Red Zone – 22 miglia di fuoco
di Peter Berg
C’è qualche verbosità fuori controllo in Red Zone – 22 miglia di fuoco di Peter Berg, ma anche una struttura narrativa e una mano registica assai solide, senza dimenticare poi il valore aggiunto apportato da un interprete-performer quale Iko Uwais, già protagonista della saga di The Raid.
Figli di una madre minore
Mark Silva è un agente speciale dei servizi segreti con una missione letale e pericolosa: dovrà proteggere un informatore a conoscenza di segreti che potrebbero sventare attacchi terroristici di portata catastrofica. Insieme alla sua squadra lo scorterà per 22 miglia, in una corsa contro il tempo per portarlo fuori dal paese. Durante il viaggio dovrà scontrarsi contro squadre d’assalto e nemici armati pronti a tutto. [sinossi]
Non sono poi molte 22 miglia, equivalgono a circa 35 chilometri, una distanza più che ragionevole per raggiungere l’aeroporto di una grande città. Si muove quasi tutto su questo tracciato orizzontale Red Zone – 22 miglia di fuoco di Peter Berg (Battleship), action a sfondo spionistico, dove lo spazio urbano di una metropoli indonesiana viene continuamente verticalizzato da esplosioni, sguardi indiscreti dall’alto (aerei spia, telecamere a circuito chiuso e quant’altro), alti caseggiati che svettano verso il cielo. Una verticalità a sua volta continuamente ricondotta sul terreno, tra inseguimenti in auto, corpo a corpo e quella distanza geograficamente breve, che sembra non colmarsi mai. Il tutto è poi ritmato da un timer che scorre implacabile, scandendo il lasso di tempo concesso ai personaggi per portare a termine la loro missione: rintracciare un ingente quantitativo di Cesio 137, letale isotopo radioattivo.
Lo spazio e il tempo dunque, due coordinate essenziali nell’action e nel racconto cinematografico tout court, sono qui continuamente spezzati, interrotti e piegati dalla volontà galvanica di una narrazione fatta di interruzioni e ripartenze, utili a rinnovare la tensione di un racconto spy-action che non si adagia mai sulla singola “trovata” né si compiace dei colpi di scena innescati, ma rilancia continuamente, preda di una multiforme inventiva.
Dopo Lone Survivor, Deepwater e Boston: Caccia all’uomo Peter Berg ritrova per la quarta volta la sua musa ispiratrice Mark Wahlberg e gli fa calzare i panni di James Silva, agente segreto a capo di una squadra iper-addestrata sempre pronta a entrare in modalità “Red Zone”, ovvero in connessione con un team di cervelloni omnivedenti e onniscenti, collocato in un altrove misterioso e capitanato da un John Malkovich dal vistoso parrucchino. Nell’incipit del film, la squadra di terra di Silva e quella “altrove” portano a termine, non senza perdite, un’operazione segreta in un placido sobborgo americano, mentre la regia si prodiga in un abile utilizzo della steadycam e dei termovisori, strumenti assai frequenti nell’action contemporaneo (visti di recente anche in Soldado di Stefano Sollima). Alcuni anni più tardi, Silva e la sua squadra sono al lavoro presso l’Ambasciata USA di una metropoli indonesiana. Qui apprendiamo del forte legame di complicità tra Silva e la collega Alice (Lauren Cohan), madre divorziata di una bambina che non può contribuire a crescere, perché ha consacrato la sua esistenza a proteggere il proprio paese – e il mondo intero – dalle possibili minacce. L’arrivo in Ambasciata di Li Noor (Iko Uwais), l’informatore locale di Alice, scatena una serie di problemi e provoca l’innesco del film. L’uomo ha infatti un hard disk, opportunamente criptato, che contiene le location in cui è nascosto il pericoloso Cesio 137. In cambio della password per aprire il disco, chiede protezione e l’ingresso negli Stati Uniti. Compresa la gravità della situazione, Silva e la sua squadra entrano in modalità Red Zone e, coadiuvati dai colleghi nella control room, si ritrovano a scortare Li all’aeroporto, lungo il succitato percorso di 22 miglia. Nel frattempo, le forze di polizia locali sono sulle tracce del fuggitivo, mentre un aereo spia russo volteggia nei cieli e controlla tutti.
