Fortapàsc

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Passato quasi inosservato nelle nostre sale anche per il ristretto numero di copie e la poca pubblicità, esce ora in dvd distribuito dalla 01 Distribution l’ultimo film di Marco Risi sul giornalista Giancarlo Siani, ucciso negli anni ’80 dalla Camorra. Un’occasione per riacciuffare un film in una stagione che, esclusi i due pezzi da novanta Il divo e Gomorra, non ha portato molte opere di valore per il cinema nostrano, e in cui Fortapàsc rappresenta una delle eccezioni.

La pellicola ha poi quelle peculiarità come tipologia, parlando appunto di criminalità organizzata e dunque della nostra storia (e si sa che la malavita ha dei processi evolutivi mai casuali: a ogni accadimento, scontro di clan, avvicendamento al vertice, anche a più di venti anni di distanza corrisponde di conseguenza una situazione attuale), che più contributi ci sono in termini di testimonianze, di interventi che si aggiungono al film stesso, più l’opera ne esce completa e rafforzata. Un aspetto imprescindibile per la comprensione di un film del genere è senza dubbio Napoli: la sua natura, morfologica con l’hinterland marino e vesuviano, e antropologica, il suo parlare di sé in ogni angolo o bar, è senza dubbio uno dei misteri che più hanno attratto Risi, oltre alla vicenda umana ed esemplare di un eroe semplice come Siani. Il regista de Il branco ce ne parla continuamente nell’interessante commento audio a Fortapàsc, concentrandosi in modo suggestionato sugli ambienti scelti, sulla difficoltà nel mostrare, fin dove era possibile, quelli che nell’85 erano ancora i segni del terremoto; sulla continuità negli anni che può passare da alcune crepe, grotte di tufo, da portici antichi e adibiti a case di boss, da spiagge bellissime completamente deturpate.

Una miriade di film nel film che riusciamo a notare come incidente voluto anche in altri film partenopei come ad esempio in quelli di Martone (si pensi all’arditezza narrativa a più livelli, e più realtà di Teatri di guerra) o di Capuano. Senza dubbio per Risi lo stile che prende dall’intorno si addensa su una presa diretta davvero efficace, che come affermato dal regista senza falsa modestia forse avrebbe meritato un David di Donatello. L’altro aspetto che emerge dalla parole di Risi è la ricercatezza con cui si è voluto avvicinare alla figura del giornalista ucciso, cercandone passioni, manie, tic, anche le più banali, parlando con poliziotti, magistrati, l’ex fidanzata, gli amici, la famiglia, addirittura ripescando e rimettendo a nuovo la stravagante auto a due posti del protagonista: una biografia calligrafica quasi stucchevole ma che ha portato come risultato, da una parte un’ottima ricostruzione del complesso intrigo politico tra clan, forze politiche ed economiche che poi hanno decretato la morte dello scomodo protagonista, dall’altra alla perfetta integrazione dell’attore Libero Di Rienzo al personaggio: fisica, mentale, morale.

Peccato invece che alle molte facce e voci di un cast straordinario, alcune prese in prestito anche da Gomorra, non vi siano abbinate interviste, ma solo uno striminzito backstage. Certamente sarebbe stato interessante ascoltare per qualcuno, anche dopo diversi film interpretati sulla camorra, come l’onnipresente Salvatore Cantalupo (per intenderci il sarto in Gomorra), come ci si rapporta come un fenomeno così vicino, così palpabile, e cosa significa renderlo finzione.

Info
Il trailer di Fortapàsc.

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