Il paradiso degli orchi

Il paradiso degli orchi

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Il paradiso degli orchi è un frullato ultra-pop, un disordinato pot-pourri che lavora con intelligenza sull’esasperazione narrativa delle situazioni e delle circostanze, mentre sotto il profilo estetico-formale a fare la differenza è la fotografia di Patrick Duroux, che se tinge di toni grigi, languidi e fascinosi gli esterni di Parigi, si scatena tra luci sfavillanti e trionfi di colori negli interni dei Grandi Magazzini.

Malaussène

Benjamin Malaussène è un capro espiatorio professionista: per mantenere la piccola famiglia/tribù di fratellastri e sorellastre, l’uomo lavora ai Grandi Magazzini di Parigi dove è pagato per addossarsi ogni responsabilità rispetto ai possibili inconvenienti nei rapporti con la clientela, scongiurando il rischio di azioni legali. Un giorno però una terribile esplosione sconquassa il centro commerciale e Malaussène finisce sotto la lente d’indagine della polizia: nulla sarà più lo stesso… [sinossi]

A quasi trent’anni dalla sua pubblicazione arriva sul grande schermo l’attesa trasposizione di Il paradiso degli orchi (Au Bonheur des Ogres), primo capitolo della saga di Malaussène nata dalla penna del popolare scrittore transalpino Daniel Pennac: a tramutare in immagini l’epopea avventurosa di questo sconclusionato anti-eroe è Nicholas Bary, alla sua opera seconda dopo Les Enfants de Timpelbach. Colorato, permeato di buoni sentimenti, vezzosamente costellato di ironiche suggestioni legate all’immaginario collettivo francese, Il paradiso degli orchi – presentato Fuori Concorso al Festival di Roma – ripropone la vicenda di Malaussène rispettandone il carattere mutevole, che al brio e alla vivacità spensierata associa anche una componente più thriller, con l’indagine della polizia che si affianca a quella portata avanti dallo stesso protagonista e da zia Julia, la giornalista d’inchiesta che scava per cercare la verità sui numerosi misteri legati ai Grandi Magazzini: cifra costante e distintiva della pellicola è però senz’altro quella della leggerezza, con l’aggraziato elogio della semplicità, dell’ingenuità ma anche della prontezza di spirito di questo improbabile “fratello famiglia” che a dispetto delle apparenze ha elaborato una chiara e razionale gerarchia delle priorità della vita.

Nicholas Bary con una serie di piccoli aggiustamenti e accorgimenti restituisce allo spettatore tutta l’energia e la vitalità del romanzo, che gioca con il materiale surreale per dare vita a una favola contemporanea, capace sì di intrattenere ma anche di raccontare il mondo degli “orchi” con aggraziata serietà: così tra ironia e innocenza si ricostruisce il mondo di Malaussène, con una spiccata predilezione per gli elementi più umoristici, a scapito dell’intreccio “giallistico” che finisce per occupare una posizione meno preminente seppur centrale nello sviluppo della storia.

Il paradiso degli orchi è un frullato ultra-pop, un disordinato pot-pourri che lavora con intelligenza sull’esasperazione narrativa delle situazioni e delle circostanze, mentre sotto il profilo estetico-formale a fare la differenza è la fotografia di Patrick Duroux, che se tinge di toni grigi, languidi e fascinosi gli esterni di Parigi, si scatena tra luci sfavillanti e trionfi di colori negli interni dei Grandi Magazzini. E la vena di fascinazione per gli “eccessi” permea anche le scelte interpretative del ricco cast chiamato a impersonare i protagonisti della storia, a partire da Raphaël Personnaz, Bérénice Bejo ed Emir Kusturica, rispettivamente chiamati a portare sullo schermo Benjamin Malaussène, zia Julia e Stojil, il guardiano notturno dal passato misterioso, senza dimenticare il cameo di Isabelle Huppert: Bary si immerge nelle atmosfere create da Pennac e riesce a ricavarne uno spaccato riconoscibile e fedele, che riesce a gestire le numerose insidie insite nel progetto, non soltanto per la complessità della trasposizione dal linguaggio letterario a quello delle immagini in movimento, ma anche per le inevitabili aspettative del pubblico di lettori appassionati rispetto a un romanzo così popolare.

Scorrevolezza narrativa e ritmo fluido per questa girandola in costante bilico fra il possibile e l’impossibile, tra famiglie/tribù con madri in perenne viaggio inseguendo amori sempre instabili, giraffe, ragazzini pestiferi con la passione per gli esplosivi, adolescenti sensitive, gravidanze impreviste, attentati bombaroli, bambini scomparsi: certo il gusto patinato che avvolge la pellicola forse funziona solo parzialmente e inibisce in alcuni tratti la spontaneità del racconto, ma Bary si dimostra abile nel gestire i complessi equilibri del film, riuscendo a trovare una chiave efficace; e chissà che questo non renda concreta la possibilità di vedere sul grande schermo nuovi capitoli della Serie di Belleville.

Info
Il trailer de Il paradiso degli orchi.
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