Hostiles

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Hostiles apre ufficialmente la dodicesima edizione del Festival del Film di Roma trascinando gli spettatori negli spazi aperti del west sul suo declinare. Un viaggio moribondo che cerca in qualche modo di ragionare sulla nascita di una nazione, non sempre con mano ispirata ma con una notevole ambizione.

Figli di una terra selvaggia

Ambientato nel 1892, il film racconta la storia di un leggendario capitano dell’esercito che accetta di scortare un capo Cheyenne e la sua famiglia fino alle terre della sua tribù. Nel viaggio da un isolato avamposto dell’esercito in New Mexico fino alle praterie del Montana, i due ex nemici incontrano una giovane vedova la cui famiglia è stata assassinata. Insieme, devono unire le forze per sconfiggere il paesaggio spietato e le ostili tribù Comanche che incontrano lungo il cammino… [sinossi]

Hostiles apre la dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, la terza diretta da Antonio Monda – fresco di rinnovo dell’incarico, e pronto ad affrontare un nuovo triennio – dopo aver affrontato una buona schiera di festival in patria, a partire da Telluride dove è stato presentato agli inizi di settembre. Il quarto lungometraggio di Scott Cooper dopo Crazy Heart, Out of the Furnace e Black Mass arriverà nelle sale statunitensi subito prima di Natale, probabilmente cercando di convincere l’Academy ad assegnargli qualche nomination all’Oscar. Una sfida tutt’altro che improba, sia per il pedigree di Cooper (che un paio di statuette dorate se le portò a casa con Crazy Heart) sia per una concorrenza a dir poco zoppicante: il 2017 non sarà di certo ricordato come l’anno d’oro della produzione hollywoodiana, e questo potrebbe favorire un’opera imperfetta ma ordinata come Hostiles. L’ambizione di Cooper e del suo staff, dopotutto, è tutt’altro che trattenuta: Hostiles, storia di culture che si scontrano e si incontrano, figlie di una terra che non ha pietà per nessuno, rimanda nell’aria lontani echi fordiani, oltre che retaggi di quell’attitudine crepuscolare che ha attraversato il genere nell’ultimo cinquantennio. Fin dalla sequenza d’apertura, con la famiglia di Rosalie Quaid, interpretata da Rosamund Pike, sterminata da una banda di comanche davanti agli occhi della donna, è evidente come l’idea sia quella di tentare di dare del tu a Sentieri selvaggi. Un monolito del cinema, e della sua riscrittura del tempo.
Lì Ethan Edwards e Martin Pawley attraversavano in lungo e in largo gli Stati Uniti, a partire dal Texas, per ritrovare la nipotina di Ethan, Debbie, rapita dai comanche; qui la prospettiva si ribalta, anche se tiene come centralità lo svolgersi del tempo e del paesaggio. Il capitano Joseph Blocker, che odia i nativi e ha preso parte ad alcuni massacri di campi indiani – compreso quello avvenuto a Wounded Knee alla fine di dicembre del 1890 – deve scortare una piccola famiglia di apache capitanata dal fiero e crudele combattente Yellow Hawk nella loro terra, in Montana. Il capo indiano sta morendo di cancro, e il governo di Washington, dopo averlo tenuto in detenzione per sette anni con il figlio, la figlia, la nuora e il nipotino, ha deciso di lasciarlo morire in libertà. Ma Blocker, come si è scritto, detesta i nativi, e la situazione non migliorerà quando la sua squadra si imbatterà in Rosalie, l’unica sopravvissuta a un massacro…

La sfida di Hostiles non è priva di interesse, e sarebbe un grave errore non leggere il tentativo di aprire una discussione sulla radice profonda degli Stati Uniti, proprio in un’epoca in cui si parla sempre più di frontiere, di “nemici” della cultura dominante e via discorrendo. È evidente che Cooper veda nell’atto di costituzione della nazione una grande pozza di sangue, alla cui vivificazione presero parte praticamente tutti: gli Stati Uniti del 1892 sono pacificati da poco più di venti anni, ma hanno vissuto sulla propria pelle una guerra civile, e una parte consistente della popolazione – la comunità afrodiscendente, le nuove ondate migratorie dall’Europa e dall’Asia – non ha parità di diritti. Non è certo un caso che nel piccolo battaglione di Blocker vi sia spazio per un uomo di colore, Henry Woodson, e per un francesino inesperto alla battaglia, Philippe Dejardin; la nuova America è alle porte, quella della “diminuzione dei cavalli e aumento dell’ottimismo”, quella che si ridesterà linda e pinta, proclamandosi innocente, da una fossa stracolma di cadaveri.
Cooper non è un regista avvezzo a finezze, per quanto tenti di rincorrere in più occasioni un lirismo a tratti un po’ posticcio, e non ha neanche il furore decadente di Andrew Dominik e del suo L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford; ecco dunque che Hostiles taglia con l’accetta ogni risvolto psicologico, spingendo i personaggi ad accelerare prese di coscienza, maturazioni emotive e letture della realtà. Tutto avviene troppo in fretta, laddove per esempio Ford faceva errare i suoi protagonisti per mesi, per interi anni. Questa rapidità temporale, dovuta in gran parte allo svolgersi del compito – il raggiungimento del Montana – e alla malattia che sta sfinendo Yellow Hawk, squilibra in parte il potenziale espressivo ed epico del film, ma non impedisce che alcune sequenze, soprattutto quelle dotate di maggiore concitazione, perforino la corazza dello spettatore. Hostiles resta un film a metà, imperfetto ma non privo di fascino e a tratti forzatamente commovente. Se Cooper avesse sfrondato il racconto di qualche semplicismo di troppo – ivi compreso un finale a dir poco prevedibile – forse avrebbe dato vita a una creatura a suo modo memorabile.

Info
Il trailer originale di Hostiles.
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