese: talentuoso e ambizioso, cinefilo e innamorato dell’animazione, perfettamente inserito nei meccanismi produttivi del Sol Levante ma anche teso verso aperture e collaborazioni internazionali, il regista e sceneggiatore ha da tempo conquistato il palcoscenico globale, ha fondato nel 2011 lo Studio Shizu e ha alzato decisamente l’asticella con Belle.
Per accostarsi a questa pellicola, vale la pena recuperare alcuni dei primi lavori di Hosoda, piccoli, probabilmente poco conosciuti dal pubblico occidentale, ma indubbiamente fondamentali. Del lungo percorso che ha portato a Belle, più precisamente alla fantasmagorica realizzazione del social virtuale U, il mediometraggio Digimon Adventure: Our War Game (2000) e il corto Superflat Monogram (2003), firmato insieme a Takashi Murakami, rappresentano infatti i primi decisivi passi: è qui che nasce e si sviluppa l’idea grafica dell’universo digitale hosodiano, una dimensione internetiana dai contorni vagamente cyberpunk, da futuro quasi immediato. Poi, certo, ritroveremo il mondo virtuale espanso, chiamato Oz, nell’ottimo e abbondante Summer Wars, ma sostanzialmente l’idea di base non cambierà. Semmai, aumenteranno budget, dettagli, pixel, tecniche applicate. Nel cinema di Hosoda, da sempre sedotto dalle dimensioni parallele e comunicanti, internet è una bolla in continua espansione, è il luogo delle grandi possibilità, è una delle speranze per il futuro – contrario alla rappresentazione solitamente negativa, Hosoda declina con ottimismo l’altroquando che verrà.

Calibrato sul profilo di utenti giovani, vezzeggiati in Belle anche dai brani pop di questo quasi-musical, il web virtuale di Hosoda sembra però un’anima divisa in due. Da una parte, alquanto stratificato, possiamo ammirare il lavoro di messa in scena, che pesca a piene mani dalla computer grafica, lasciando al mondo reale i tratti e i cromatismi più consueti dell’animazione tradizionale. Pur con qualche riserva, la resa visiva è innegabilmente spettacolare, anche se le mirabilie di Belle funzionano più a bocce ferme che nelle sequenze action. Dall’altra, forse troppo focalizzato sulla declinazione positiva del web, Hosoda sembra cedere a una narrazione didascalica e frammentaria, restituendoci un affresco un po’ troppo basilare e ingenuo delle dinamiche internetiane. La stessa rivisitazione de La bella e la bestia resta in superficie, procedendo a strappi verso snodi narrativi via via sempre meno convincenti – l’impressione, già con The Boy and the Beast e in misura minore con Mirai, è che la fine della collaborazione con Satoko Okudera, che aveva firmato La ragazza che saltava nel tempo, Summer Wars e Wolf Children, abbia tolto qualcosa alle sceneggiature di Hosoda.

Il dubbio è che i temi ricorrenti che ritroviamo in Belle, quasi frettolosi e giocati d’accumulo, siano soprattutto dei solidi appigli per un’ambiziosa operazione produttiva e solo in seconda battuta delle reali necessità narrative. Allo stesso modo, seppur in maniera innegabilmente sfarzosa, l’ennesimo ritorno nell’universo virtuale appare più come una rete di sicurezza, un sentiero già battuto più volte, rassicurante ma in buona parte – almeno qui – esaurito.
Poi, ça va sans dire, Hosoda si dimostra ancora una volta un autore in grado di esplorare con grazia minimalista gli abissi e le zone tumultuose dell’animo umano, dell’adolescenza, dell’infanzia: si vedano ad esempio il lungo incipit, il flashback privo di dialogo, il sapiente utilizzo delle ellissi temporali e del fuoricampo. Più delle sequenze o dei quadri sovraccarichi di preziosismi grafici, ci resta infatti impressa una sequenza che riecheggia la straordinaria misura di Nobuhiro Yamashita: come nella sequenza dell’inceneritore di Linda Linda Linda, Hosoda lavora di sottrazione, tra quadri fissi, fuoricampo e dilatazione temporale, per mettere in scena il siparietto amoroso di Shinjiro e Ruka. Pochi fotogrammi dopo, nel campo e controcampo tra Shinobu e Suzu, riconosciamo ancora una delle cifre stilistiche di Hosoda, capace di racchiudere in pochi istanti e dettagli (la morte dell’umo lupo in Wolf Children) e in calibrati movimenti di macchina (i carrelli laterali di Summer Wars) il senso della vita, della morte, della narrazione.
Il rammarico è che sul piano narrativo, ma sostanzialmente anche estetico (semmai tecnico), Belle aggiunge poco alla filmografia di Hosoda. Lo farà, ci auguriamo, sul piano produttivo e commerciale, sia per lui sia per l’industria degli anime – che, al di là dei successi di Hosoda, Shinkai e di prodotti come Demon Slayer, deve guardarsi le spalle dagli sviluppi futuri dell’animazione asiatica e internazionale.

Info
Il trailer di Belle.
La scheda di Belle su AnimeNewsNetwork.

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