The Interpreter
di Martin Sulík
Diretto dal regista slovacco Martin Šulík, The Interpreter si misura nella difficile impresa di far incontrare, comunicare e familiarizzare il figlio di vittime dello sterminio nazista con il figlio di uno dei carnefici. E, dopo un inizio claudicante, troppo vicino al buddy movie facilone, la sfida – grazie allo spalancarsi della linea tragica e di una complessa stratificazione dei personaggi – si può dire riuscita. Nel concorso lungometraggi al Trieste Film Festival.
Nazismo, il tempo di un ritorno
Ali Ungár, interprete ormai ottantenne, va a Vienna in cerca dell’ex ufficiale nazista responsabile della morte dei suoi genitori. Trova solo il figlio dell’uomo, Georg, che già da tempo ha preso le distanze dal passato del padre. La visita di Ali, però, risveglia il loro passato e così i due uomini partono per un viaggio attraverso la Slovacchia in cerca di testimoni sopravvissuti alla tragedia della guerra. Nel ruolo di Ali il grande regista ceco Jiří Menzel. [sinossi]
Incarnato dall’ottantenne cineasta ceco Jiří Menzel, vincitore nel 1990 dell’Orso d’Oro a Berlino con Allodole sul filo, il protagonista di The Interpreter, film diretto dal regista slovacco Martin Šulík e presentato nel concorso lungometraggi del Trieste Film Festival, sembra inizialmente voler ricalcare il percorso – e l’operazione – compiuto dall’anziano Victor Sjöström in uno più celebri capolavori di Ingmar Bergman, Il posto delle fragole. Solo che qui non vi è un’idealizzata giovinezza da voler ricordare o riassaporare, quanto un passato colorato di nero dall’orrore dei campi di sterminio nazisti, dove l’interprete (dal tedesco, tra l’altro) Ali ha perso settant’anni prima entrambi i genitori. Giunto alla fine della sua esistenza, l’uomo vuole chiudere una volta per sempre quella pagina dolorosa e si reca perciò in Austria per sparare all’ex ufficiale delle SS che gli tolse l’affetto dei suoi cari. Ma l’attempato nazista impenitente è morto, e allora Ali ripercorre i luoghi della Slovacchia ‘nazistizzata’ durante la guerra insieme al figlio di quel criminale, il traduttore Georg (l’eccellente Peter Simonischek, già gigantesco nei panni di Toni Erdmann).
Ciò che in prima battuta poteva sembrare dunque una solinga rielaborazione del lutto attraverso il doloroso riattraversamento di una memoria perduta da riafferrare, assume ben presto i connotati di un buddy-movie on the road con il sapore dolce-amaro di un film di Alexander Payne, in cui i due protagonisti si punzecchiano, si fanno dispetti, ma in fin dei conti migliorano – artatamente – le rispettive esistenze nell’incontro dell’uno con l’altro. E questa linea, in effetti, resta presente fino alla conclusione di The Interpreter, solo che – rispetto all’assortita faciloneria di film come Sideways – Šulík ci fa capire pian piano di voler stratificare e ispessire il percorso dei suoi personaggi, tendendo sempre più verso la riflessione tragica. Tanto che, nell’ultima parte di The Interpreter, il character dell’interprete slovacco Ali finisce progressivamente per defilarsi lasciando in primo piano quello del traduttore austriaco Georg, che finalmente guarda con occhi nuovi – e sinceri – le mostruosità compiute dal padre.
Šulík riesce ad arrivare a questo complesso risultato lasciando da parte le gag di situazioni che si addensano pericolosamente nella prima parte (come il furto all’auto di Georg), concentrandosi al contrario sempre più sui suoi protagonisti, mettendoli a fuoco mano a mano, quasi zoomando interiormente dentro di loro mediante l’uso di monologhi ogni volta azzeccati e sorprendenti. Su tutti forse resta nella memoria quello che viene fatto dire al personaggio di Georg, il quale rievoca quell’episodio della sua adolescenza in cui, per celebrare il ritorno del padre dal carcere, venne organizzato un gran pranzo di famiglia ritirando fuori dall’armadio i piatti più lussuosi e come, dopo aver finito la zuppa, si accorse che quei piatti – nel loro fondo – avevano come decorazione nientemeno che una svastica. E così capì che, non solo suo padre, ma nessuno della sua famiglia aveva inteso rinnegare l’ideologia nazionalsocialista.
Ma l’altro strumento essenziale che permette a The Interpreter di issarsi a rivelatrice riflessione sulle nefaste conseguenze della Seconda Guerra Mondiale, percepibili ancora oggi, sia pur attraverso gli occhi dei suoi anziani protagonisti (e dunque prossimi a lasciare anche loro questo mondo), è quello degli incontri che i due fanno lungo il film, a partire dalla visita alla figlia di Ali, la quale attacca con veemenza quello sconosciuto che le viene presentato dal padre come figlio di una SS e come suo amico. È a questo punto che si innesca il primo grosso scarto di The Interpreter, dove Georg capisce che il suo destino di figlio di un carnefice, per quanto doloroso e scomodo possa essere stato, non può essere minimamente paragonato a quello dei figli e dei parenti delle vittime. Ed è a partire da questo momento che The Interpreter arriva a guardare anche all’oggi, visto che la figlia di Ali si prende cura degli orfani di guerra ucraini, conflitto di cui si parla pochissimo, ma che sta comunque facendo morti come qualsiasi guerra e che sta lasciando delle ulteriori e pesanti cicatrici sul territorio europeo e sui suoi sopravvissuti. Allora, ecco che la storia si ripete, e che l’orrore sembra essere un elemento inestinguibile del Vecchio Continente, come d’altro canto succede anche nella sequenza in cui un simpatico e smemorato vecchietto ricoverato in una casa di cura si rivela essere un ex collaborazionista slovacco, ruolo ricoperto d’altronde da tutti i suoi amici.
Non vi è posto dunque in The Interpreter per facili rassicurazioni sul futuro. Anzi, il male oscuro sembra essere sempre pronto a rimanifestarsi. L’importante è ricordare e non nascondere il volto di fronte all’orrore, come sanno fare – e i loro mestieri non sono scelti a caso – l’interprete e il traduttore, entrambi tramiti e messaggeri, strumenti utili per decodificare la lingua del Male e palesarla a se stessi e allo spettatore.
Info
La scheda di The Interpreter sul sito del Trieste Film Festival.
- Genere: commedia, drammatico
- Titolo originale: Tlumocník
- Paese/Anno: Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia | 2018
- Regia: Martin Sulík
- Sceneggiatura: Marek Leščák, Martin Sulík
- Fotografia: Martin Strba
- Montaggio: Olga Kaufmanová
- Interpreti: Anita Szvrcsek, Anna Rakovska, Attila Mokos, Eva Kramerová, Igor Hrabinský, Jirí Menzel, Judita Hansman, Karol Simon, Peter Simonischek, Réka Derzsi, Zuzana Mauréry
- Colonna sonora: Vladimír Godár
- Produzione: Coop 99 filmproduktion, Czech Television, In Film Praha, Radio and Television of Slovakia, Titanic
- Durata: 113'




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