Una questione privata

Una questione privata

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Una questione privata è l’adattamento – molto libero – che i fratelli Taviani hanno tratto dal romanzo di Beppe Fenoglio; nel riprendere il tema della lotta partigiana a trentacinque anni di distanza da La notte di San Lorenzo i fratelli pisani dimostrano (nonostante una prima parte più stanca nella scrittura e nell’estetica) di saper ancora raccontare la guerra, le sue pulsioni intimi e universali, i tremori dell’umanità.

Milton disperso nella bruma delle Langhe

“Over the Rainbow” è il disco più amato da tre ragazzi nell’estate del ‘43. S’incontrano nella villa estiva di Fulvia, adolescente e donna. I due ragazzi sono Milton e Giorgio, l’uno pensoso, riservato, l’altro bello ed estroverso. Amano Fulvia che gioca con i sentimenti di entrambi. Un anno dopo Milton, partigiano, si ritrova davanti alla villa ora chiusa. La custode lo riconosce e insinua un dubbio: Fulvia, forse, ha avuto una storia con Giorgio. Per Milton si ferma tutto, la lotta partigiana, le amicizie… Ossessionato dalla gelosia, vuole scoprire la verità. E corre attraverso le nebbie delle Langhe per trovare Giorgio, ma Giorgio è stato fatto prigioniero dai fascisti… [sinossi]

A parlare di Una questione privata, prima che Paolo e Vittorio Taviani decidessero di trasformarlo in un film, fu sul finire del 2014 Giulio Questi durante un’intervista che rilasciò a Quinlan nel bel mezzo del Torino Film Festival, dove era omaggiata la sua intera filmografia: «Partiamo da Fenoglio. Io avevo un contratto con Cristaldi, per un film da stabilire, e io non avevo progetti miei e mi stavo arrovellando perché volevo dargli qualcosa che potesse andar bene per il tipo di cinema che produceva. Un giorno mi chiama e mi chiede se avessi letto i libri di Fenoglio, che io conoscevo molto bene. “Perché non ti butti su una di quelle storie?”. Io, che avevo tutte le mie storie partigiane ero un po’ dubbioso, perché ero, come dire, egoista con la mia memoria; erano ricordi che avevo così dentro di me che scrivendo non sentivo di rovinarne la memoria, ma temevo di svilirli con il cinema, che bene o male diventa una realtà finta. Ma Fenoglio mi piaceva così tanto che partii per Alba e lo incontrai. Lui aveva fatto la guerra in Giustizia e Libertà, e anche la mia brigata era una Gielle, quindi abbiamo parlato a lungo di cosa si sarebbe potuto fare. Lui mi dice “Io sto scrivendo una storia che secondo me potrebbe andare bene, ma devo ancora finire il libro”; ha preso la penna e lì sul tavolo mi ha descritto quello che poi sarebbe diventato Una questione privata. Mi lasciò questa scaletta e io ci ragionai sopra, esaltandomi anche perché il plot era davvero bello; ho cominciato a lavorare sul progetto, mentre lui andava avanti a scrivere il libro. Dopo qualche tempo, durante il quale ci siamo scambiati qualche telefonata e un paio di lettere, vengo a sapere dai familiari della sua malattia. Alla sua morte, poco dopo, il progetto è caduto nel nulla. Tutto sommato sono contento di non averlo fatto, perché sentivo una forzatura dentro di me: non era roba mia, quell’universo di piccoli borghesi di provincia era troppo lontano da me e infatti stavo cambiando i personaggi trasformandoli in poveri contadini».
Più vicini alla classe sociale di appartenenza di Fenoglio sono proprio i Taviani, maggiormente a loro agio nella grande villa alle porte di Alba in cui si ritrova il partigiano Milton, lì a ricordare quando in quel luogo c’era ancora vita, e le stanze erano abitate da Fulvia, il grande amore platonico suo e dell’amico Giorgio. Forse non platonico per entrambi… Non è materia semplice trattare con la scrittura eternamente reinventata di Fenoglio, tra anglismi e costruzioni psicologiche mai banali, mai semplici, mai ovvie. Non è materia semplice, e il cinema italiano l’ha dimostrato in maniera plateale nel 2000, quando alla Mostra di Venezia venne presentato Il partigiano Johnny, fallimentare adattamento del romanzo omonimo a opera di Guido Chiesa. Alla difficoltà a maneggiare una materia letteraria come quella di Fenoglio si aggiunge poi la naturale diffidenza del cinema italiano a trattare da vicino l’esperienza della lotta armata sui monti, per combattere le milizie fasciste della Repubblica di Salò.

