Intervista ad Alessandra Infascelli
Figura discreta ma fondamentale del cinema italiano, Alessandra Riccardi Infascelli ha costruito una carriera di produttrice intrecciando alcune delle stagioni più significative della cinematografia italiana. Il suo ingresso nel mondo della settima arte avviene all’inizio degli anni Sessanta, quando conosce Roberto Infascelli, – regista e produttore come il padre, Carlo Infascelli, e il fratello, Paolo Infascelli, – che diventerà suo compagno di vita e di lavoro. Insieme formano una coppia che sarà protagonista dietro le quinte di tante opere importanti. Il debutto cinematografico di Alessandra Infascelli arriva nel 1965 con Le soldatesse di Valerio Zurlini, girato in Jugoslavia. In quell’occasione, il marito, impegnato nella produzione, la coinvolge in un’esperienza estrema che si trasforma in una lunga avventura nell’Europa dell’Est. Risale a quegli stessi anni l’incontro con Allen Klein, manager dei Rolling Stones, che porta Alessandra e Roberto negli Stati Uniti, dove si lanciano nell’avventura del western, realizzando Un dollaro tra i denti e Un uomo, un cavallo, una pistola, entrambi diretti da Luigi Vanzi (alias Vance Lewis), con protagonista l’attore Tony Anthony. Nel 1971 producono Blindman di Ferdinando Baldi, che vede anche la partecipazione dell’ex-Beatles Ringo Starr. Con l’inizio degli anni Settanta, i coniugi Infascelli si rendono protagonisti di una nuova svolta, intuendo per primi le potenzialità del filone poliziesco all’italiana, noto anche come poliziottesco. La polizia ringrazia (1972) di Steno, alias Stefano Vanzina, apre la strada a un genere che riflette le tensioni sociali dell’epoca: criminalità, terrorismo, poteri occulti, strategia della tensione. Il successo del film spinge la coppia a proseguire su quella linea, producendo La polizia sta a guardare (1973), diretto dallo stesso Roberto Infascelli, e La polizia chiede aiuto di Massimo Dallamano. Nel 1975, gli Infascelli producono La donna della domenica, tratto dal romanzo di Fruttero & Lucentini, diretto da Luigi Comencini e interpretato da Marcello Mastroianni. L’anno successivo arriva un altro loro grande successo, la commedia cult di Steno Febbre da cavallo (1976), con Gigi Proietti ed Enrico Montesano. Proseguono ancora con la commedia, realizzando nel 1977 Tre tigri contro tre tigri, film a episodi firmato da Steno e Sergio Corbucci. La scomparsa prematura di Roberto Infascelli spinge Alessandra ad assumere la direzione dell’attività produttiva. Tra le sue produzioni di fine anni Settanta spiccano Gran bollito di Mauro Bolognini (1977), Da Corleone a Brooklyn di Umberto Lenzi e Luca il contrabbandiere di Lucio Fulci. Negli anni Ottanta, Riccardi Infascelli apre un nuovo capitolo della sua carriera, dedicandosi con crescente interesse al documentario. Insieme ad Alessandro Giupponi, realizza documentari come Alexander Dubček: le radici del futuro (1993), Marconi – Il mago delle onde (2007), Lo splendore della verità: Paolo VI (2018).
Alessandra Riccardi Infascelli rappresenta un nome forse poco noto al grande pubblico, ma imprescindibile per chi voglia comprendere da vicino la storia del nostro cinema. L’abbiamo incontrata a Venezia, durante il Ca’ Foscari Short Film Festival 2025, dove ha fatto parte della giuria del Concorso Internazionale.
Il tuo primo progetto è Le soldatesse, del 1965, di Valerio Zurlini. Che ricordi hai di quel film, con grandi attrici e attori, e del regista?
Alessandra Infascelli: Sono stata buttata su quel set, perché mio marito era figlio di un produttore che era legato al progetto Le soldatesse. Con il regista c’è stata un’amicizia che è durata prima e dopo il film, tantissimo.
