Zama

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Presentato fuori concorso a Venezia, Zama di Lucrecia Martel traspone un classico della letteratura argentina del Novecento, per raccontare una storia di colonialismo in Sudamerica. Con il suo classico stile di stagnazione narrativa, la regista costruisce un poema visivo in un contesto naturale maestoso e vergine e, al contempo, una riflessione sulla banalità del colonialismo.

La banalità del colonialismo

In una remota colonia in Sudamerica, nel tardo XVIII secolo, l’ufficiale della corona spagnola Don Diego de Zama aspetta invano una lettera di trasferimento a sedi più prestigiose. Subisce piccole umiliazioni, fino a lasciarsi andare alla lussuria e alla paranoia. [sinossi]

Zama, presentato fuori concorso a Venezia, è la nuova opera di Lucrecia Martel, tratta dall’omonimo romanzo di Antonio Di Benedetto, considerato opera cardine della letteratura del Novecento argentino. Le vicende dell’ufficiale Don Diego de Zama sono trattate dalla regista con quel suo stile tipico di stagnazione narrativa che porta avanti fin da La ciénaga, il film che la fece conoscere. Il tempo fluisce in quel villaggio sperduto, in quell’avamposto del sistema coloniale spagnolo nell’estrema terra sudamericana.
E per il protagonista, Don Diego de Zama, ieratico e silente, si tratta di vivere in una condizione da teatro dell’assurdo, aspettando invano una lettera dalla corona che non arriverà, mentre ricorre l’enigmatica figura del bandito Vicuña Porto. Figura leggendaria; esiste? È morto? E anche la sua apparizione non scioglierà veramente l’enigma.

Si tratta per Martel di uscire dalla convenzioni del cinema storico, di sostituirle con il proprio stile poetico e di messa in scena. Volutamente la regista non realizza un museo storico, una rassegna di utensili dell’epoca da esibire per sottolineare l’accuratezza della ricostruzione. Accuratezza peraltro scientemente non perseguita, come di solito si fa in questi casi. Non ci sono candele, che dopo Barry Lyndon rappresentano ormai uno stereotipo dei film ambientati nel Settecento. Ogni volta che si prefigurava una scena con una candela, l’abbiamo accuratamente evitata, racconta la regista. Non si vedono fiamme nel film ma solo fumo.
E in realtà l’eventuale gioco sul film di Kubrick, che ha rappresentato un manifesto su cinema e Storia, può proseguire con un finale dove ancora al protagonista vengono amputati degli arti, qui le braccia al posto della gamba di Barry Lyndon. Se Kubrick si poneva il problema dell’effetto speciale, dell’esibire il personaggio senza gamba, Martel, nel suo ostentato svincolarsi dalle regole del cinema, lascia fuori campo senza alcuna enfasi cruenta il taglio del primo braccio e stacca appena prima dell’amputazione del secondo. Non c’è enfasi come non c’è in tutto il film e nemmeno può esserci in un momento così drammatico come quello di un’amputazione. Quello che interessa alla regista, è mettere in scena quello stupro primigenio di un popolo perpetuato dai colonizzatori in America Latina, alla base della composizione umana e del melting pot etnico attuale.

La ricostruzione di quell’avamposto coloniale è improntata in Zama a un’estetica della sciatteria. Le parrucche settecentesche posticce, indossate quasi per dovere ma che non nascondono i veri capelli sottostanti, gli edifici fatiscenti che si confondono con le baracche degli indigeni, il continuo viavai di persone, indigeni e animali, fino al lama che gironzola nell’ufficio del governatore. E lo schiavetto che agita in continuazione un grande ventaglio, come l’aria condizionata pre-tecnologica in stile Flintstones.
Lucrecia Martel mette in scena la banalità del colonialismo, anche quando questo assumeva un aspetto paternalistico, non particolarmente violento. In tal senso sono indicative le prime scene, quella di Zama vicino a una spiaggia con le donne indigene coperte di fango che lo apostrofano come un guardone – ma poi lui ne picchia una – e quella del prigioniero torturato che verrà assolto in un processo. Lo sterminio delle popolazioni indigene sudamericane, per le malattie portate dagli europei, viene citato in una battuta in cui si fa riferimento a una situazione di contagio.

Nella sua forma ai limiti della de-narrativizzazione, Lucrecia Martel sbriglia le immagini imponenti di quella natura vasta e incontaminata, fino ad arrivare al poema visivo. La natura usata in chiave metaforica, quella del pesce gatto, fino alla maestosa scena finale, del corpo di Zama con gli arti amputati portato in barca da bambini indigeni. Forse una tomba, come le fate che portano Artù nell’isola di Avalon nel finale di Excalibur, una situazione onirica come virante all’onirismo di cui si compone tutta la parte finale.

Info
La scheda di Zama sul sito della Biennale.
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