Escalation

Escalation

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Opera prima di Roberto Faenza, Escalation è un bel recupero che torna a parlarci di un lontano cinema contestatario, modulato sui toni della satira grottesca e della freddezza concettuale. In dvd per Cinekult e CG.

Discendente di una casata d’industriali, il giovane Luca Lambertenghi è fuggito a Londra per vivere in libertà secondo nuovi modelli di vita disallineati rispetto alla società dominante. Il padre Augusto lo riporta a casa, determinato a trasformarlo in un suo perfetto successore alla guida dell’azienda. Sulle prime Luca recalcitra, tenta più volte la fuga, ma il padre trova poi la chiave giusta di “rieducazione” in una fredda e affascinante psicologa, Carla Maria, che in breve tempo si fa sposare da Luca e tenta l’escalation all’azienda di famiglia… [sinossi]

Escalation (1968) di Roberto Faenza è innanzitutto un apologo contestatario, che nella sua sostanza narrativa ripercorre un paradigma roccioso, necessario e prevedibile nel suo svolgimento. Prima di ogni altra cosa Faenza vuol dare vita infatti a un racconto esemplare di reintegrazione sociale, individuando tappe ben precise nella scansione di un chirurgico reinserimento di un disallineato nel pensiero dominante. Fortemente esemplari sono infatti i personaggi evocati: un giovane contestatore ingenuo e sognatore, il padre industrialotto, lo strumento della psicanalisi come grimaldello del conformismo. E pure un intervento forzato della psichiatria. Escalation è dunque un film politico e platealmente a tesi, che sceglie i territori della satira grottesca, del freddo straniamento e dell’essenzialità di racconto. Faenza sembra incrociare lo straniamento brechtiano al vivido cromatismo del pop, riducendo al contempo il racconto a poche linee necessarie. Ripercorrendo luoghi ben conosciuti (quantomeno a posteriori) del cinema contestatario, Faenza allestisce intorno al protagonista Luca varie forme di potere, alleate tra loro nel tentativo di riportare la “devianza” nei territori sicuri e prevedibili della società costituita.
Il padre/industria, non meglio identificate associazioni che si occupano di ricondurre fuggiaschi in patria, psichiatria violenta e utilizzata come strumento di repressione politica, psicanalisi, forze dell’ordine pronte a chiudere un occhio davanti al peso di notabili del potere economico. Non ultimo, il sesso, che come ben sottolinea Davide Pulici negli extra annessi al dvd si tramuta in strumento ambiguo. Se da un lato la grande onda liberatoria della contestazione porta con sé un’ulteriore e destabilizzante liberazione erotica, dall’altro il sesso può anche trasformarsi in strumento reazionario e controrivoluzionario. In Escalation sembra prevalere questa seconda tendenza, che identifica nell’affascinante psicologa Carla Maria non solo lo strumento di una psicanalisi rigorosamente conformistica, ma anche il veicolo per la scoperta del piacere e dell’istinto. E niente, in fondo, è più reazionario dell’attaccamento al piacere, che chiude l’individuo in una sfera privata, individuale ed egoistica, pronta a reclamare il possesso esclusivo di un altro essere umano. Faenza inquadra bene il ricatto sotteso alle strategie messe in atto dalla donna, il suo scaltro sottrarsi ai desideri di Luca dopo averli lungamente stuzzicati. Nella negazione del piacere risiede un subdolo strumento di dominio sull’altro, un continuo spostamento del confine sempre più in avanti, che permette di accampare richieste con la promessa implicita di un futuro concedersi. Nella scoperta del sesso Luca cade dal suo ingenuo paradiso terrestre verso il particolarismo dell’interesse personale. Dimentica a poco a poco Buddha e l’India, chiuso nella trappola del desiderio innescata da Carla Maria.