Non credi che Zurlini, avendolo conosciuto, sia stato sottovalutato, che non abbia avuto il giusto riconoscimento né dalla critica né dal sistema produttivo?
Alessandra Infascelli: Certo. Era dovuto al suo carattere un po’ radical chic, non frequentava molto gli ambienti del cinema italiano, era molto riservato, molto colto, molto snob per certi versi. Non è stato valorizzato in quel momento. Per me è stato un grande, un grande veramente, io ho imparato moltissimo. Su Le soldatesse: era un film la cui lavorazione doveva durare sette settimane. Noi siamo rimasti lì sei mesi, bloccati, perché Valerio aveva perso completamente il senso. Era duro con tutte queste 14 donne. Era una produzione anche difficile, con un produttore, un co-produttore, Moris Ergas, il marito di Sandra Milo, che non era proprio il massimo tra i produttori in quel momento. Quindi c’erano grandi difficoltà su quel set, grandi conflittualità con i direttori di fotografia, tanti si sono avvicendati. Sono venuti tutti, quindi li ho conosciuti veramente, l’ultimo Dario Di Palma. Zurlini era un uomo straordinario. Forse il suo è stato il più bel necrologio che abbiamo avuto quando è morto mio marito. L’annuncio della sua morte ci è proprio arrivato dal fratello dell’ultima moglie di Valerio. Noi avevamo conosciuto anche le altre, e anche quelle che non erano proprio le mogli ufficiali.
È vero quindi che fosse un donnaiolo? Si dice anche che durante la lavorazione di Le soldatesse intrattenne rapporti con varie attrici.
Alessandra Infascelli: Sono successe cose diverse. In tutto questo bailamme Tomas Milian mi disse, a me che ero una giovane sposa: «Sei l’unica cosa fresca di questo film», perché succedeva di tutto. Ancora mi ricordo quella frase, lui ancora non parlava completamente bene l’italiano. Milian entrò sul set dopo che Valerio decise di cambiare attore a metà delle riprese. Era la terza settimana. Neanche Fellini l’ha fatto mai, no. Valerio, però aveva ragione, intuì la bravura di Tomas. Di Valerio poi si ricorda il cappotto cammello che indossava Alain Delon in La prima notte di quiete.
È vero che fosse proprio il suo, che fece indossare a Delon come in un’immedesimazione?
Alessandra Infascelli: È vero, era il suo cappotto.
Che era uguale a quello di Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi, film proprio dello stesso anno.
Alessandra Infascelli: Credo quello finì nelle mani di Bernardo, di Bertolucci. I cappotti vengono tenuti come quello di Sergio Leone, che lo indossava anche nei suoi set western. I cappotti piacciono, e anche gli impermeabili.
Sei stata coinvolta nei principali generi del cinema italiano, western, poliziottesco, commedia. Una fortunata stagione che poi si è persa. Come mai?
Alessandra Infascelli: Da un lato noi abbiamo avuto la fortuna di produrre nel 1972 La polizia ringrazia, questa meraviglia, con quel titolo poi, che era abbastanza anomalo, desueto nel panorama dell’epoca. Dall’altro ci fu anche la bravura di abbracciare storie vere e avere il coraggio anche produttivamente di prendere quelle storie e di portarle sullo schermo. Come in quel caso la storia di un tentativo di golpe che ci aveva portato un giornalista di Momento-sera. Stava succedendo qualcosa, c’era stato il tentato golpe Borghese, c’era quel clima. Eravamo bravi in quel momento. Io ho fatto la stessa cosa da sola dopo in un altro poliziesco. Ero in vacanza, a Napoli o a Capri. Incontro un giornalista, vedi i corsi e ricorsi storici, se non sbaglio, di Panorama, che mi racconta una storia incredibile. Riguardava Napoli e la lotta di bande per il controllo del contrabbando di sigarette che stava diventando un traffico di droga. E decido di partire con il film, dove c’è tutto quel racconto, compreso