Avatar

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Avatar, ovvero il ritorno dietro la macchina da presa di James Cameron, a dodici anni di distanza dal clamoroso successo planetario di Titanic.

(Ir)realtà della visione

Jake Sully è un marine costretto su una sedia a rotelle che accetta di trasferirsi sul pianeta Pandora (distante 44 anni luce dalla Terra) in sostituzione del fratello morto. Costui era uno scienziato la cui missione era quella di esplorare il pianeta mediante un avatar. Essendo l’atmosfera del pianeta tossica per gli umani sono stati creati degli esseri simili in tutto e per tutto ai nativi che possono essere ‘guidati’ dall’umano che si trova al sicuro dentro la base. Pandora però non è solo un luogo da studiare. È soprattutto un enorme giacimento di un minerale prezioso per la Terra su cui la catastrofe ecologica ha ridotto a zero le fonti di energia… [sinossi]

Se c’è un rischio che corre Avatar, ancor prima della sua reale uscita sul territorio italiano, è quello di obnubilare la mente degli addetti ai lavori e dei cinefili grazie all’impatto che senza dubbio alcuno avrà sui risultati del box office delle prossime settimane. Miliardi di dollari di incasso, per l’erede al trono dichiarato di Titanic (a tutt’oggi il maggior successo commerciale della storia del cinema), sono il biglietto da visita con cui l’ultima creatura partorita dalla fervida mente di James Cameron si presenta alle platee italiane – che hanno dovuto attendere un mese in più rispetto al resto del mondo per non intralciare il piano strategico dei cinepanettoni: miserie del nostro paese. L’accostamento a Titanic, al di là dell’ovvio apparentamento autoriale, non è poi così peregrino: se l’ottimo film-evento di dodici anni or sono fu segnalato nella maggior parte dei casi quasi esclusivamente per la sua monopolizzazione dei botteghini, svicolando dall’analisi di un fenomeno che cambiò radicalmente il sistema cinematografico hollywoodiano, Avatar sembra destinato a esser citato solo in qualità di ammazza-classifica.
Errore non di poco conto, qualora venisse realmente commesso. Avatar è indubbiamente una perfetta, oliata macchina industriale, quasi costretta a un ruolo da leader nella crudele lotta agli incassi, ma solo rimanendo su un piano puramente superficiale. E non si sta neanche facendo riferimento al sottotesto pacifista ed ecologista in cui la “guerra preventiva al terrore” rivendica un neanche troppo velato aggancio con la realtà dei nostri giorni. Il mito del buon selvaggio che rivive, aggiornato e corretto, sui volti e i rituali dei Na’vi, popolazione autoctona del mirabolante pianeta Pandora, distante 4,4 anni luce dalla Terra, è solo un orpello, il mcguffin dietro cui Cameron cela il reale senso di un’operazione come Avatar. E anche la messa in scena della natura e la profonda connessione che il cineasta fa intercorrere tra lei e le creature che la popolano, può forse rimandare a echi dell’Hayao Miyazaki di Nausicäa della Valle del vento e Princess Mononoke, ma rivisti attraverso una chiave decisamente meno complessa e stratificata. Perché a livello puramente narrativo Avatar è di un nitore basico quasi accecante: non vi è nemmeno l’ombra della ricerca di una deviazione da un percorso che sembra mescolare Balla coi lupi a Titanic, passando per altri classici del cinema hollywoodiano.

In Avatar i cattivi sono cattivi e i buoni eroi dediti solo ed esclusivamente alla ricerca della giustizia: nessuna sfumatura, nessun ombreggiamento li sovrasta. Anche i minimi passaggi di sceneggiatura potrebbero con ogni probabilità essere anticipati dallo spettatore, tale e inattaccabile è il rispetto che Cameron sembra nutrire per la struttura standard narrativa cui si è attenuto un determinato cinema mainstream nel corso degli ultimi decenni. Il “problema” è che agendo in questo modo non si sta guardando con gli occhi giusti Avatar. Nel corso della sua lunga carriera Cameron ha dimostrato di non essere un narratore di grandi storie, ma semmai un grande narratore di storie: nei suoi film l’aspetto narrativo è sempre subordinato a una deflagrante detonazione immaginifica. Non si sta qui parlando solo ed esclusivamente della fantasmagoria visionaria rintracciabile persino in un (errato) prodotto alimentare quale Piraña paura, opera che permise a Cameron di esordire nell’oramai lontano 1981, ma si stanno lanciando le basi per una riflessione sul senso stesso della carriera registica dell’autore di Terminator e Aliens – Scontro finale. Attraverso un numero ben ristretto di parti cinematografici (solo otto in ventotto anni), Cameron ha segnato in profondità sia l’immaginario cinematografico mondiale che le potenzialità dello stesso: i suoi film, al di là dello stretto risultato estetico raggiunto – spesso e volentieri a pochi passi dall’eccellenza, comunque – sono la rappresentazione, all’interno della Settima Arte, della mitologica utopia di Prometeo. Avatar non è solo un film di fantascienza, curato nei minimi dettagli e lavorato dai maggiori talenti che Hollywood possa vantare in questo momento nel campo degli effetti speciali: è la materializzazione stessa della fantascienza. Ciò che abbiamo davanti agli occhi fino a pochi attimi fa era considerato tecnicamente “impossibile”. Nella sua sfida alle regole della tecnica, Cameron opera un attacco talmente frontale alla stessa materia cinematografica da non lasciare respiro allo spettatore. Se l’immobilismo delle giunture che regolano le mandibole può apparire l’unica reazione fisica possibile di fronte allo splendore di una messa in scena annichilente – e la battaglia finale rientra già adesso di diritto tra le più straordinarie creazioni MAI viste sullo schermo – è perché Cameron ha il coraggio, o se si vuole la sfrontatezza, di prendere di petto il cinema e di ricondurlo alla sua natura più strettamente etimologica. Avatar è pura, essenziale, elementare elegia dell’immagine in movimento. Non bastasse già questo a fare di Cameron un rivoluzionario adagiatosi con furbizia nella mecca del conservatorismo – termine inteso nel senso di annullamento della sperimentazione a favore della catena di montaggio post-industriale – Avatar si rivela anche straordinario saggio (suo malgrado?) del cinema come glorificazione dell’immateriale. Tutto ciò che noi vediamo in Avatar, dai Viperwolf che attaccano il nostro eroe alla più piccola fogliolina della foresta, non esiste in quella che chiamiamo realtà.

