Max Steel

Max Steel

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Ispirato a una nota serie di action figures, Max Steel di Steward Hendler rappresenta un intrattenimento privo di pretese, che soffre il suo adagiarsi (in modo semplificato) su tutti i topoi del genere supereroistico. Fuori concorso in Alice nella città alla Festa del Cinema di Roma.

Max is back in town

Orfano di padre, il giovane Max si muove di città in città con sua madre, cambiando scuola e amici, inconsapevole del dramma che, anni prima, colpì la sua famiglia. Quando i due tornano nella cittadina in cui il padre di Max trovò la morte, il ragazzo viene a contatto con una strana creatura extraterrestre, che gli darà la chiave del suo passato e dei suoi poteri… [sinossi]

Se il genere supereroistico, negli ultimi anni, si è sempre più avvicinato alla pura logica della serialità, fino a fare di ogni film una mera occorrenza di un insieme che, dichiaratamente, la trascende, è apprezzabile che di tanto in tanto si torni al gusto del film singolo, potenzialmente (anche se non di necessità) auto-conclusivo. Max Steel, trasposizione filmica di una linea di action figures nata nel 1999 (e in seguito origine di una serie animata) non ha il respiro e l’ambizione di creare un universo, né di dar vita a una continuity che comprenda altri personaggi. Le premesse e lo svolgimento del film di Steward Hendler sono tutte lì, in una vicenda che in un’ora e mezza crea un supereroe adolescente, lo vede scoprirsi e prendere coscienza di sé, e lo mette contro un nemico le cui origini risiedono nel suo stesso passato. Tutto come da copione del genere, così com’è stato codificato dalla sua interpretazione (soprattutto) marveliana, con un tono, un’atmosfera e una leggerezza di approccio pensati chiaramente in funzione del pubblico più giovane. In uno svolgimento che non presuppone necessariamente (ma neanche la esclude) un’eventuale prosecuzione della storia.

Il problema del film di Hendler (al suo attivo gli horror Il respiro del diavolo e Patto di sangue, oltre a un pugno di web series) è che i suoi motivi di interesse, di fatto, si fermano qui. L’approccio un po’ eighties della storia, a cominciare dal tono dell’amicizia tra il protagonista e il piccolo alieno (nonché da certi emblemi del cinema del periodo, tra cui la bicicletta e la cittadina isolata) sembra qui piuttosto ingiustificato, visto il target a cui teoricamente ci si rivolge. È un po’ presto, forse, per gli ex bambini cresciuti con le action figures del personaggio, per suscitare il dovuto effetto nostalgia: il fatto che il film sembri adagiarsi su tale (non verificata) presunzione rappresenta forse il suo principale problema. Perché, per il resto, Max Steel si muove in territori di assoluta medietà, senza guizzi ma anche senza scivoloni evidenti. La crescita e la scoperta di sé del personaggio, opportunamente semplificate e temporalmente contratte, sono le stesse che abbiamo visto in molti prodotti supereroistici dell’ultimo quindicennio, dallo Spider-Man di Sam Raimi in poi; l’entrata in scena del piccolo alieno (sorta di protesi tecnologica per il protagonista, oltremodo loquace) fa capire di trovarsi di fronte a un’opera destinata a un pubblico di adolescenti.

Un cast sostanzialmente privo di elementi riconoscibili (al di là di uno sprecato Andy Garcia) è un altro elemento a sfavore dell’appeal del film, che soffre di un interprete principale (il giovane Ben Winchell) dallo scarsissimo carisma. Tra schermaglie del protagonista col nuovo compagno extraterrestre, ed altre pseudo-sentimentali (con una Maria Bello inopinatamente lasciata ai margini della trama) il film scorre sui binari che ci si aspetta, sacrificando e contraendo la frazione “formativa” del personaggio in favore di una robusta presenza in scena dell’eroe, così come lo si conosce. Gli sviluppi del soggetto, a partire dall’identità di un villain individuabile non appena entra in scena, sono ampiamente prevedibili; mentre gli stratagemmi narrativi per giungervi risultano abbastanza discutibili, quando non forzati (risoluzione finale della vicenda inclusa). Così, questo Max Steel intrattiene in modo corretto, ma oltremodo anonimo, per tutti i suoi 90 minuti di durata; non liberandosi tuttavia del mood da bignamino semplificato del genere che fa presto subentrare il tedio nello spettatore più uso ai suoi topoi. La leggerezza di approccio che caratterizza il film sembra mostrare, almeno, una certa consapevolezza dei propri limiti; così come, d’altra parte, il suo carattere autoconclusivo confina le sue pretese allo spazio e al tempo della visione. Intrattenimento di piccolo cabotaggio, che potrà forse funzionare per una parte del pubblico, ma che non si eviterà l’oblio per i più.

Info
Il sito della Festa del Cinema di Roma.
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