Piccoli crimini coniugali

Piccoli crimini coniugali

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Dopo un lungo silenzio, Alex Infascelli torna al lungometraggio di finzione con Piccoli crimini coniugali, una commedia nera impostata secondo i canoni del teatro borghese, non priva di efficacia e di cattiveria.

Perdere la memoria, quando si fa sera

A causa di un incidente domestico un uomo ha perso la memoria. Sembra non riconoscere neppure la moglie che tenta di ricostruire la loro vita di coppia tassello dopo tassello, provando a nasconderne le ombre ma incontrandone di nuove. [sinossi]

Curiosa la carriera di un regista come Alex Infascelli che, dopo un trittico di thriller/horror nella prima metà degli anni Duemila (Almost Blue, Il siero della vanità e H2Odio) e dopo un lungo purgatorio televisivo (dovuto soprattutto al fallimento di Il siero della vanità, suo film più ambizioso e che meriterebbe di essere rivalutato), è tornato al cinema prima con il documentario S Is for Stanley e ora finalmente (a undici anni da H2Odio) con un nuovo lungometraggio di finzione, una commedia nera sostanzialmente mainstream come Piccoli crimini coniugali, con protagonisti e unici interpreti Sergio Castellitto e Margherita Buy.
Curiosa parabola, o – verrebbe da dire – inevitabile parabola? Viene infatti naturale domandarsi se non ci si trovi di fronte a un percorso in fin dei conti obbligato per un regista che, dopo aver vanamente cercato di mantenersi indipendente tenendosi lontano dai canoni politically correct del nostro cinema, ha forse scelto alfine di arrendersi, pur di continuare a lavorare. Ma, al di là della risposta che si può dare al quesito, va comunque dato atto a Infascelli di essere riuscito con Piccoli crimini coniugali a costruire un film convincente, evitando abilmente di annullare la sua identità nell’imperante e spesso disastroso macro genere della commedia nazionale, che la fa da padrone nei listini dei nostri produttori e distributori e che, al contrario, interessa sempre meno al pubblico.

Adattando la pièce omonima di Éric-Emmanuel Schmitt, Infascelli abbraccia d’altronde il più tipico teatro borghese, dove una coppia – partendo dallo spunto della perdita di memoria di lui – battibecca dall’inizio alla fine, rinfacciandosi meschinità e debolezze, arroganza e presunzione. Ma, al contrario di quanto accade in simili titoli italiani recenti, anch’essi ostinatamente reclusi in case lussuosamente arredate (si pensi a Dobbiamo parlare di Sergio Rubini o a Il nome del figlio di Francesca Archibugi), Infascelli lavora al meglio con i pochi elementi che sceglie di avere a disposizione: gli attori e il décor.
Castellitto e Margherita Buy duettano a dovere, a loro agio nel misurarsi in personaggi che richiedono il pieno dispiego del loro talento attoriale. E in particolare, un po’ a sorpresa visto il lungo pedigree teatrale di Castellitto, la Buy vince il duello: dura, volgare, fragile, violenta, sarcastica e fintamente remissiva, orripilata dalla paura d’invecchiare. Così a tredici anni di distanza dal suo exploit simil-carpenteriano proprio ne Il siero della vanità, l’attrice simbolo del buonismo monocorde italico dimostra, ancora una volta grazie a Infascelli, che potrebbe dare molto ma molto di più di quel che solitamente le viene richiesto.

L’altro elemento su cui Infascelli nel suo Piccoli crimini coniugali ha lavorato con cognizione di causa è, come detto, per l’appunto il set: l’appartamento in cui vivono i due è palesemente ricostruito, basti pensare che, ad esempio, in una delle stanze ci sono addirittura delle sedie che sembrano quelle della sala d’attesa di un ospedale. Ed è ricostruito come lo sono normalmente gli interni dei film nostrani (si pensi al dispiego di fasto posticcio di Io e lei di Maria Sole Tognazzi), ma in una maniera scoperta e giocosa: non è un caso che Castellitto, privo di memoria, esplori l’appartamento con un senso di spaesamento arrivando ad un certo punto a infilarsi, con modalità keatoniane, tra la parete e una libreria dove è stato lasciato dello spazio inutilizzato. La scenografia è dunque finta perché deve apparire così agli occhi del personaggio maschile che non può e non deve credere che quella possa essere stata davvero un tempo la sua alcova e che possa tornare a esserlo, visto che gli appare tanto inospitale e così poco vissuta. E lo stesso deve poter arrivare a pensare, ovviamente, anche lo spettatore.

Costruendo dunque Piccoli crimini coniugali su questi due elementi basici e scegliendo di valorizzarli, grazie anche all’eccellente fotografia sovraesposta e gelida di Arnaldo Catinari e alle musiche – opera dello stesso regista e di David Nerattini – che rielaborano le inquietanti atmosfere delle colonne sonore italiane anni Settanta, Infascelli riesce a costruire un film solido che si issa al di sopra della mediocre media della nostra produzione, pur scontando una inevitabile fragilità narrativa nell’ultima parte, quando ormai i rivolgimenti e i colpi di scena si sono accumulati così tanto da rischiare di annullarne l’effetto.

Info
La scheda dedicata a Picoli crimini coniugali sul sito di Koch Media.
Il trailer di Piccoli crimini coniugali su Youtube.
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