Boston – Caccia all’uomo

Boston – Caccia all’uomo

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Sospeso tra poliziesco urbano e reportage giornalistico, retorica patriottica e crudo realismo, Boston – Caccia all’uomo di Peter Berg porta sul grande schermo gli attentati terroristici di Boston del 2013.

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L’attacco del 2013 alla Maratona di Boston ha distrutto vite ma ha anche misurato la reazione dello spirito americano. Una intera città si è stretta insieme per consegnare alla giustizia i colpevoli, scovandoli in tempo ed evitando che commettessero ulteriori atti di terrore… [sinossi]

Non è cosa facile riesaminare in tempi rapidi i traumi collettivi. Quel che appare certo è che la durata di rielaborazione a Hollywood si vada sempre più accorciando. Se al cinema statunitense occorsero parecchi anni per iniziare a raccontare il Vietnam (a parte Berretti verdi, firmato nel 1968 da John Wayne, ci volle almeno un’altra decade prima di iniziare ad affrontare la questione seriamente, con Il cacciatore di Cimino e Tornando a casa di Hal Ashby, entrambi del 1978), oggi il grande schermo si dimostra sempre più recettivo e tempestivo nei confronti della realtà, specie se si tratta di raccontare le dinamiche degli attentati terroristici di matrice islamica, purtroppo spesso al centro dei notiziari tv. Ecco infatti che già World Trade Center di Oliver Stone è arrivato a soli cinque anni dall’11 settembre 2001, Zero Dark Thirty della Bigelow un anno dopo la cattura di Bin Laden e, spostandoci in Europa, London River di Rachid Bouchareb ha visto la luce a quattro anni di distanza dagli attentati terroristici londinesi.

E così, ecco ora giungere nei nostri cinema Boston – Caccia all’uomo di Peter Berg, rilettura, sospesa tra presa diretta e adesione al genere action-poliziesco, dell’attentato alla maratona di Boston, avvenuto il 15 aprile 2013, giorno in cui la città celebra quel Patriots Day, che è d’altronde il titolo originale del film. È utile segnalare poi, che un evento di tal fatta, reso ancor più violento dalla data prescelta, in cui la città festeggia quella battaglia di Lexington che dette inizio alla guerra d’indipendenza delle colonie dalla Gran Bretagna, avrà presto un ulteriore adattamento sul grande schermo, con Stronger, firmato da David Gordon Green e interpretato da Jake Gyllenhaal.

Già autore di un interessante revival del blockbuster-action stile anni ’90 con il sottovalutato Battleship nonché di Deepwater, film sull’incendio della piattaforma petrolifera avvenuto nel 2010 nel Golfo del Messico, Peter Berg si è dunque dimostrato abile sia nella rilettura di fatti realmente accaduti, che nella messinscena più rutilante e in questa sua nuova prova registica mira a far convergere entrambi i suoi talenti.
In tal senso, Boston – Caccia all’uomo si rivela, nel corso della visione, come un film dalla doppia personalità, dove la rigida struttura narrativa corale, composta dai frammenti di vita di numerosi personaggi che avranno un ruolo durante o dopo gli attentati, si accompagna a un impianto registico che amoreggia con il reportage, secondo la strada già abbondantemente tracciata da Paul Greengrass.

L’impianto narrativo prescelto è dunque dei più funzionali: si tratteggiano i personaggi, si denotano i dettagli che ne portano in luce innocenza e sensibilità, per poi lasciarli travolgere dagli eventi. Tra gli altri, seguiamo il percorso verso la maratona di una coppia di innamorati, di un padre con bambino in passeggino e del poliziotto bostoniano Tommy Saunders (Wahlberg), poi ci sono un suo imberbe collega, la studentessa del Massachusetts Institute of Technology di cui è innamorato e un ragazzo cinese che ha appena acquistato un imponente SUV; le loro vite saranno cambiate per sempre dagli attentati. Infine, ci sono gli attentatori, giovani anche loro, bostoniani anche loro, ma pronti a far esplodere due bombe artigianali durante l’annuale maratona urbana. Tutto fila liscio in Boston – Caccia all’uomo, anche troppo, seguendo uno schema rigidamente impostato “a monte” che poco spazio interpretativo lascia allo spettatore, mentre gli apre di fronte un baratro emozionale simpatetico pressoché inevitabile.

