Isole

Favola cupa e delicata allo stesso tempo, Isole di Stefano Chiantini è un film volutamente senza tempo e senza spazio: un non luogo dell’anima, non privo di difetti ma anche capace di una forza espressiva ed emozionale sincera e pronta a esplodere in qualsiasi momento.

La testa sott’acqua

Sotto il tetto di una casa canonica sulle isole Tremiti per una serie di coincidenze si ritrovano a vivere insieme Ivan, immigrato clandestino, Martina, una ragazza che ha perso l’uso della parola, e don Enzo, l’anziano tutore di Martina. Man mano che il tempo passa si sviluppano l’amicizia tra il vecchio prete e lo straniero, ma soprattutto l’amore tra Ivan e Martina, un amore a cui si opporranno l’interesse e la cattiveria del mondo circostante, rappresentato da Wilma, la sorella del vecchio... [sinossi]

Nel guazzabuglio produttivo italiano, con decine di titoli mandati crudelmente al macello senza che si abbia in nessun modo la possibilità di preallarmare il pubblico sulla loro esistenza, fa piacere imbattersi di quando in quando in opere in grado non solo di convincere nonostante le inevitabili ristrettezze economiche ma anche di proporre qualcosa di personale, se non propriamente nuovo, rispetto al panorama che lo circonda. Il caso di Isole di Stefano Chiantini, sotto questo punto di vista, acquista un valore quasi paradigmatico. Tra i vari nomi che si sono messi in moto per permettere a Chiantini di raccontare a modo suo la lirica e sommessa storia d’amore tra un immigrato irregolare, privo di permesso di soggiorno, e una giovane donna che ha rinunciato a parlare dopo aver subito un terribile trauma, c’è anche quello di Gianluca Arcopinto, figura imprescindibile della produzione indipendente nostrana. Sarebbe interessante tracciare un diagramma concentrato sul percorso produttivo di Arcopinto nel corso dell’ultimo ventennio, perché rara è la coerenza che ha sempre contraddistinto il lavoro del produttore romano: il cinema da lui proposto non si lascia mai convincere a seguire la via più facile, senza per questo però arroccarsi su posizioni spudoratamente autoriali e lontane dalle esigenze reali del pubblico. Un cinema sanamente popolare, poetico ma non ermetico, comunicativo e introverso allo stesso tempo.

Non sfugge a questa serie di considerazioni e aggettivazioni neanche Isole, opera terza di Chiantini dopo Forse si… Forse no (2004) e L’amore non basta (2007): due lungometraggi senza dubbio interessanti, ma che lasciavano anche non pochi dubbi sulle reali capacità di Chiantini di gestire la macchina/cinema e il suo ingombrante ingranaggio. Dubbi che svaniscono durante la visione di Isole, film a suo modo anche respingente – in particolar modo nell’incipit, che prende le forme mostruoso di un Ken Loach disossato – ma che lavora in silenzio, sottopelle, fino ad assoggettare lo spettatore al proprio volere.

Sarebbe stato fin troppo facile far schiacciare Isole dal peso pressoché insostenibile di un cast di all star, che ai già arcinoti protagonisti (Asia Argento, un grandioso Giorgio Colangeli, Ivan Franek) mescolava partecipazioni straordinarie come quelle di Paolo Briguglia nei panni dell’uomo delle forze dell’ordine e di Alessandro Tiberi in quelli del nuovo parroco dell’isola: e invece la capacità di Chiantini di lavorare il materiale umano a disposizione crea una simbiosi sorprendente e salvifica tra gli attori e lo stupendo panorama nel quale si muovono (il film è ambientato alle Tremiti, piccolo arcipelago davanti alle coste molisane e pugliesi), producendo pagine di ottimo cinema forse persino inaspettate. Combattute tra un lirismo sfrenato che fa tornare alla mente il cinema francese del Fronte Popolare (vale a dire l’assorbimento all’interno dei dettami dell’industria delle derive più coraggiose del microcosmo sperimentale degli anni Venti e Trenta dello scorso secolo) e l’urgenza di raccontare l’oggi senza troppe edulcorazioni, le immagini di Isole paiono deflagrare, debordare, eruttare segni e simboli in quantità industriale. Non tutto potrà apparire oliato nell’esercizio di scrittura di Chiantini, ma è proprio quando abbandona il foglio scritto per affidarsi alla pura libertà dittatoriale della macchina da presa che il giovane cineasta abruzzese di nascita ma romano d’adozione firma le pagine più intense della pellicola.

Favola cupa e delicata allo stesso tempo, Isole è un film volutamente senza tempo e senza spazio: un non luogo dell’anima, non privo di difetti ma anche capace di una forza espressiva ed emozionale sincera e pronta a esplodere in qualsiasi momento. Un piccolo grande film da preservare, e che meriterebbe di ricevere una distribuzione assai più capillare di quella che potrà permettersi. Ma questa, si sa, è la stanca utopia di una nazione disgregata.

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