l’arrivo dei marsigliesi. Nasce così Luca il contrabbandiere, diretto da Lucio Fulci, film che Tarantino ha fatto diventare un cult negli Stati Uniti. Sono partita con questo film, facendomelo in trincea da sola con mio figlio, orfano, che aveva 12 anni in quel momento, che andava con i contrabbandieri sugli scafi blu, Io lo mandavo dicendo «Che Dio me la mandi buona». E ho fatto questo film straordinario. Convinsi il mio amico Guido Alberti, che veniva da una famiglia di industriali, proprietaria del Liquore Strega, a fare un ruolo. Quindi questo film è stupendo, racconta una storia vera. E l’ho fatto con i veri contrabbandieri, da cui dipende anche la riuscita del film. La produttrice donna comunque creava un’attenzione, la produttora la volevano incontrare. Mi fanno un summit a Napoli, che ancora mi ricordo. Vado da sola con il mio organizzatore e trovo tutti, questo lo posso dire perché sono morti: Michele Zaza, Alfredo Bono, tutta la mafia napoletana. Mi dicono: «Noi siamo con lei, le mettiamo noi a disposizione gli scafi veri». E io ho, senza pagare una lira, fatto il film con i veri scafi blu da Santa Lucia. Quelli che andavano a 300 all’ora, al volo, dove mandavo mio figlio ogni tanto. Devo raccontare anche questa storia perché è bellissima. Tarantino la sa perché gliel’ho raccontata. Una sera ero al Vesuvio, facevamo l’ordine del giorno, e arriva questo signore per bene che loro mandavano avanti, per dire: «Non si può girare domani, perché abbiamo lo scarico, viene la nave madre». E io dico: «Qual è il problema?» Siccome nel film c’era questa scena dello scarico, all’inizio. «Datemi un’ora, chiamo la produzione e cambiamo. Domani si gira ma fate finta che non gireremo». Invitai a cena il tenente della finanza, uno spezzino. Sapeva che stavamo girando e mi chiedeva come procedesse la lavorazione. Gli dico: «Domani facciamo una scena importante, lei stia con me, mi inviti sulla sua motovedetta. Però stiamo lontani, non facciamo onda». E loro hanno scaricato, veramente. Io avevo tutti i cartoni finti, c’era lo scarico, la scena era uguale, solo che abbiamo scaricato le sigarette vere. E lui diceva: «Stupendo, non ci muoviamo». Sono rimasta sulla motovedetta sei o sette ore, e abbiamo fatto. Credo che lo abbia saputo dopo, però non l’ho più sentito, non mi ha arrestato più. Mi sono stati grati i contrabbandieri, devo dire.
Questi racconti avventurosi sembrano appartenere a un’era d’oro del cinema. Immagino che non esistano più produttori così. Ora i produttori sono banche, società finanziarie. Come vedi il sistema produttivo attuale?
Alessandra Infascelli: I produttori ora quasi non vanno più sul set. Noi eravamo in trincea. Tutto è cambiato, anche i polizieschi. Anche i Manetti, che stimo moltissimo, che conosco, amici di mio figlio, non so perché, non sono la stessa cosa. I loro film sono bellissimi, fanno operazioni interessanti. Una volta però c’era una verità, cose vere. Per La polizia ringrazia, noi abbiamo avuto veramente la mala romana che è venuta a vedere che cavolo succedeva in via Veneto, dietro il cinema Rivoli, presidiato dalle macchine della polizia per l’anteprima del film. Erano anche tempi diversi, però i produttori così come noi non si trovano più. Io ancora lo faccio, ancora vado a rompere le palle, vado sul set.
C’era anche un’artigianalità forse, che adesso si è persa.
Alessandra Infascelli: Non c’è più, è più un’industria, più un mestiere che il produttore fa dall’alto e manda giù i gregari. Invece noi siamo cresciuti con un’altra esperienza, per questo io ho dei vantaggi. E ai giovani cerco di insegnarlo, che è importante.
Quanto è importante invece far parte di una dinastia, di una famiglia di produttori, come i De Laurentiis?