Eppure, anche in una struttura così ben organizzata, Berg riesce ad inserire degli elementi che riescono a convincere, per lo meno a tratti, anche lo spettatore più smaliziato e meno propenso a commozione e patriottismo. Esempio ne è il prologo del film, dove nel corso della notte antecedente la maratona cui è destinato come direttore del servizio d’ordine, il poliziotto incarnato da Wahlberg fa irruzione nell’appartamento di un tizio accusato di violenza domestica, sfondando la porta con una ginocchiata. Da ora in avanti, il nostro eroe si trascinerà la gamba indolenzita e avvolta in un tutore, per il resto del film. È un’idea semplice, molto “classica”, ma che funziona perfettamente, innescando il tema del dolore – per ora fisico e solo del protagonista, a breve anche collettivo e ben più traumatico – e spingendo lo spettatore a empatizzare con il personaggio durante il suo lungo “calvario”.

La violenza, tema centrale di Boston – Caccia all’uomo esplode senza remore né inibizioni con la scena degli attentati e viene accuratamente declinata in ogni suo aspetto: ci sono i corpi dilaniati delle vittime, i bambini separati dai genitori, le mogli dai mariti, in un caos frenetico eppur organizzato, tutto volto a celebrare l’operosità di una città ferita che si rimbocca le maniche e si rivolge al proprio vicino, compagno di sventura, elargitore di conforto.
Berg utilizza poi con intelligenza anche un sottotesto western, allestendo con cura la “main street” in cui ha luogo l’attentato, al punto che, quando questa viene ricostruita dall’FBI in un hangar e il nostro Saunders può sfoderare un’accurata conoscenza della topografia del luogo (sa a memoria le posizioni di tutte le telecamere di sorveglianza), anche noi non ci perdiamo di un centimetro, orientandoci perfettamente, da neo-bostoniani, in un luogo che magari nella vita reale non abbiamo mai frequentato.

Naturalmente poi, tra polizia locale, statale e federale, forze speciali anti-terrorismo e incursioni del sindaco, i conflitti su come gestire le indagini non mancano e in questo caso il film risulta a corto di idee, lasciando che tutto si risolva in sonore litigate tra i vari “capi”, poco coinvolgenti e altrettanto poco risolutive. Per fortuna però, Berg risolleva tutto con una sparatoria notturna dall’impeccabile coreografia, spettacolare quanto basta per farci sobbalzare ad ogni colpo, senza mai perdere di vista la dinamica dell’evento né le posizioni dei personaggi in scena.

La retorica c’è, inutile sopprimerla in un film come questo. Berg l’abbraccia in toto, senza pudori e con risultati diseguali. Se infatti colpisce duro l’immagine reiterata di quel cadavere del bambino (una delle vittime degli attentati) rimasto sull’asfalto, ma orgogliosamente custodito da un poliziotto per buona parte della durata del film, convincono molto meno sia l’arringa di Wahlberg sulle forze dell’ordine e sull’amore matrimoniale – un discorso roboante ma sconnesso, cui si fa decisamente fatica a prestare attenzione -, sia l’inevitabile sottofinale con didascalie, foto delle reali vittime e dei reali membri delle forze dell’ordine. Per non parlare poi di quel cittadino che, nel corso della sparatoria notturna, esce di casa porgendo un martello a un poliziotto perché, dice, vuole fare anche lui la sua parte contro i cattivi.

Nel complesso infatti, la tanto sbandierata (la cosa è ribadita più volte durante il film) partecipazione della città alla caccia ai due terroristi, non funziona a dovere, né il poliziotto Saunders ha poi un ruolo così decisivo nella risoluzione dei fatti (la cattura dell’ultimo attentatore ancora in vita). Boston – Caccia all’uomo resta infatti un film diseguale, retorico eppure ruvido, strutturato a tavolino, ma costantemente alla ricerca di un’immagine realistica, documentaria. In fin dei conti è proprio lo stile registico di Peter Berg a rappresentare la vera forza del film.
Boston – Caccia all’uomo si pone a tratti come una sfida allo sguardo dello spettatore, è un film disturbante e violento non solo per i fatti che narra, ma per come sceglie di rappresentarli, con uno stile da “presa diretta” costante, fatto immagini traballanti, cupe, quasi inintellegibili, registrate da una macchina da presa che non vuole compiacere né blandire. È proprio quest’ultima, con la sua irrequietezza perenne, l’unica arma sfoderata dal film contro la retorica patriottica, o per lo meno resta l’ultimo baluardo cui fare affidamento per chi non la digerisce.

Info
Il trailer di Boston – Caccia all’uomo.
La pagina dedicata a Boston – Caccia all’uomo sul sito di 01 Distribution.
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