Castelli di sabbia

Castelli di sabbia

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Quando Elizabeth Taylor e Richard Burton recitavano insieme, facendosi tagliare su misura contenitori per il loro divismo da gossip: Castelli di sabbia è una tarda opera di Vincente Minnelli, sceneggiata tra gli altri da Dalton Trumbo per un melodramma stanco e ambizioso. In dvd per Sinister e CG.

Laura Reynolds, pittrice solitaria e anticonformista, si vede portar via il figlioletto, affidato da un giudice a una scuola religiosa dopo aver combinato l’ennesimo guaio. Il fondatore e direttore della scuola è il pastore protestante Edward Hewitt, uomo sposato e di salda moralità, presto incuriosito e affascinato dalla madre del bambino, donna dallo stile di vita diametralmente distante rispetto al suo… [sinossi]

C’è stato un momento in cui Elizabeth Taylor e Richard Burton si sono fatti travolgere dall’autocompiacimento. Lei di splendida bellezza, ancorché attrice discontinua e un tantino sopravvalutata; lui grandissimo interprete, invischiato in un matrimonio che pian piano si trasformava in psicodramma mondiale, conseguenza di un gossip probabilmente alimentato dai suoi stessi protagonisti. Mentre il mondo parlava di loro, della loro passione illecita, dei necessari divorzi di entrambi per convolare a giuste nozze e poi delle frequenti liti alcoliche, i due superdivi decidevano di fare coppia pressoché fissa anche al cinema, giocando più o meno volontariamente su compiaciute sovrapposizioni tra finzione e realtà. Tra i numerosi film che i due realizzarono insieme fino al 1973, anno della loro definitiva separazione, fanno eccezione soltanto il fatale Cleopatra (1963) di Joseph L. Mankiewicz, sul set del quale scoppiò la loro passione, l’ottimo Chi ha paura di Virginia Woolf? (1966) di Mike Nichols, e l’apprezzabile La bisbetica domata (1967) di Franco Zeffirelli. Il resto è spesso poco memorabile, e purtroppo non fa eccezione nemmeno Castelli di sabbia (1965) del grande Vincente Minnelli, riproposto adesso in dvd da Sinister e CG. Si tratta del terzo film realizzato dalla coppia Taylor-Burton, freschissimi di matrimonio e alle prese con un melodramma che vuol conferire una patina di tormento intellettuale ai due in un gioco di specchi tra vita reale e vita immaginata.

Sulla carta il film aveva ottime credenziali, dal momento che coinvolge diverse gloriose personalità della Hollywood del passato e di quel presente. Per Minnelli si tratta del terzultimo film, e sia pure in una generale e avvertibile stanchezza il suo resta il contributo creativo più sincero e generoso alla resa dell’intero film. La mano di Minnelli rimane inconfondibile, dalla ricchezza cromatica alla preziosa fotografia, al tentativo di epica romantica affidato alle riprese delle coste del Big Sur in California. È la Hollywood più bella, più classica e più distillata, in uno dei suoi ultimi canti del cigno. Siamo nel 1965, la contestazione è alle porte, la New Hollywood pure, e in tal senso Castelli di sabbia porta in sé anche l’aria di un’opera decadente e disperatamente attardata, che si confronta con nuovi temi e nuove epoche cercando di incastonarle nelle proprie cornici espressive.
In sede di sceneggiatura troviamo tra gli altri nientemenoché Dalton Trumbo, che già da qualche anno si era gradualmente liberato dall’epurazione subita a seguito delle persecuzioni maccartiste e aveva riguadagnato il proprio nome nei credits. A sua volta si avverte una mano diversa, più personale e consapevole alla revisione e riscrittura di un genere tanto classico come il melodramma.
Per buona parte Castelli di sabbia tratteggia bene i suoi due protagonisti, e anche alcune figure di fianco come la moglie fedele e tradita interpretata da Eva Marie Saint. Stavolta si prova ad aprire le porte del melodramma alle nuove arie del tempo, a visioni contestatarie e orgoglioso ateismo, anche un po’ in anticipo sui tempi.