Alessandra Infascelli: Quando in questi giorni mio figlio Alex mi ha annunciato di aver aperto una società, perché vuole cominciare a produrre, gli ho detto di venire a scuola da me, perché altrimenti non ne è capace. È un mestiere diverso, lui ha vissuto un po’ con me, poco col padre purtroppo, ma con me ha visto un po’, anche perché è stato mollato per andare sui set, quindi sa. Io sono molto contenta di aver fatto questo mestiere, sono stata fortunatissima, anche perché ho avuto vicino i grandi, i grandi veramente. A vent’anni sono stata buttata in questo mondo, ero pure iscritta a medicina, pensi, sono un medico mancato.
Hai avviato tuo figlio nella carriera di regista?
Alessandra Infascelli: No, mio figlio è stato prima un bravissimo regista di videoclip musicali, perché nasceva musicista, poi l’avventura americana, poi a un certo punto decide di fare cinema. Mi telefona e mi dice che deve comprare i diritti di un romanzo. Avevamo deciso comunque che insieme non avremmo lavorato, lui mi disse di non preoccuparmi. Si trattava di Almost Blue per cui poi ha preso il suo primo David. C’erano quattro grandi produttori in lizza per prendere quei diritti all’Einaudi del romanzo di Carlo Lucarelli, ma io l’ho spuntata. Il come ve lo racconterò nel libro che sto scrivendo. Si tratta dell’abilità della scuola precedente di cui stiamo parlando. È stata un’avventura, gli ho preso il contratto, l’ho incardinato con la regia di Alex Infascelli, e poi l’ho passato alla Cecchi Gori che aveva perso. In quel momento lui non aveva ancora litigato con Rita Rusić. Lei era entusiasta di Alex, voleva farne un mega film con Jeremy Irons. Io per prima, da produttrice, pensavo che fossero matti, per un’opera prima. Ma poi è successo quello che è successo, e la signora si è levata. Vittorio Cecchi Gori ha così contattato Alex: «Faccio il tuo film ma scordati i miliardi». Aveva cominciato a dire, da vecchio produttore – Vittorio non era come il papà –: «Mettiamo quest’attore qua, quest’attore qua», ma Alex l’ha fermato e gli ha detto: «Così non lo faccio, te lo faccio a questo prezzo». Alex è stato molto bravo, anche perché usciva da una storia di droghe, di eventi che racconta nel libro che ha scritto, Now, here, nowhere. Ora, qui, da nessuna parte. Ora fa un film, prodotto con Lorenzo Mieli, il film che è la storia della sua vita americana, dell’esperienza che ha fatto, della sua carriera. Tanti sono nati con lui, Marco Giallini, Claudio Santamaria.
A proposito della vostra avventura americana dei primi anni Settanta, gira questa bellissima foto che ti ritrae insieme a Liza Minnelli e Gene Hackman. Che ricordo hai di quest’ultimo ora, dopo la sua scomparsa in queste circostanze così tristi?
Alessandra Infascelli: È stato un incontro straordinario. Quando mi hanno chiamato per dirmi quello che è successo, mi sono sentita come se avessi vissuto una terza vedovanza, perché veramente è stato un incontro incredibile. Mi ha scioccato, una cosa così orrenda per un uomo intelligente, colto, simpatico. Non sembrava perché nei film spesso era antipatico. Ci siamo sentiti fino a cinque, sei anni fa. Questo finale di vita… Che si fosse ritirato con questa moglie molto più giovane di lui lo sapevamo. Che lui fosse in una situazione di Alzheimer, comunque di degenerazione, demenza, si può comprendere. Però mi domando il tipo di vita che facesse. Era un uomo raffinato, che amava il buon vino, la buona cucina, la musica, che amava la bella vita. Come ti riduci a vivere senza nemmeno qualcuno che ti entri in casa per le pulizie? E non aveva problemi economici. Non ha mai avuto rapporti straordinari con i figli. In questo mestiere è difficile. Ma come mai non ti hanno chiamano sapendo che sei in questa situazione, affidato poi a una compagna di 63 anni malata. C’è qualcosa di così orrendo in questo finale che non riesco a capire. Mi dispiace pure per il cane, perché anche lui era un “canaro” come me.


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