Vite vendute

Vite vendute

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Vite vendute è, insieme a Il corvo e I diabolici, il titolo più celebre e celebrato di Henri-Georges Clouzot, quello in cui lo spirito anarcoide e disilluso si mostra più forte, e lo sguardo sull’umanità si fa più spietato e privo di compromessi. Con un quartetto di attori in forma smagliante: Yves Montand, Charles Vanel, Folco Lulli e Peter van Eyck.

Il salario della paura

In una zona desertica del Guatemala, terra infuocata, di violente passioni, un incendio divora il più ricco pozzo di petrolio della Southern Oil Company. O’Brien, direttore della compagnia, decide d’ingaggiare alcuni disperati che dovranno recarsi sul luogo con due camion carichi della nitroglicerina necessaria a far saltare il pozzo incendiato. Fra quelli che s’offrono, per tale ben retribuita, ma pericolosa missione, c’è un giovane che, essendo stato scartato perché inadatto, s’impicca. Vengono scelti: un còrso, Mario; un muratore toscano, suo amico, di nome Luigi; un avventuriero parigino, Jean; un tedesco, Wilder. [sinossi]

Le vite vendute di Mario, Jo, Bimba e Luigi non sono solo acquistate dalla Southern Oil Company di O’Brien, che li assolda per una missione ai limiti del suicidio. Sono acquistate sottocosto perché il vero valore dovrebbe essere quello di una libertà riguadagnata, e forse (nei sogni più im-puri di questi quattro disperati) di una nuova dignità; quella dignità che hanno perso nei bar, tra una bevuta e l’altra. Sono taciturni, o magari parlano troppo, e hanno alle spalle una vita di fughe, nascondigli, identità negate, polizia alle calcagna. I duemila dollari che riceveranno a testa una volta portato a termine l’incarico è il loro “salario della paura”, per citare il bel titolo originale che tornerà poi (chissà perché) nella traduzione di Sorcerer, il remake firmato da William Friedkin nel 1977, ritorno dietro la macchina da presa per il regista statunitense dopo L’esorcista e l’articolata intervista a Fritz Lang. Come i militari romani ricevevano la loro razione di sale per convincerli a lanciarsi in azioni belliche, così i quattro protagonisti di Vite vendute di Henri-Georges Clouzot vanno incontro a un’altra guerra – quella contro la natura, contro il caso, contro la morale e l’etica – per un pagamento che è in qualche modo solo fittizio. Un salario figlio della paura. Un salario che trasuda paura. Se non c’è paura del salario è perché il contratto di lavoro non prevede nessun tipo di ammortizzazione: quattro sbandati alla guida di due camion, con tonnellate di nitroglicerina pronte a esplodere al primo sussulto, e basta. Tutte le slavine umane messe a punto nel corso degli anni nel cinema di Clouzot trovano una loro collocazione ideale in Vite vendute, con ogni probabilità il suo film più totemico, assoluto, quasi astratto nella sua sudata, sanguigna (e sanguinosa) discesa nel maelstrom di un assurdità così normale da squarciare gli occhi. È un gorgo, Vite vendute, come il moskenesstraumen, la “corrente di Mosken” che ingoiava viandanti per mare, navi intere, improvvidi barcaioli: e come l’Arthur Rimbaud de Il battello ebbro che afferma “io che tremavo udendo gemere a cinquanta leghe /
la foia dei Behemots e i densi Maelstroms, / filando eterno tra le blu immobilità, / io rimpiango l’Europa dai balconi antichi!” [1], anche i protagonisti del film di Clouzot vorrebbero poter tornare oltreoceano, avere ancora un luogo da considerare proprio.