È un plot piuttosto semplice quello di Red Zone – 22 miglia di fuoco, con un McGuffin (il Cesio) pronto a scatenare una sventagliata di imprevisti e colpi di scena, che Berg supporta con una regia solida e dei personaggi ben definiti tra i quali spicca, valore aggiunto non trascurabile, un interprete-performer quale Iko Uwais (indimenticabile protagonista della saga di The Raid), in grado di stupire con le sue evoluzioni acrobatiche. Antieroe misterioso quanto atletico, il personaggio incarnato da Uwais fa impallidire l’assai più rigido eroe incarnato da Wahlberg, e a poco vale in tal senso connotare quest’ultimo con una sindrome da iperattività diagnosticata in età infantile, che lo rende fumantino e nevrotico nonché “un tipo che sente solo le informazioni operative e il dolore”.
Accanto al tema classico della spia sotto copertura delineata come una sorta di kamikaze con nulla da perdere (a eccezione di Alice, i personaggi sono tutti orfani e senza famiglia), scorre poi sotterraneo il tema della maternità: da un lato abbiamo il personaggio di Alice, ovvero una madre che non può stare con la sua bambina, dall’altro la squadra capitanata da Malkovich viene chiamata nel corso delle operazioni “Madre” e i vari agenti “Figlio 1, 2” e così via. Reali o surrogati che siano, questi personaggi “materni” sono in ogni caso imprevedibili e capaci di ogni sorta di violenza, la loro etica è governata dalla non-legge di una missione segreta voluta ma non riconosciuta ufficialmente dal governo statunitense. C’è lo Stato che si serve dei suoi figli dunque, e ci sono anche altre varie considerazioni politiche (la polizia che si occupa di politica internazionale), in parte pungenti, ma in parte anche vaghe quanto basta per consentire il giusto intrattenimento. E in merito a quest’ultimo va detto che Red Zone – 22 miglia di fuoco sconta un unico, non sorvolabile difetto: la verbosità del suo protagonista. Sebbene il film ne sia consapevole, al punto da inserire una battuta di dileggio sulla questione, di fatto il James Silva incarnato da Mark Wahlberg appare dedito a un monologare tedioso e poco incisivo (peccato che i dialoghi non siano scritti con maggiore cura) al punto da risultare un personaggio che in fin dei conti predica tanto e fa perdere tempo a tutti, spettatori compresi. Il fatto poi che l’intera storia risulti da lui narrata à rebours provoca delle brusche interruzioni all’interno di un flusso di adrenalina che sarebbe stato meglio lasciar scorrere in continuità.
Se si riesce – ed è altamente consigliato – a sorvolare su questo difetto, Red Zone – 22 miglia di fuoco risulta in ogni caso un blockbuster ammiccante, ben confezionato, ambizioso il giusto, in grado anche di strizzare l’occhio a un pubblico più smaliziato, che al di là dell’entertainment ama farsi titillare da qualche annotazione geopolitica.
Info
La pagina Facebook di Red Zone – 22 miglia di fuoco.
Il trailer di Red Zone – 22 miglia di fuoco.
- Genere: action
- Titolo originale: Mile 22
- Paese/Anno: USA | 2018
- Regia: Peter Berg
- Sceneggiatura: Lea Carpenter
- Fotografia: Jacques Jouffret
- Montaggio: Colby Parker Jr., Melissa Lawson Cheung
- Interpreti: Alexandra Vino, Chae-rin Lee, David Garelik, Elle Graham, Emily Skeggs, Iko Uwais, John Malkovich, Lauren Cohan, Lauren Mary Kim, Mark Wahlberg, Nikolai Nikolaeff, Peter Berg, Poorna Jagannathan, Raven Wynn, Ronda Rousey, Sala Baker, Sam Medina, Sean Avery, Terry Kinney, Trevor Gretzky
- Colonna sonora: Jeff Russo
- Produzione: Aperture Media Partners, Closest to the Hole Productions, Film 44, Huayi Brothers Pictures, STX Entertainment, The Hideaway Entertainment
- Distribuzione: Lucky Red
- Durata: 94'
- Data di uscita: 15/11/2018











Soldado
Boston – Caccia all’uomo
Deepwater – Inferno sull’oceano
The Raid 2: Berandal
Lone Survivor
Battleship
The Raid: Redenzione