In un film che annulla di fatto il pathos creato attraverso la narrazione, l’utilizzo dello sguardo acquista un valore incommensurabile. Avatar è un film in cui la “visione” è l’unico vero elemento di interrelazione: i Na’vi per salutarsi si scambiano un educato “ti vedo”; Jake Scully, pentito marine ammaliato dal potere eterno della wilderness (come tutti i film di frontiera, Avatar è uno splendido, inattuabile, irreale e già visto western) chiede alla sua amata Neytiri “insegnami a vedere”; per evitare una carica degli Hammerhead Titanothere (sorta di giganteschi Rinoceronti) è necessario rimanere immobili, affinché non ti vedano; l’unico modo per conquistare il temuto Banshee, padrone dei cieli, è quello di volare più in alto di lui, per sovrastarlo con lo sguardo. Si potrebbe continuare a lungo con l’elenco dei rimandi alla vista, agli occhi: il tatto perde fondamentalmente importanza, in un universo in cui gli umani si muovono utilizzando corpi che di fatto non gli appartengono, e con esso scompare l’idea di possesso. È nella vista, ultimo possibile baluardo degli esseri viventi, che risiede il futuro. Con Avatar Cameron torna a insegnarci a guardare, donandoci la sua immaginazione meno allineata, in cui l’astrattismo vince sulle imborghesite regole della geometria e della scienza (le montagne sospese in cielo, la cui comparsa sullo schermo è una delle altre sequenze da segnarsi sul taccuino dei promemoria). Una visione per la quale è stato approntato un lavoro sul 3D finalmente convincente in ogni suo particolare: a fronte di una tecnica spesso e volentieri utilizzata più che altro per sbalordire il pubblico dalla bocca buona, Cameron dimostra di nuovo come la tecnica debba sempre essere sperimentata fino alle estreme conseguenze. Il lavoro sul tridimensionale di Avatar è qualcosa più di stupefacente: forse per la prima volta si ha l’impressione di trovarsi a tu per tu con un utilizzo puramente, profondamente estetico di questa tecnica. In questo profluvio di ardite riflessioni sulla tecnica e sul senso della visione, il cineasta statunitense ha l’intelligenza di non perdere lungo il percorso un cast attoriale davvero notevole, soprattutto per una serie di scelte tutt’altro che scontate – Stephen Lang e Giovanni Ribisi, curiosamente entrambi già compagni di set in occasione di Nemico pubblico di Michael Mann, altro esempio di opera che “insegna a vedere”.

In un 2009 in cui la fantascienza ha fatto più di una volta capolino a Hollywood e dintorni – Star Trek di J.J. Abrams, Push di Paul McGuigan, District 9 di Neill Blomkamp, Il mondo dei replicanti di Jonathan Mostow, solo per citarne alcuni – Avatar si propone come la visione definitiva, il tassello che mancava per completare il puzzle. Illusione costruita al computer e del tutto intangibile nella nostra realtà, Avatar è il primo grande film del 2010 (in Italia: ultimo grande film del 2009 nel resto del mondo). Nel 1999 un agghiacciante dialogo dello straordinario eXistenZ di David Cronenberg recitava: “i nostri corpi sono lì fuori. E se hanno freddo? E se hanno fame?”. Dieci anni dopo forse quei corpi (replicanti, avatar, entità virtuali) avranno ancora freddo e fame. Ma vedono. Vedono.

Info
Avatar, il sito ufficiale.
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