Nel prendere le redini del film d’avventura, mescolarlo alle tipologie più classiche del noir e trasportarlo sui binari di un action senza esclusione di colpi, Clouzot firma uno straziante, e paradossale, poema romantico. A questo serve quella lunga introduzione, che nel setaccio sterile di una critica con l’occhio all’orologio può far venire dubbi di prolissità: nella prima ora di Vite vendute, mentre si cerca di capire come affrontare la situazione venutasi a creare e a chi affidare le redini di un gioco inevitabilmente mortale, Clouzot si insinua sottopelle, accarezza in maniera pur ruvida i suoi quattro anti-eroi, li fa bruciare di un incendio più vasto e più vivido di quello che sta massacrando il pozzo petrolifero, rischiando di distruggere non vite (quelle, che si tratti dei protagonisti o dei poveri abitanti della zona, sono già abbondantemente distrutte: peggio, vendute), ma gli interessi di un Capitale avido, succhiasangue, mostruoso più della peggior bestia della foresta. Non sono animali Yves Montand, Charles Vanel, Folco Lulli [2] e Peter van Eyck, né mai lo saranno: certo, sono pronti a molto, forse a tutto, pur di salvare la pellaccia, e potrebbero anche passare sul cadavere di un amico, ma non sono animali. Sono vittime di una giostra sulla quale avrebbero volentieri girato, ma che li ha lasciati a terra; possono provare a riconquistare un ruolo nella società, ma questo appare fin da subito utopico. Più concreti quei duemila dollari, per i quali vale la pena vendersi, a quanto pare. O no?
Il cinema di Clouzot, nero e disilluso per antonomasia (come testimoniano i vari Il corvo, I diabolici, Le spie, La verità) brilla qui nella notte, irruento e flebile come le fiamme dell’incendio. Brucia, terra, brucia, umanità, brucia, società. Tutto brucia. La vita è legata a una scintilla, che potrebbe far deflagrare ogni cosa e portarsi via le vite vendute in un battibaleno, se solo accadesse. Non teme la composizione del quadro, Clouzot – come potrebbe, colui che di lì a un paio d’anni dirigerà Il mistero Picasso? –, e lo utilizza per creare in continuazione nuove contrapposizioni, sia tra i personaggi in scena che tra loro e il mondo che li circonda, prima quello umano e poi quello della natura. Il primo desertificato da una soffocante cappa che vede il vessato inconsapevole, impossibilitato a reagire agli scompensi di una società ghignante e profittatrice; il secondo rigoglioso, eppure mortale, trappola vivente che silenziosa tutto avvolge, e inghiotte.

Vite vendute mette in scena un continuo, irrisolvibile dualismo: e lo raddoppia, così come quattro invece di due sono i protagonisti, e due invece di uno i camion. Tutto è raddoppiato, duplice, l’una cosa si specchia in modo perpetuo nell’altra e la riflette. Thriller che parte dalle psicologie per raggiungere una sua materializzazione tangibile nella lunghissima ed estenuante traversata in camion, Vite vendute non smette mai di essere in movimento, anche quando la stasi si fa percepibile, e angosciante. Si muove, questo sguardo tragico, disincantato eppure così malleabile verso la corteccia sporca (e spoglia) di quattro uomini che rischiano ogni cosa per un anelito di libertà che il mondo, a pochi anni dalla fine di un conflitto mondiale, già non vuole concedere al popolo. È un film dannato, e dannatamente politico, Vite vendute, un urlo lacerante per una classe operaia mandata al macello dal Capitale; che differenza c’è con quei soldati che vennero mandati al fronte per essere massacrati dal nemico e per massacrarlo a loro volta? Clouzot dopotutto aveva adattato per la sceneggiatura, insieme al fedele Jérôme Géronimi, l’appassionante romanzo omonimo di Georges Arnaud [3], che nel 1962 pubblicherà insieme all’avvocato Jacques Vergès un manifesto, Pour Djamila Bouhired, nel quale verranno denunciate le torture e le atrocità commesse dall’esercito francese nei confronti degli indipendentisti algerini, per ordine delle istituzioni parigine, e questa vis umanista permea anche le immagini di Vite vendute.
A distanza di più di sessant’anni dalla sua realizzazione Vite vendute dimostra ancora tutta la sua potenza, espressiva, visionaria e narrativa, trovando il miracoloso punto di contatto tra racconto di psicologie, occhio aperto sulla società e debordante scarica adrenalinica. Nessuno, a parte Werner Herzog, ha saputo comprendere le intime necessità degli esseri umani – anche e soprattutto dei meno nobili – di fronte agli eventi “spettacolari” quanto l’Henri-Georges Clouzot di Vite vendute. In pochi, in ogni caso, hanno esplicitato con maggior chiarezza un punto cardine della sua poetica: qualsiasi salario, qualsiasi contratto dell’uomo con l’uomo (e quindi dell’uomo su l’uomo) si basa non sul rispetto, ma sulla paura.

NOTE
1. Questo l’originale: “Moi qui tremblais, sentant geindre à cinquante lieues / Le rut des Béhémots et les Maelstroms épais, / Fileur éternel des immobilités bleues, / Je regrette l’Europe aux anciens parapets !”.
2. Il personaggio interpretato da Lulli, calabrese nella versione originale, diventa toscano in quella italiana, forse per rendere più credibile il doppiaggio dell’attore, nativo di Firenze.
3. Pseudonimo di Henri Girard.
Info
Il trailer francese di Vite vendute.
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