RoboCop

RoboCop

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Torna lo sbirro robot di Detroit con la regia dinamica di Jose Padilha e le giunture fluidificate, ma Hollywood è cambiata parecchio dalla fine degli anni ’80 ad oggi ed ecco allora che la novità principale di RoboCop è la centralità della famiglia, che Verhoeven teneva invece in un fuoricampo onirico e melanconico.

Il Robot domestico

RoboCop è ambientato nel 2028, anno in cui la multinazionale conglomerata OmniCorp è leader nell’industria robotica. All’estero, i droni da essa prodotti, vengono impiegati dalle forze militari da anni, ma sono stati vietati come tutori della legge all’interno dei confini americani. Ora la OmniCorp vorrebbe impiegare questa controversa tecnologia anche sul fronte interno, considerando questa opportunità un’occasione d’oro. Quando Alex Murphy resta gravemente ferito, la OmniCorp intravede un’occasione unica per creare un poliziotto ibrido, in parte uomo e in parte robot… [sinossi]

Un tempo si schernivano gli zombie per via del loro scarso acume e del passo rallentato, ma da quando Zack Snyder ha ovviato a queste loro tare rendendoli iperdinamici in L’alba dei morti viventi (2004) – remake del secondo capitolo della memorabile saga romeriana – le cose sono parecchio cambiate, per i vivi, i non morti e ancor di più per i fan di questo amatissimo sottogenere horror. C’era dunque da aspettarsi, fin dalle prime note di produzione apparse sul progetto, che per il remake di RoboCop, cult movie firmato nel 1987 da Paul Verhoeven, il cyber-poliziotto lucidasse la divisa cromata e slogasse le sue giunture in favore di una maggiore e ben più fluida cinesi. Ed è andata esattamente così, tanto più che a dirigere questa riedizione in modalità blockbuster d’assalto è il talentuoso José Padilha, celebre per aver firmato e coreografato, con piglio semi-documentaristico, gli assalti delle truppe della polizia militare di Rio De Janeiro in Tropa de elite – Gli squadroni della morte e nel sequel Tropa de elite 2 – Il nemico è un altro.

Ma non pertiene al mero versante della velocità o dell’efficenza del robottone la novità di questa rentrée, nella quale il regista brasiliano – qui al suo debutto ad Hollywood – riesce a infondere una notevole personalità, specie nel lungo e articolato incipit. Si parte infatti con la satira politica e massmediologica affidata all’infotainement governato da un Samuel L. Jackson fiero sostenitore della presenza robotica sul suolo patrio, in un’America del 2028 dove i cyborg spadroneggiano esclusivamente nelle zone di guerra all’estero. Padhila coglie dunque l’occasione per intessere il suo discorso anti-imperialista in un’ottima sequenza ambientata a Teheran, dove il terrorismo si traduce in luddismo. Magistrale risulta poi una sparatoria pienamentre rispettosa della geometria balistica, che vede coinvolto il protagonista, incarnato da Joel Kinnaman, ancora nella sua versione umana. Le cose cambiano decisamente quando avviene la trasformazione, il nostro giovane e volitivo poliziotto finisce infatti vittima di un coitus interruptus e del conseguente ordigno piazzato sotto la sua auto dall’allarme tonante. Al suo risveglio il poveretto si ritova a possedere poi ancora meno carne umana di quella in dotazione al protagonista di E Johnny prese il fucile di Dalton Trumbo, tra i più strazianti e crudi apologhi antimilitaristi in era Vietnam. Ma il recupero sarà comunque implacabile, grazie anche alle cure del medico e mentore dall’etica alquanto ambigua, incarnato da Gary Oldman.

A svolgere lo sporco compito del cattivone di turno è invece un (ben) ritrovato Michael Keaton, nei panni di Raymond Sellars, CEO di una multinazionale in affari con le forze dell’ordine, e pronto ad agire senza scrupoli prendendo le sue decisioni da un ufficio adornato da tre splendidi dipinti di Francis Bacon. Ad ogni modo, come anticipato, il nuovo RoboCop si rivelerà ben più agile e svelto dell’originale, ingaggiando combattimenti senza quartiere per i quali Padilha predilige, forse anche banalmente, uno stile da videogame condito dalle relative immagini in soggettiva. Viene a mancare purtroppo quel twist narrativo da romanzo vittoriano che nell’originale dell’87 portava il protagonista (allora un ottimo Peter Weller), sorta di elephant man meccanico, a fare i conti con i lacerti emergenti della propria umanità, pronti a mettere in crisi il suo sistema a base di microchip. Qui la storia non è infatti più quella della ricostruzione di un’identità per un ex-umano, tutt’altro, il nuovo tutore dell’ordine metallico per buona parte del film, viene invece deprivato per gradi della sua umanità. Ad attuare questa dis-umanizzazione è proprio il suo creatore su richiesta del perfido Sellars, che lo vuole sempre più efficiente e dunque sempre meno dotato di coscienza e sentimenti.

Padilha deve aver amato molto la pellicola di Verhoeven, al punto di riprenderne, oltre all’icastica citazione “vivo o morto, tu verrai con me” i discorsi etici e morali, gli elementi di satira politica e sul mondo dell’informazione, il tema della memoria, il discorso anticapitalista di fondo, ampliandoli e riadattandoli a una realtà contemporanea notevolmente mutata. Ma anche Hollywood è cambiata parecchio dalla fine degli anni ’80 ad oggi ed ecco allora che la novità principale di RoboCop è la centralità della famiglia, che Verhoeven teneva invece in un fuoricampo onirico e melanconico, utile ad acuire la tragedia di un protagonista alla scoperta, lancinante, della sua natura umana. Peccato anche che non venga affatto sviluppato il rapporto con il partner, questa volta maschile anziché femminile, per favorire invece una relazione contrastata con il maieuta incarnato da Oldman, forse troppo indeciso, fino all’ultimo, circa le scelte giuste da intraprendere.
Anche la vendetta ora è un piatto consumato sin troppo freddo e in maniera sbrigativa, così come la resa dei conti finale, frontale e de-problematizzata, come il personaggio d’altronde, meno scisso e molto più governato a distanza dai suoi spregiudicati proprietari.

Il problema principale di RoboCop non risiede dunque nella regia, abile e coriacea di Padilha né nel cast attoriale tutto sommato piuttosto azzeccato, la faccenda è tutta produttiva e relativa all’impossibilità odierna di rinunciare al target infantile e dunque familiare. Pertanto, insieme a una pressoché completa decurtazione della violenza (piuttosto esplicita nell’originale) stavolta moglie (incarnata da Abbie Cornish) e figlioletto assumono un ruolo centrale nello svolgimento della storia. Tutto converge verso un obiettivo nuovo e inatteso: RoboCop non brama più tornare umano bensì ricongiungersi in qualche misterioso modo alla famiglia, addomesticarsi e imparare magari come un vero robot da cucina a frullare, sminuzzare e centrifugare, per la gioia di grandi e piccini.

Info
Il sito ufficiale di RoboCop.
La pagina facebook italiana di RoboCop.
RoboCop sul canale Film su YouTube.
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