Castelli di sabbia racconta infatti l’incontro tra una pittrice anticonformista, Laura Reynolds, e un pastore protestante dalla seria e rigida moralità, Edward Hewitt. I due entrano in contatto perché il pestifero figlioletto di Laura l’ha combinata grossa e viene affidato da un giudice alle cure della scuola religiosa fondata e diretta dall’affascinante pastore. Si scopre così che Laura ha voluto tenere il bambino scoprendosi incinta a 16 anni e rifiutando nettamente sia il matrimonio che l’aborto, e ha scelto di crescere il figlio in totale solitudine, isolandosi in una casa-veranda arroccata su una scogliera californiana. Così distanti per visioni della vita, Laura ed Edward si lasciano travolgere a poco a poco dalla passione, confrontandosi sulle loro reciproche ipocrisie. Al termine della relazione entrambi avranno cambiato qualcosa di sé, soprattutto Edward, che se ne va in cerca della purezza perduta. Perché finisce la relazione, come capita in ogni melodramma ambizioso e confuso, non è dato saperlo. Troppo alto, troppo complicato per spiegarlo ai comuni mortali.
Così facendo Castelli di sabbia rovina clamorosamente la laboriosa costruzione della prima parte in uno scioglimento tronfio e pachidermico, in un profluvio di lacrime per lo più immotivate. Per lunghi tratti Minnelli riesce infatti a rinnovare gli schemi del melodramma classico tramite interessanti contaminazioni, tentando cioè di inserire in una classica struttura di conflitti morali nuove idee e tendenze emergenti. C’è un profondo e inaspettato rispetto, e anche una notevole spregiudicatezza, nelle discussioni intorno a sesso e ateismo, mentre il linguaggio si fa anche decisamente esplicito, specie in alcune ciniche battute del bel personaggio di fianco incarnato da un giovane Charles Bronson.

In tal senso è anche interessante reperire nella versione in dvd i vari reinserimenti in lingua originale che sono stati ripristinati rispetto alla prima edizione italiana. Si scopre così che a suo tempo per il nostro paese erano stati limati o cancellati i passaggi troppo arditi sotto il profilo del dogma religioso (salta agli occhi una battuta assai bella e cassata nella prima versione italiana: “I santi sono miopi, gli atei sono innocenti”), mentre era rimasto intatto un dialogo che metteva in discussione la verginità della Madonna. Nella fattispecie gli editori italiani dimostrarono in realtà anche una certa sagacia tendenziosa, dal momento che la battuta sui santi miopi viene dalla bocca di un uomo di religione (quindi da tagliare assolutamente), e al contrario la sacra verginità contestata è frutto di un bieco uomo senza Dio, perciò da conservare per fare la morale al contrario. Ma ancor più interessante risulta il lunghissimo taglio ai danni di un dialogo sul destino precostituito della donna nel mondo occidentale, in cui la Taylor si lancia in un’articolata argomentazione contestataria e pre-femminista. Per l’Italia democristiana e benpensante era davvero troppo. Come si permetteva questa star americana di mirare a togliere le donne dai fornelli? Via, tagliare.

La volontà d’innovazione, insomma, quantomeno sotto il profilo dei contenuti è espressa da Minnelli nel tentativo di incastonare in strutture ultraclassiche un confronto tra due esseri umani innamorati ma divisi dai tempi che cambiano, da questioni morali, da diverse visioni del mondo, dettate da nuovi codici comportamentali. Si tratta di un tentativo di irrobustimento del melodramma anche meritevole per il coraggio e l’arditezza, e ben corroborato dalle ottime professionalità di Minnelli e Trumbo alla scrittura. Che cos’è allora che non funziona? Non funzionano loro, Elizabeth Taylor e Richard Burton, compiaciuti oltre ogni ragionevolezza, man mano sempre più confusi al centro di un melodramma che a furia di puntare alto sfonda nel fumettone insensato. Decisamente fuori parte nei panni della pittrice anticonformista, la Taylor accusa pure qua e là notevoli cali di credibilità drammatica, e spesso è messa in ombra dal talento di Burton, che anche alle prese con un personaggio ingessato e contraddittorio si salva con gli onori delle armi. Così, complice l’ambientazione sulle maestose scogliere del Big Sur, sulle quali Minnelli indugia con impareggiabile tormento decadente, Castelli di sabbia si delinea come un vago prototipo di Uccelli di rovo, laddove l’infrazione del celibato cattolico è sostituita dallo sgarbo alla fedeltà coniugale protestante.
E alla fine una domanda resta, tormentosa e inesausta: perché si lasciano, se si amano così tanto? Ribadiamo, a noi comuni mortali non è dato saperlo. Solo loro, dall’alto di una passione così inaccessibile, possono permettersi pure il lusso di sprecarla. Del resto, il canone del melodramma intellettuale e falsamente profondo lo richiede. Amatevi come nessun altro al mondo, ma lasciatevi.

Extra
Galleria fotografica.
Info
La scheda di Castelli di sabbia sul sito della CG Entertainment.
Il trailer originale di Castelli di sabbia.
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