Non c’è fedeltà, nel film dei fratelli Taviani, che arrivano a riscrivere in maniera completa il finale, quel finale che da decenni fa dibattere con veemenza i cultori dello scrittore albese: cos’è quel finale così volutamente ambiguo? Cosa narra? E perché si interrompe in quel modo, è forse da considerarsi un incompiuto? L’uscita postuma del romanzo parrebbe indicare una soluzione simile, ma non esiste alcuna certezza in merito. Consci di quel che può significare, i Taviani ribaltano il senso del finale e lo fanno con l’assoluta certezza che questo non significhi in nessun modo smentire la scrittura di Fenoglio, o il motivo stesso dell’esistenza di Una questione privata. Se bisogna cercare delle debolezze, in questo breve film martirizzato prima ancora della sua apparizione sugli schermi (probabilmente sulla scia dell’effettivamente sbalestrato Maraviglioso Boccaccio), si possono rintracciare nella prima metà dell’opera, sia per la mancanza di un reale sguardo estetico su ciò che fu nei tempi prima della lotta armata, con inquadrature piatte e prive di profondità e luci omogenee, poco in grado di valorizzare il potenziale nostalgico della situazione, sia (ancor più) per il netto contrasto tra la recitazione sempre naturale di Luca Marinelli e l’azzimata postura teatrale di buona parte del cast con cui si ritrova in scena.
Lì, in quello scarto di senso, si rischia di perdersi per non trovare più la strada d’uscita, come Milton che corre nella bruma che sovrasta le Langhe, la terribile nebbia che vorrebbe addirittura infilarsi infingarda nei rifugi malmessi dei partigiani. Lì si avverte il senso di distacco dalla realtà che troppo spesso ha afflitto il cinema dei Taviani negli ultimi decenni. Ma la realtà racconta di due Una questione privata, e il peregrinare di Milton di colle in colle, di brigata in brigata, alla ricerca di uno “scarafaggio nero” (questo l’epiteto con cui sono stigmatizzati i fascisti) da scambiare con l’amico Giorgio, ha il dono dell’epica sommessa ed è gravido di un’imponenza fragile che coinvolge, e arriva anche a commuovere, come nella bella sequenza che vede Milton a tu per tu con una giovane contadina incinta, lui stanco e sfiduciato e lei animata da un odio per i fascisti che non ha fine. Colti dal confronto con un oggi che vede il risorgere di un fascismo dilagante, e non solo nelle fazioni che apertamente si rifanno a Mussolini, i Taviani posano uno sguardo più speranzoso su questi giovani che abbandonano studi e campi per imbracciare i fucili e combattere colpo su colpo. Magari morendo senza aver mai rivisto i genitori, come la giovane staffetta fucilata da un pur riluttante capitano della Repubblica Sociale. È un’opera non priva di finezze, Una questione privata, e scartarla per partito preso o fermarsi solo alle sue gracilità espressive sarebbe un grave errore. Anche perché quel che accadde per un anno e mezzo in Italia, tra il settembre del 1943 e l’aprile del 1945, sembra ancora essere un tabù, terreno perfino spesso aperto a una revisione della Storia – si veda lo squallido Il sangue dei vinti di Michele Soavi. “Geniali dilettanti in selvaggia parata”, cantavano i partigiani i CSI in Linea Gotica, ispirata proprio dai testi di Fenoglio. Così li cantano anche i Taviani, ricordando qualora lo si fosse dimenticato che ogni universo esiste solo come insieme di particolari. E di memorie. E di odi e amori.

Info
La scheda di Una questione privata sul sito della Festa del Cinema di Roma.
Il trailer di Una questione privata.
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