Le Cancre

Le Cancre

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A 86 anni per la prima volta Paul Vecchiali viene selezionato al Festival di Cannes. Le Cancre è l’occasione per incontrare di nuovo il suo cinema, boccata d’aria per cervello e cuore.

Chagrin d’amour

Laurent cerca la sua via, avendo trascorso l’infanzia e l’adolescenza nell’indolenza. Attraversa dei momenti di difficoltà con Rodolphe, suo padre: entrambi sono troppo emotivi per esprimere tenerezza. Rodolphe, attorno al quale gravitano le donne della sua vita, ha una sola ossessione: ritrovare Margherita, il suo primo amore… [sinossi]

Le onde, ancora una volta. Quella battigia che è approdo per un porto inesistente, con l’orizzonte che si estende a perdita d’occhio, senza nessun appiglio per lo sguardo. La dispersione, ancora una volta. L’amore. La morte. Il cinema di Paul Vecchiali è sempre fedele a se stesso, coerente, di una secchezza strutturale che non si lega mai a nessuna idea di rigidità, o di dogma. Un cinema anzi anti-dogmatico, come sottolinea la bandiera sotto la quale sventolano orgogliosamente i suoi film da dodici anni a questa parte, quando À vot’ bon cœur inaugurò la “serie”. Le Cancre, dunque, è “antidogme #12”; Le Cancre, dunque, inizia con le onde del mare che vanno a morire sulla riva, in sovrimpressione sull’immagine dell’anziano Rodolphe (interpretato dallo stesso Vecchiali) seduto su un canapè.
Approda per la prima volta alla selezione ufficiale del Festival di Cannes nel 2016, a ottantasei anni, Paul Vecchiali: chissà se esiste un altro regista in grado di avvicinare un simile record. Nonostante una trentina di regie sulle spalle, il più importante festival del mondo non aveva mai ritenuto opportuno invitarlo, anche se sulla Croisette un paio di suoi film si erano visti, ospitati alla Quinzaine des réalisateurs (per l’esattezza L’Étrangleur e il già citato À vot’ bon cœur). Dall’accoglienza riservata a Le Cancre, infilato malissimo nel programma, rendendo quasi impossibile il recupero a chi non gli riservasse come priorità assoluta, si intuisce che il feeling tra la kermesse diretta da Thierry Frémaux e Vecchiali non sia dei migliori. Che sia per via delle origini corse del regista, o della pulsante vena anarchica che pervade ogni sua opera? Chissà…

Dubbi di questo tipo a parte, l’incontro con Le Cancre nella Salle Bazin del Palais du Festival può essere paragonato a uno sbarco su Marte: lo sguardo assuefatto a una precisa idea di cosa significhi fare film “d’autore”, quella propagandata da Cannes (e nella stessa mattina non a caso in concorso è passato l’ultimo film dei fratelli Dardenne, il deludente La Fille inconnue), fatica con ogni probabilità da principio a entrare in contatto con la semplicità ai limiti del pauperismo di Vecchiali. Non c’è alcun bisogno di decoro o di abbellimento per i set allestiti dal regista, perché ciò che prende corpo sullo schermo è un avvenimento emotivo prima che puramente estetico.
La naturalezza espressiva – che ricalca anche uno sguardo sulla natura carico di nostalgia, e forse anche di rimpianto – si traduce anche nella narrazione, stavolta più frammentaria che in altre occasioni. Le Cancre è essenzialmente un puzzle, una composizione in più parti che non devono essere assemblate per forza tra loro, ma convivono le une accanto alle altre. La ricerca della memoria, come spesso capita nel cinema di Vecchiali, è anche la ricerca dell’amore, inteso nel senso più ricco e sfaccettato del termine. La Marguerite che Rodolphe vagheggia ora che la fine si avvicina, spingendolo a una ricerca in cui viene coinvolto anche il figlio Laurent, tutt’altro che convinto visto il rapporto conflittuale che vive con il padre, non è “solo” il primo amore dell’uomo: è anche la dimostrazione, a una persona che ha sempre gestito gli affetti come affari, che esiste un principio, che è anche arrivo, eterno ritorno. Un punto in cui cuore e cervello si fondono, trovando un’armonia altrove impossibile.

Il percorso, gestito da Vecchiali attraverso semplici e continui incontri tra Rodolphe, Laurent e vari uomini e donne – parenti, amanti, sconosciuti –, è teso a rintracciare l’angolo della memoria in cui viene generata la melanconia, prima responsabile della tenerezza. Lo slancio dell’uomo verso il romanticismo è naturale, e questo è ribadito una volta di più in Le Cancre, che per la sua natura non può che apparire meno coeso e compatto rispetto ad alcuni dei titoli migliori della filmografia di Vecchiali (per esempio il recente Nuits blanches sur la jetée, che illuminò il concorso di Locarno nel 2014), ma rappresenta l’ennesimo tassello indispensabile per entrare in contatto con un modus operandi cinematografico alieno a ogni compromesso, foss’anche con se stessi.
Tra una comparsata d’eccezione e l’altra – le più rimarchevoli sono senza dubbio quelle di Mathieu Amalric, come al solito imperdibile, e di Catherine Deneuve, vero e proprio punto di arrivo del film, della narrazione, e della stessa vita di Rodolphe – Le Cancre si installa in un interstizio nascosto, tra l’emozione e la razionalità, e lì si acquatta, pronto a colpire sornione lo spettatore nei passaggi più ispirati. Un film che non rinuncia mai alla vita, anche quando non può che metterne in scena la fine, e che riflette sul passato (anche quello del cinema, se è vero che in più di un momento sembra di trovarsi di fronte a una riedizione, al maschile, di Un carnet de bal di Julien Duvivier) con un senso di colpa mescolato a orgoglio. Dopotutto, come scriveva Jean-Pierre Claris de Florian per una celebre romanza di Jean-Paul-Égide Martini: “Plaisir d’amour ne dure qu’un moment. Chagrin d’amour dure toute la vie”. Chissà se a Cannes qualcuno si pentirà del trattamento riservato a un grande – non si scriverà vecchio – maestro…

Info
Le Cancre, il trailer.

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