La rosa di Bagdad

La rosa di Bagdad

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Favola in chiaroscuro che saccheggia bonariamente Le mille e una notte, La rosa di Bagdad trae più di un’ispirazione dall’irraggiungibile Biancaneve e i sette nani, ma è soprattutto alla vis comica e allo stile caricaturale de I viaggi di Gulliver di Dave Fleischer che bisogna fare riferimento.

Tonko, Zirko e Zizibé

Il giovane e coraggioso suonatore e incantatore di serpenti Amin, accompagnato dall’inseparabile gazza ladra Calina, è innamorato della bella principessa Zeila, nipote dell’anziano e sciocco califfo Oman III. Alle loro spalle trama il perfido Jafar, sceicco di un paese confinante, deciso a sposare la principessa e a impadronirsi del regno. Grazie ai malefici del potente mago Burk, Jafar riesce a stregare l’innocente Zeila, a imprigionare il povero Amin e a rendere innocui i tre consiglieri del califfo, i pasticcioni Tonko, Zirko e Zizibé. Quando tutto sembra oramai perduto, una misteriosa mendicante, alla quale Amin aveva fatto la carità, dona al ragazzo la preziosa lampada di Aladino, oggetto magico che può neutralizzare le stregonerie di Burk… [sinossi]

Archiviata la querelle sul primo lungometraggio d’animazione realizzato in Italia (dal Pubblico Registro Cinematografico della SIAE, nonostante I fratelli Dinamite e La rosa di Bagdad siano stati entrambi presentati alla 10a Mostra del Cinema di Venezia del 1949, risulta che l’opera di Pagot venne iscritta nel 1947 col numero 672, mentre Domeneghini registra il suo film solo nel 1949 col numero 799), questione più d’orgoglio che di sostanza, appare molto più interessante riflettere sulla natura artistica e produttiva della pellicola realizzata da Anton Gino Domeneghini, celebre pubblicitario bresciano che imbocca la strada della Settima Arte.
Ambizioso progetto che ha richiesto sette anni per essere portato a termine, La rosa di Bagdad sembra riassumere perfettamente, nonostante la convincente qualità artistica, tutti quei limiti e quei difetti che hanno impedito la nascita di una scuola, una tradizione, un’industria italiana. La mancanza di programmazione, la chiara derivazione visiva e narrativa da realtà straniere, quindi altre, già ampiamente consolidate e il consueto affidarsi alla tanto celebrata improvvisazione, bizzarro vanto italico, spiegano solo in parte la natura pionieristica de La rosa di Bagdad, ma fotografano con certosina precisione i sei decenni successivi, la cronica mancanza di un seguito industriale e artistico.

Riscoperto e restaurato alla fine degli anni Novanta dalla Cineteca Nazionale e distribuito in dvd e blu-ray nel 2009 nella rinnovata versione da Cinecittà Luce, in collaborazione con Film Documentari d’Arte e Digigraf srl, il lungometraggio diretto da Domeneghini può vantare alcuni momenti davvero ispirati (le atmosfere cupe e orrorifiche che permeano la sequenza del rapimento di Amin, la comica trasformazione dei tre saggi Tonko, Zirko e Zizibé alla fontana della giovinezza, l’inatteso sacrificio della gazza ladra Calina), impreziositi da fondali assai dettagliati e di alto profilo pittorico [1]. E se La rosa di Bagdad, favola in chiaroscuro che saccheggia bonariamente Le mille e una notte, trae più di un’ispirazione dall’irraggiungibile Biancaneve e i sette nani (1937), è soprattutto alla vis comica e allo stile caricaturale de I viaggi di Gulliver (1939) di Dave Fleischer che bisogna fare riferimento.
Sorvolando su alcune ingenuità del doppiaggio, sulla sceneggiatura poco scorrevole, sovraccarica di gag come nello stile dei Fleischer, sulla sistematica alternanza canzone-gag-canzone e sui movimenti non sempre fluidi dei personaggi, è doveroso riconoscere a La rosa di Bagdad una qualità, tenendo presente il contesto storico e produttivo, a tratti davvero sorprendente [2]. Un motivo in più per considerare il 1949 come un anno ricco di speranze e di promesse purtroppo non mantenute. In questo senso, La rosa di Bagdad porta con sé un retrogusto amaro: non tanto la nostalgia per un cinema che non c’è più, sensazione enfatizzata dall’inconfondibile voce narrante di Stefano Sibaldi, ma il rammarico per un seguito che, felici e brevi parentesi a parte, ancora attendiamo.

Note
1. Domeneghini arruola per l’impresa artisti e disegnatori di talento, come Libico Maraja (libicomaraja.it), Angelo Bioletto e Guido Zamperoni.
2. Prima pellicola italiana in Technicolor, La rosa di Bagdad supera con non poche fatiche il periodo bellico. Nel 1942 viene bombardata e quasi rasa al suolo la sede della IMA Film: la produzione del film si sposta in Franciacorta, mentre per le riprese in Technicolor tutto il materiale viene spedito in Gran Bretagna.
Info
La rosa di Bagdad in blu-ray.
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2 Commenti

  1. Massimo Becattini 28/12/2015
    Rispondi

    Ho apprezzato la recensione di Enrico Azzano su “La Rosa di Bagdad”. Vorrei solo precisare che il restauro digitale del film dai negativi originali è stato realizzato non dalla Cineteca Nazionale ma dal mio studio, Film Documentari d’Arte, che ha curato anche tutti gli extra del dvd/blu-ray, compreso il documentario “Una Rosa di guerra”. Un saluto cordiale

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