Nell’esordio un giovane Lino Capolicchio tratteggia infatti una sorta di nuovo Candido riletto e rivisto alla luce degli umori della contestazione, dove lo stupore di fronte all’universo si delinea, tra le altre cose, tramite nuove passioni per le culture orientali. Lungo il percorso di Escalation Luca va poi incontro a una letterale rieducazione, che si esplicita anche in chiari mutamenti fisici. Il giovane esordisce nel film assumendo i comportamenti di un clown disarticolato, che già contiene nella gratuità dei liberi movimenti del suo corpo la messa in discussione di un mondo fatto di stretti legami tra forma e funzione – in un mondo fatto di necessari rapporti causa/effetto, anche il corpo deve interagire con l’ambiente secondo posture e interventi razionali, evitando il gesto fine a se stesso. Per progressivi mutamenti, Luca assume poi pettinature, abbigliamenti, sguardi e movimenti sempre più coerenti con l’ambiente circostante, in un inarrestabile processo di essenzializzazione e funzionalizzazione dell’espressione corporea.
Al contempo, le scelte profilmiche di Faenza aderiscono a tendenze poptical molto diffuse nel cinema dell’epoca, sposando l’estetica dei colori netti a contrasto, senza ombre e chiaroscuri, con particolare enfasi sul rosso, l’arancione e il violetto. Tale tendenza espressa in costumi e arredamenti ricopre una duplice funzione. Da un lato, contribuisce a sua volta all’evocazione di un universo straniato, in cui spesso la freddezza delle enunciazioni di battute si muove verso la teoria brechtiana dell’autocoscienza dell’attore nel momento della recitazione. Dall’altro, evoca cromaticamente un universo di conformismo, dove la moda si traduce in oggetto di condivisione estetica, di nuovo secondo dinamiche egemoniche – operazione in linea con la sostanza della pop art figurativa.
Certo, a rivedere dopo 50 anni certe tutine monocrome indossate da Lino Capolicchio e Claudine Auger è difficile stabilire un netto confine tra distanza e complicità. Vien da ridere, molto, forse oltre le intenzioni originarie di Faenza. Tuttavia tali scelte compongono la sostanza espressiva di Escalation secondo un progetto saldo e coerente, in cui trova posto anche un uso intelligente del commento musicale, ripartito tra temi originali di Ennio Morricone e riletture di classici (il Dies Irae). E, ancora in linea con l’aria del tempo, si evocano pure scenari da Body Art, dove il corpo si traduce in oggetto plastico per operazioni estetiche.

Nella sua conclusione, Escalation marca anche qualche tratto di intelligente originalità, individuando nel rientro nei ranghi operato (e subito) da Luca una sorta di scaltro compromesso tra la sua natura contestataria e le istanze della società. Alla fine non si è sicurissimi che Luca, da cinico e opportunista, abbandoni del tutto se stesso per omologarsi e integrarsi. Giunge all’omicidio perché ferito nei sentimenti, lascito ingenuo della sua vita precedente, mentre i metodi adottati per perpetrare il crimine restano debitori delle culture lontane alle quali è stato affezionato per lungo tempo, una sorta di traduzione in termini produttivi di culture altre – l’idea della produzione, dunque, si rivela comunque vincente e schiacciante.
Il funerale conclusivo è al contempo atto di fede nei confronti della società dominante ma è anche imposto da Luca secondo modalità scardinanti (i suonatori neri, la bara di ghiaccio), che contengono un’implicita contestazione dell’ipocrisia insita nelle esequie decorose e ben pettinate di stampo borghese. Cosicché il funerale, di per sé già teatrino sociale, si tramuta sotto queste vesti in commento e critica consapevole del teatrino stesso, teatrino di secondo livello. Alle sue ultime battute Escalation mostra un Luca che non diventa suo padre, ma impara a imitarlo, e nel meccanismo dell’imitazione è già insita una corrosiva demistificazione. “Fare come” implica già una satira e una presa di distanze, costruita sull’ingigantimento dei tratti più marcati e ridicoli di specifici comportamenti. Certo, le note conclusive non possono che essere piegate al pessimismo e alla rinuncia. In quel sacco dove Luca raccoglie i suoi simulacri carichi d’affetto ci finisce tutta la sua vita precedente, e già nell’idea del compromesso è del resto racchiusa la sconfitta. Tuttavia, avviandosi a sostituire il padre, Luca magari utilizzerà la sua acquisita scaltra consapevolezza per -chissà- tentare di scardinare il sistema dall’interno.

Pochissimo visto e circolato, e pure rieditato successivamente con un titolo (L’integrato sessuale) che attirasse più superficialmente un pubblico di bassi appetiti, Escalation è dunque un bel recupero, ripescato dagli esordi di un giovanissimo Roberto Faenza giunto qui al suo primo lungometraggio – all’epoca dell’uscita del film aveva appena 25 anni. Per riscoprire, forse, che Escalation narra un po’ profeticamente anche la successiva integrazione dello stesso Faenza, passato da questo cinema corrosivo e intelligente alle anodine coproduzioni internazionali dagli anni Novanta in poi.

Extra: “Sex Power” (18′ 02”) – presentazione di Davide Pulici.
Info
La scheda di Escalation sul sito di CG Entertainment.
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