Black Sea

Black Sea

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Efficace e più che sufficiente thriller sottomarino, Black Sea rilegge la tradizione tipica del genere attualizzandola alla luce di tensioni e asprezze molto contemporanee, senza spiccata originalità ma con indistruttibile solidità.

In fondo al mar

Il capitano di sommergibili Robinson, con un divorzio alle spalle e un figlio adolescente con cui non ha quasi alcun rapporto, viene licenziato dalla sua società di recupero relitti. Robinson decide di cercare il riscattarsi con un’impresa straordinaria: recuperare l’immenso carico d’oro contenuto in un sommergibile tedesco che giace sul fondo del Mar Nero dal 1941. A bordo di un sottomarino di fortuna e a capo di un equipaggio poco addestrato, il capitano parte così per un’avventura che si rivelerà ancora più pericolosa del previsto… [sinossi]

È un film solido e muscolare, Black Sea di Kevin Macdonald, un regista che viene dal documentario e che anche nei suoi lavori di finzione pare voler rintracciare la medesima componente granitica del cosiddetto “cinema del reale” (per ricorrere a facili e abusate categorizzazioni), in cui le storie vere si affrontano di petto e senza mezzi termini e il tributo da pagare alla veridicità degli eventi, agli sviluppi della Storia ufficiale e alle connotazioni reali dei personaggi è sempre altissimo. Macdonald sembra portarsi dietro quest’integrità inamovibile, quest’approccio aspro e resistente, questa scorza tignosa e molto difficile da spostare anche solo di un millimetro, nella quale tutto ha una ragione precisa, un background ben definito alle spalle e delineato il più possibile in sede di scrittura. Una giustificazione, insomma, che nei passaggi più involuti del suo ultimo film diventa purtroppo giustificazionismo, narrativo e psicologico, nonché tentativo di mandare avanti la baracca sempre e comunque. Anche laddove le idee scarseggiano, la tensione si standardizza su trovate logore e il cameratismo esplode in mille pezzi in stile Quella sporca dozzina, ma senza la stessa cattiveria del film di Aldrich e con una dose alquanto inferiore e di gran lunga meno necessaria di sgradevolezza e scontrosità. Per tacere del finale un po’ stucchevole e frettoloso.

È altrove, dunque, e non nel teorema scontato di un film su missioni impossibili realizzate per mano di loschi figuri, che Black Sea ravvisa alcuni elementi d’interesse. È nella spinta attualizzante della trama, per esempio, che individua nella vendetta e nella frustrazione sociale, in questo caso idealmente rivolta contro i datori di lavoro, la sola sollecitazione all’azione, l’unica valida motivazione per fare i conti con degli obiettivi ardimentosi e quasi suicidi, in cui il rischio è massimo ma la ricompensa personale altrettanto elevata. È da segnalare anche, come diretta conseguenza della prima premessa, la claustrofobia ostinata della messa in scena, che taglia i ponti con l’esterno non solo per esigenze di racconto ovvie e codificate ma perché alla base di tutto c’è il bisogno fisiologico di rinunciare e di sottrarsi in prima persona a un mondo che semplifica e condanna, che non ascolta e riserva soltanto delusioni amarissime.
La reclusione, in Black Sea, è una necessità intima, un’urgenza mentale e spirituale a tutto tondo, un aspetto che fa collimare in modo sorprendente e non banale l’immersione nei mari alla discesa priva di appigli nelle zone più remote e profonde della propria anima, in seguito a una ferita ricevuta e inferta all’autostima, che ancora sanguina.
Il regista de L’ultimo re di Scozia, che si avvale della sceneggiatura del Dennis Kelley della serie tv di culto Utopia, dà vita a una caccia a dei lingotti d’oro rimasti all’interno di un sottomarino nazista colato a picco durante la Seconda Guerra Mondiale senza schiodarsi, al netto di tutto, dai sentieri risaputi del genere, dal magistero di quei due tre titoli che in materia sono degli autentici capisaldi (Il tesoro della Sierra Madre di John Huston su tutti), ma allo stesso tempo sa come rinnovarne le agitazioni latenti e i fantasmi sotterranei. Un proposito, quest’ultimo, portato avanti con sufficiente efficacia, alla luce di un panorama di desideri e di emozioni legittimamente aggiornato ai nostri tempi, che non è esente nemmeno da quell’epica che in contesti di questo tipo non può davvero mancare, dalla notte dei tempi e per diversi motivi. Nella fattispecie per consentire di idealizzare le caratterizzazioni degli interpreti e avvolgerle nel mito (anche in presenza di azioni respingenti, di follie e avidità), ma anche per donare ai personaggi quella statura archetipica in grado di farli apparire ai nostri occhi prevedibili e al contempo appassionanti, favorendo così l’immedesimazione dello spettatore.
È da questa caratura nonostante tutto solenne, e non certo da una presunta originalità indubbiamente non nelle sue corde, che il film di Macdonald trae la sua compattezza e l’unità della sua ispirazione (e buona parte del merito va anche all’ottima prova da protagonista di Jude Law, così verisimile, grezzo, rude e alla larga da qualsiasi sex appeal ammiccante, per una volta).

I conflitti a bordo tra russi e scozzesi, in cui questi ultimi hanno evidentemente la stessa nazionalità del regista, rimandano poi a un’altra situazione su cui ci soffermavamo all’inizio, quel rapporto con la Storia, arduo da scrostare o da bypassare, che il cinema di Macdonald intende inseguire quasi fosse una meta vitale entro cui far respirare e dar respiro a ciò di cui si parla, sia che si tratti di giornalismo, orrori dittatoriali o congegni sottomarini sferraglianti sotto il livello del mare come in quest’occasione, sui quali accendere focolai di odio e di spirito guerrafondaio che, com’è stato detto e ravvisato, non possono che indirizzare agli echi della Guerra Fredda. Il mare, invece, sarà anche nero, a rigor di toponomastica, e oscuro come recita il titolo, ma sono depositati al suo interno talmente tanti segreti, misteri e orizzonti da esplorare da renderlo inevitabilmente un involucro seducente e ipnotico, che quando viene inquadrato da vicino sa regalare delle bellissime fuoriuscite dalla rigidità dell’ambientazione. Effrazioni che sono insieme raggelate e visionarie (lo stesso Law le ha addirittura immodestamente paragonate a 2001: Odissea nello spazio) e che rappresentano i momenti migliori del film.

Info
Il trailer di Black Sea.
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