The Front Runner – Il vizio del potere

The Front Runner – Il vizio del potere

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The Front Runner, scelto come film d’apertura dal Torino Film Festival, è il primo titolo scopertamente politico della carriera di Jason Reitman, e segna il ritorno del regista canadese all’ispirazione degli esordi. Giocando tra l’immaginario anni Settanta e quello del decennio successivo Reitman disegna la disgregazione del rapporto tra sistema politico e mediatico partendo dalla storia di Gary Hart, principale candidato democratico alle presidenziali del 1988, la cui carriera fu distrutta da uno scandalo sessuale.

Dentro la notizia

Usa, 1987: il senatore Gary Hart è il candidato democratico favorito per strappare la Casa Bianca ai Repubblicani ma, a poche settimane dalla sua discesa in campo, una telefonata anonima al Miami Herald rivelerà un suo tradimento coniugale. La slavina dello scandalo sessuale sarà inarrestabile e porterà Hart a ritirarsi dalla corsa. [sinossi]

Potrebbe scontentare tanti questo The Front Runner, la cui qualità più preziosa sta proprio nel dialettizzare continuamente quello che viene raccontato e dato per buono. Forse scontenterà tanti perché l’ottimo Jason Reitman, giunto (era ora) a un film dichiaratamente politico, non ha realizzato un lavoro a tesi, in cui ci sono i buoni e i cattivi, la responsabilità sta tutta da una parte o qualcuno esce da questa (ignobile) vicenda senza onta. Reitman decide di raccontare oggi questa storia per ricordarci che le dinamiche della realtà sono complesse, non esistono ricette semplici, decisioni banali o procedure precostituite, che ogni giorno con ogni scelta tutti tracciano i confini di ciò che è lecito fare, dire, mostrare. E che ogni categoria del campo politico ha grandi responsabilità per ciò che gli Usa (e tutto l’Occidente) sono diventati. Come nasce Trump? Cosa sorregge il populismo? Da dove parte questa maledetta, triste, epoca? È tutta colpa della politica? Scontenterà tanti The Front Runner anche perché problematizza la categoria che meno di ogni altra ama essere criticata: i giornalisti, conniventi con la deriva neuronale globale e anzi in qualche misura fautori della stessa. Il regista di Thank You for Smoking e Tra le nuvole mette infatti in scena il momento secondo cui, per moltissimi storici e analisti americani, è crollato un muro che fino a quel momento aveva decentemente separato la vita privata dei politici dalle loro azioni, ma soprattutto allontanato i grandi media dalle camere da letto delle “star” del proscenio pubblico, essendo più importante valutarne le decisioni e gli atti. Era il 1987 e Gary Hart il favorito a battere i Repubblicani alla corsa per la Casa Bianca che invece, guarda un po’, rivinceranno proprio i Repubblicani con Bush “padre”, a coronamento dei due mandati di Ronald Reagan. Era, appunto, il 1987 e il candidato Dem venne liquidato grazie a uno scandalo sessuale tirato fuori dal Miami Herald in seguito a una telefonata anonima, corredata da qualche fotografia di Hart scattata su uno yacht e soprattutto da qualche scomoda domanda del Washington Post che in mano aveva foto ancor più compromettenti (mandate da qualcuno interessato, magari, a far fuori Hart dai giochi). Poco più di 10 anni dopo, in quella stessa Nazione milioni e milioni e milioni di persone hanno guardato, con il fiato sospeso davanti alla tv, il loro Presidente Bill Clinton, spiegare cosa fosse un rapporto “improprio” e cosa fosse successo nello Studio Ovale con la signorina Lewinsky. E al diavolo l’economia, la politica estera, il welfare…il Presidente dice la verità o no sulla sua vita sessuale? Si deve credere a un uomo che mente a sua moglie? Un bugiardo può essere un buon Presidente? E al diavolo l’economia, la politica estera, il welfare e tutto il resto…

