È solo la fine del mondo

È solo la fine del mondo

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Juste la fin du monde (È solo la fine del mondo) conferma che il talento di Xavier Dolan non è in discussione, e si mette in mostra forse di più in un kammerspiel tutto giocato sui volti dei suoi protagonisti. Presentato al Festival di Cannes, nelle sale con Lucky Red.

Coming Home

Dopo dodici anni di assenza, uno scrittore torna nella sua città natale per annunciare alla sua famiglia la morte prossima. Ritrovarsi nel cerchio familiare significa anche dimostrare affetto attraverso le lotte infinite, e i vecchi rancori e le incomprensioni non possono che venire a galla… [sinossi]

Sul talento innato di Xavier Dolan, uno che a ventisette anni ha già portato a termine sei lungometraggi (il primo diretto a neanche venti anni) ed è in fase di post-produzione con il settimo – The Death and Life of John F. Donovan: lo si vedrà a Venezia? –, si sono sprecati fiumi di inchiostro, al punto che sarebbe inutile tornare a ragionarvi una volta di più. Il condizionale però è d’obbligo, perché se un film come Juste la fin du monde (È solo la fine del mondo), presentato in concorso alla sessantanovesima edizione del Festival di Cannes, ha diritto a essere studiato con attenzione, e non relegato semplicemente al grado di “opera minore” lo deve esclusivamente all’estro del suo autore. Prendendo spunto da una pièce teatrale omonima di Jean-Luc Lagarce, commediografo francese morto di AIDS ad appena trentotto anni nel 1995, Dolan oltrepassa finalmente l’oceano, per confrontarsi una volta per tutte con quella Francia che è apparsa fin dall’esordio la patria d’adozione. È solo la fine del mondo è un kammerspiel in piena regola, che non evade mai da una concezione di interno: i personaggi sono rinchiusi nella casa di famiglia, o nell’angusto abitacolo di una macchina.
Per rendere con maggiore precisione il senso di claustrofobia dell’ansiogeno testo di partenza (comunque rivisto e corretto da Dolan, che come d’abitudine cura molti degli aspetti del film, tra i quali il montaggio), il regista opta per l’annullamento pressoché assoluto delle inquadrature in totale e in campo medio. L’aria dell’inquadratura rimane reclusa in uno spazio asfittico, che non ha via di scampo da primi piani tragici e/o grotteschi, impauriti e imbarazzati. Lo slancio ad “aprire” l’inquadratura che rappresentava uno dei “coup de théâtre” del precedente Mommy non è qui giustificato, né possibile, perché i protagonisti in scena sono schiavi della loro stessa esistenza, e non sanno trovare alcuna via di scampo.

Dramma tragico che non ha timore di lanciarsi in digressioni anche parossistiche e ironiche, È solo la fine del mondo avanza a un ritmo indiavolato fin dall’arrivo del protagonista Louis nella casa in cui è cresciuto, e dove non torna da dodici anni. Lì ritrova la madre, il fratello maggiore Antoine e la sorella minore Suzanne – che in pratica non ha mai conosciuto –, oltre alla moglie del fratello, a sua volta mai vista in precedenza. In un salotto che appare come un bunker, i cinque personaggi parlano uno sopra all’altro, cercano di trovare un senso a quella visita fuori dall’ordinario. Louis è quasi un agente estraneo, esterno al mondo in cui è stato catapultato: l’onere di portare avanti gli intrecci psicologici e narrativi di È solo la fine del mondo sono infatti tutti sui parenti, naturali e acquisiti. Sono loro, e non lo scrittore Louis (che apre bocca solo se interpellato, nonostante sia tornato a casa per informare i suoi cari della morte che sopraggiungerà in breve tempo) a gestire di fatto i ritmi della giornata, tra memorie di domeniche all’aria aperta, resoconto sui nipoti che Louis non conoscerà mai e sogni di fughe via, lontano da quel luogo dimenticato da dio e dagli uomini.
Dolan non si limita a costruire il battibecco continuo e incessante, né a incollare la macchina da presa sui volti degli attori. La sua è una regia tattile, umbratile, quasi umorale. Se la derivazione teatrale non è mai presa sottogamba o ridicolizzata (e forse questo è anche uno dei limiti del film), il regista di Les amours imaginaires e Laurence Anyways agisce in maniera continuamente anti-naturalistica. Lo dimostra ad esempio l’utilizzo dell’illuminazione, che muta attraverso la vicenda seguendo le pulsioni istintive dei suoi personaggi. In questo modo, al rimbombo di tuoni e tempeste (e luci bluastre) che accompagnano una delle discussioni più veementi tra Antoine e Louis si lega un tramonto arancio che accarezza i volti spossati dei familiari.
Dolan utilizza le regole del mélo per cercare di scardinare un testo appassionato, ma non privo di buchi e di passaggi a vuoto. Se questo gli riesce nella maggior parte dei casi – ma la lunga sequenza in automobile tra i due fratelli appare estenuante, e abbastanza superflua – è solo grazie al talento cui si faceva cenno in precedenza.

Regista in realtà ancora immaturo, nonostante gli elogi (anche giustificati) che gli sono piovuti addosso nel corso degli anni, Dolan cerca in È solo la fine del mondo, come in Tom à la ferme, titolo a cui è facilmente apparentabile, di non strafare, di contenersi, di rinchiudersi a sua volta per dare sfogo a emozioni ora sussurrate ora urlate. Gli vengono incontro gli attori, tutti su livelli di eccellenza – in particolar modo Marion Cotillard e Léa Seydoux –, e un film volutamente piccolo, senza particolari ambizioni, che potrebbe perfino apparire un gioco non fosse per quel macigno che si va a posare sul petto dello spettatore.
A ventisette anni Dolan non ha timore di confrontarsi con la tragedia, e con l’ineluttabile mancanza di speranza: l’uccellino dell’orologio a cucù può forse evadere dalla gabbia di legno, ma finirà inesorabilmente sul tappeto, agonizzante, dopo aver cercato in maniera disperata la via d’uscita. Che non esiste.

Info
Il trailer di È solo la fine del mondo.
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