Crazy Heart

Crazy Heart

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L’America di Crazy Heart è sospesa fra malessere e cliniche di rehab ma si lascia coccolare con dolcezza dalle note del country. L’esordio alla regia di Scott Cooper è un film lineare e grezzo allo stesso tempo, una favola sul valore delle seconde opportunità e sulla necessità di sapersi rimettere in gioco.

Un cuore matto, matto da legare

Un vecchio cantante di musica country, ormai caduto in rovina, con alle spalle diversi matrimoni, molta strada e molto alcool, cerca di ridare un senso alla propria carriera e alla propria vita, grazie all’energia che gli arriva dalla relazione con una giovane giornalista… [sinossi]

Un percorso di redenzione: è questo Crazy Heart, malinconico e dolente romanzo di decostruzione e formazione, un viaggio intenso attraverso l’abisso di un uomo sconfitto dalla vita che sembra aver smesso di cercare nuovi stimoli. Colorado, Arizona, New Mexico, Texas: Bad Blake – cantautore country senza prospettive brillanti per il futuro – si aggira per il profondo sud statunitense portando la sua musica in piccoli pub e bowling di periferia, affrontando tappa dopo tappa un tour che invece di regalargli soddisfazioni e nuovi impulsi sembra fornirgli un’ulteriore zavorra di amarezza e affaticamento. Fra le lenzuola sudate di uno squallido motel Blake insegue incontri fugaci con donne che in lui vedono l’ombra di ciò che è stato: l’unica consolazione resta l’abbraccio voluttuoso del whiskey. Alcolizzato con quattro matrimoni alle spalle, Blake è un uomo che vive nei suoi ricordi, malinconicamente proiettato verso il suo passato, quando aveva ancora la possibilità di diventare una star della country music: per questo vive come un affronto personale la carriera sfavillante di Tommy Sweet, suo ex allievo che è riuscito ad affermarsi nel difficile meccanismo discografico. Ormai prossimo alla caduta nel baratro, l’uomo incontra Jean, giornalista madre di un bambino avuto da una precedente relazione: potrà l’amore per la donna rimettere Blake in carreggiata?

L’esordio alla regia di Scott Cooper è un film lineare e grezzo allo stesso tempo, una “favola” in salsa country sul valore delle seconde opportunità e sulla necessità di sapersi rimettere in gioco: Crazy Heart in questo senso si inserisce nel repertorio cinematografico di indagini sulle “discese agli inferi” che anche negli ultimi anni hanno regalato considerevoli soddisfazioni soprattutto al cinema made in Usa (basti pensare a Walk the Line di James Mangold e The Wrestler di Darren Aronofsky).
C’è da confessare però che certi eccessi di Bad Blake, riprodotti forse con esagerata schematicità da Cooper, più che ricordare il wrestler Micky Rourke sembrano avvicinarsi al Drugo di coeniana memoria riletto in chiave drammatica. La macchina da presa segue con enfasi l’epopea del “cowboy dell’amore”, cullandosi sugli accordi della musica country e sulle voci roche che nello spazio di una melodia danno voce alle loro esperienze.
Se nella prima parte (dedicata all’asciutta descrizione di Bad Blake, delle sue abitudini e della sua vita) il film riesce a mantenere ben solida la struttura narrativo/rappresentativa, Crazy Heart sembra perdere autenticità nel dare voce alla “presa di coscienza” del protagonista e alla sua progressiva risalita.
Al di là però di ogni incertezza di scrittura il lavoro di Scott Cooper trova la sua espressione migliore nel suo eccellente cast che regala delle interpretazioni davvero degne di nota: brilla su tutti chiaramente un ottimo Jeff Bridges (candidato giustamente all’Oscar) che riesce a declinare con grande umanità la complessità caratteriale del protagonista, sottolineandone ruvidezze e fragilità. Altrettanto meritevole di nota è Maggie Gyllenhaal (a sua volta nominata agli Academy Awards), senza dimenticare il sempreverde Robert Duvall, qui limitato in un ruolo “marginale”. Il regista sfrutta al massimo la fisicità degli attori puntando su scelte registiche che esaltano gli sguardi dei personaggi, i movimenti impercettibili dei volti, le rughe che testimoniano lo scorrere degli anni: Barry Marcowitz, direttore della fotografia, sceglie di enfatizzare la gamma dei toni rossi che infiammano i paesaggi del sud, prestandosi a giochi di ombre che sia nelle scene in esterna che in quelle in ambienti chiusi contribuiscono alla creazione di un’atmosfera decisa e cromaticamente carica.

Come spesso accade nei lavori che prevedono un percorso a doppio binario che comprenda sia il linguaggio cinematografico che quello musicale, sicuramente Crazy Heart è vittima di un doppiaggio che crea inevitabili conflitti linguistici fra i dialoghi e gli spazi dedicati alle canzoni che sono parte integrante del tessuto della sceneggiatura. Scott Cooper pone la firma su un lavoro che scava in una società che insinua il germe di insicurezze e di inquietudini, un mondo dove l’incubo dell’abbandono ricorre come leit-motiv di un popolo orfano delle proprie certezze (i nuclei familiari si sfaldano, i padri scappano dai propri figli e dalle proprie responsabilità…). Ingoiati da ritmi frenetici che ci proiettano in spazi affollatissimi e senza anima (basti pensare alla lunga sequenza nel mall) gli esseri umani cercano di rimanere a galla fra innumerevoli difficoltà, trovando però la forza di concedersi una boccata d’ossigeno che li possa aiutare a riprendere le fila del proprio discorso esistenziale.
L’America di Crazy Heart è sospesa fra malessere e cliniche di rehab ma si lascia coccolare con dolcezza dalle note del country, come un bambino tenuto stretto fra le braccia della propria madre.

Info
Il trailer originale di Crazy Heart.
Crazy Heart sul canale YouTube Movies.
La scheda di Crazy Heart sul sito della Fox.
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