Nato sotto la stella del cinema politico americano degli anni Settanta ma con uno sguardo nettissimo e inevitabile agli anni Ottanta (vale decisamente la pena, ad esempio, citare il magnifico Dentro la notizia di James L. Brooks), The Front Runner inzia con un piano sequenza che dice già molto: partendo dal video di un furgoncino di un’emittente tv, usciamo in strada e gettiamo uno sguardo sul brulicante viavai dei giornalisti radunati sotto le finestre del quartier generale di Hart; il piano sequenza termina quando il candidato si affaccia per lanciare un’occhiata al popolo degli inviati. Da allora, il film ci mette nettamente nei panni del candidato, di cui accettiamo scappatelle e debolezze, perché Reitman ce lo dipinge come un politico interessato alle cose serie. Fino, almeno, ad alcune incrinature che non sono costituite dal tradimento in sé, ma dall’inadeguatezza di gestire i media, dalla protervia con cui l’ex senatore pensa di poter fare quel che vuole, dal suo innegabile maschilismo rafforzato da una posizione di potere. Insomma: se lo sguardo di Reitman si concentra su Hart, interpretato dal bravissimo Hugh Jackman, non è per rappresentare un politico senza macchia e un fuori classe, ma neppure un leader davvero sveglio e scattante per tener testa al nuovo mondo che si stava preparando, quello dei broadcast 24 ore su 24, del giornalismo che fagocita la politica in nome di qualche ascolto (o copia) in più. Il Gary Hart di Reitman è anche un uomo inadeguato, antipatico, sventatamente sbruffone. I giornalisti della carta stampata, che devono sempre più inseguire la velocità della televisione, d’altro canto non sono gli eroi ritratti in tanti film e per essere, a loro volta, al centro della scena, devono essere spregiudicati se non evidentemente scorretti. Così, da una telefonata anonima di una giovane donna raccolta da un giornalista politico che vuole alzare le sue quotazioni, può nascere uno scandalo tale da affossare un possibile futuro presidente. E fa benissimo Reitman a non sottolineare minimamente la possibilità che tutta questa clamorosa storia sia stata architettata ad arte dai “soliti” Servizi e dai Repubblicani stessi (teoria ampiamente affrontata, invece, negli Usa). Fa benissimo perché in questo modo si concentra sulle domande essenziali, cui ogni spettatore sarà poi “condannato” a rispondere o per lo meno a farsi: cos’è una notizia? È giornalismo andare sotto casa di un politico per vedere se dalla porta esce l’amante? È utile al Paese che i cronisti assedino la casa di campagna della moglie di un politico? Che giornalismo è quello che si concentra su queste vicende e dimentica i contenuti di maggior valore? Tutto questo ha dato un contributo all’abbruttimento attuale dello scenario o addirittura del sistema mondiale? Ha forse aiutato a portare gli americani tra le braccia del Presidente dalla “verità alternativa”? Eppure il film porta a chiederci anche: quand’è che la menzogna, anche banale, di un politico inizia ad avere un impatto per la valutazione del suo operato? Dialogo centrale, in questo senso, è quello tra il giovane giornalista del Washington Post che ammira politicamente Hart e non vorrebbe screditarlo per qualche scappatella e una sua collega, cui invece Hart non piace perché lo trova falso, bugiardo, non affidabile. E che dunque non è contraria nell’indagare un po’ anche sulla faccenda del tradimento… Chi ha ragione tra i due?

The Front Runner è un film sottile in cui ogni battuta va presa sul serio perché il suo equilibrio complesso si regge nello scandagliare tutti i punti di vista senza abbracciarne fino in fondo nessuno. Di sicuro ogni cosa ha un riflesso, ha conseguenze, ha una rappresentazione possibile che è differente dalla cosa “in sé”: chi non tiene conto di entrambe le dimensioni fa solo parzialmente (talvolta per nulla) il proprio dovere, alimentando un universo che finirà ineluttabilmente per essere pura rappresentazione, pura comunicazione. Scandito come un thriller, dotato di una sceneggiatura convincente e brillante, The Front Runner è un film dialettico e problematico; Reitman – che non dà risposte definitive sulle singole questioni che pone – sembra ritenere che solo la visione del contesto e la lettura analitica degli elementi in gioco possano permetterci di formulare giudizi e fare scelte non strumentali (che, oltre tutto, non significa necessariamente “giuste”). La forza del film sta nella (ritrovata) intelligenza con cui il regista guarda la società che ha di fronte – quel 2018 dominato da Trump e dai tweet, così come dalle piattaforme a varie stelle e dai populismi – riportando alla mente le gesta non di baldi eroi politici americani sconfitti dalla Cia o di coraggiosi giornalisti che sfidano tutto per la verità, ma un passaggio sistemico e “banale”, e proprio per questo molto dimenticato, in cui l’accelerazione dei media incontra la desacralizzazione assoluta del campo politico, portando la discussione pubblica su terreni nuovi e su nuove modalità. Una convergenza storica che inaugura qualcosa di inedito, un processo di sintesi speculare ma esattamente identico a quello che, in positivo, ha portato sullo schermo un anno fa Steven Spielberg con The Post. Che con The Front Runner forma un naturale binomio, una specie di parabola sullo scenario politico e giornalistico americano moderno nato sulle ceneri del post-kennedsimo e tramontato non a caso con la fine della guerra fredda.

Info
La scheda di The Front Runner sul sito del Torino Film Festival.
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