Remember

Remember

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Presentato in concorso a Venezia Remember, l’ultimo lavoro di Atom Egoyan. Il regista torna a raccontare di un genocidio, quello degli ebrei dopo quello degli armeni in Ararat. Ma i meccanismi spettatoriali di un perfetto thriller finiscono per prendere il sopravvento, il ricordo dell’Olocausto non sembra interessare molto al regista quanto i suoi discorsi sulla relatività di verità e finzione.

Gli assassini sono tra noi

Zev, anziano ebreo da poco vedovo, scopre che la guardia nazista che assassinò la sua famiglia circa 70 anni fa vive attualmente in America sotto falso nome. Zev decide di intraprendere una missione per rendere giustizia ai suoi cari, prepara una piccola borsa e nel cuore di quella notte esce silenziosamente dalla casa di riposo per salire su un taxi. Il viaggio incontro al destino ha inizio. [sinossi]

Avvisiamo i gentili lettori di questa recensione che essa contiene inevitabilmente spoiler.
Se in Devil’s Knot Atom Egoyan riprendeva l’immagine di uno scuolabus, verso l’inizio, ovvio riferimento a uno dei suoi film più belli, Il dolce domani, nella consapevolezza di un cinema ormai derivativo, parafrasi di se stesso, ora con Remember si trovano molti momenti, in campo lungo, di pullman, veicoli di vario tipo, taxi, utilizzati dall’anziano protagonista che non può essere automunito e non può che utilizzare i trasporti pubblici. Gli spettatori di Egoyan non possono che cogliere il sinistro presagio dietro a quei torpedoni, lanciati in una corsa inesorabile verso la morte, la distruzione. Uno scivolamento lento che passa attraverso paesaggi contemplati in campo lungo, di ambienti naturali o di degrado industriale. Come le montagne innevate de Il dolce domani o i silos de Il viaggio di Felicia, sempre fotografate dal sodale d.o.p. di Egoyan, Paul Sarossy.

Va detto comunque che rimarrà deluso chi si aspetta i classici arzigogoli narrativi cui ci ha abituato il regista, l’intreccio di piani temporali diversi così come la sua realtà virtuale, la presenza ossessiva di schermi, l’interdipendenza tra immagini reali e immagini riprese. Egoyan ripulisce e sgombra il campo da tutto ciò. Siamo alla rinuncia da parte del regista del proprio sé stilistico. La narrazione è assolutamente lineare – solo un breve flashback –, il film si concentra esclusivamente sul presente anche se tutto quello che succede sono le ultime onde sulla superficie dell’acqua generate da un sasso lanciato nello stagno nel passato, settant’anni fa. C’è, è vero, un certo numero di schermi – monitor di telecamere a circuito chiuso, la playstation del bambino, schermi di computer come quello del negozio d’armi –, ma il loro ruolo nel film è puramente esornativo o poco di più. Le immagini del passato sono affidate a semplici foto vecchie ingiallite.
La quintessenza poetica di Egoyan torna nel ribaltamento finale, la scoperta della vera identità di Zed, non un ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio, bensì uno degli aguzzini di quell’inferno, tatuatosi il braccio per potersi nascondere spacciandosi come vittima. La realtà ancora una volta mente, e viene proprio citata l’espressione esatta che era usata nel titolo del film Where the Truth Lies, che può anche significare “dove giace la realtà”. Questo coup de théâtre pone tutta una serie di problemi su cui vale la pena soffermarsi. Il film è un thriller e funziona perfettamente come tale, e il colpo di scena finale è la perfetta chiusura di un tale meccanismo narrativo. Meccanismo perfetto, congegno inesorabile che si fonda sulla ricerca tra i tanti Rudy Kurlander, l’identità rubata a un prigioniero ucciso che si è dato il carnefice – ma insieme ad altri –, del vero criminale che sterminò la famiglia di Zed. La ricerca sembra procedere per approssimazioni successive per arrivare a scoprire che il carnefice è lo stesso Zed. Una situazione che si rivela estremamente macchinosa, così come appare farraginosa la costruzione del personaggio di Max, l’amico di Zed che ha organizzato la sua missione. Siamo però perfettamente nei canoni del genere, in cui la verosimiglianza è sempre la prima a morire. Non era altrettanto inverosimile la spiegazione de La donna che visse due volte?

L’empatia che Egoyan ci ha fatto provare per quello che abbiamo pensato come vittima, scopriamo essere rivolta in realtà per il carnefice in un ribaltamento di ruoli. Il capovolgimento diventa quindi morale, dopo una serie di oscillazioni in questo senso. Ogni Rudy Kurlander più o meno pone il problema di un giudizio morale. Quello simpatizzante del nazismo che avrebbe partecipato alle azioni criminali ma era troppo piccolo per farlo, quello che era di stanza in Africa e comunque avrebbe eseguito gli ordini. Mentre per il Rudy Kurlander che si rivelerà come un internato nei lager in quanto omosessuale, proviamo un senso di pietà, quando ancora pensiamo sia il vero assassino, mentre Zed lo sta per uccidere. È pur sempre un povero vecchio malato, confinato a vivere allettato, per quanto gravi possano essere stati i suoi crimini. E il ribaltamento etico riguarda anche il burattinaio che ha architettato tutto ciò, Max, l’ebreo che ottiene il suo scopo mentre Zed non ha fatto altro che fare quello che hanno sempre detto di aver fatto le SS, seguire degli ordini. Ma il rovesciamento morale dura solo nell’attimo del finale e se provocazione voleva essere in questo senso, allora tanto valeva far empatizzare il pubblico con il protagonista, facendo sapere subito la sua identità. Come faceva Hitchcock rivelando subito l’assassino e creando suspense sulle sue gesta.

Il problema è che i teoremi sulla verità di Egoyan, cui è realmente interessato, se tradotti in teoremi morali finiscono per suonare profanatori nei confronti delle vittime di una delle più grandi tragedie, per quanto storicizzata, dell’umanità come la Shoah. Sicuramente il film non rende omaggio alla figura, che cita per la sua campagna “Operation Last Chance” per rintracciare gli ex gerarchi nazisti ancora ricercati, di Simon Wiesenthal e del centro da lui fondato. E ben altro atteggiamento e partecipazione emotiva aveva mostrato Egoyan in Ararat, film vero e necessario, sul genocidio del popolo armeno, di cui Remember vorrebbe porsi come continuazione, anche per la presenza dell’attore Christopher Plummer in entrambi i film.
Remember, è vero, contiene alcuni temi importanti. La facilità con cui negli Stati Uniti si ha accesso alle armi da fuoco, anche da parte di persone molto anziane. Indicativa in tal senso la scena in cui Zed viene perquisito all’uscita dal supermercato da un agente della sicurezza che, quando trova la sua pistola, sorride perché vi riconosce lo stesso modello della prima che aveva lui stesso posseduto. E poi la denuncia della persistenza dell’ideologia nazista che trova simpatizzanti proprio tra le forze dell’ordine. E quella della rimozione, se non dell’autoassoluzione da parte degli artefici dello sterminio ebraico, nella metafora dell’amnesia di Zed. E poi il ruolo dei bambini, nelle parti in cui sono messi a confronto con una vicenda come quella dell’Olocausto, che nella loro innocenza non possono concepire, e interpretano così come una fiaba, come Il pifferaio magico de Il dolce domani. Nel ribaltamento finale si ribalta anche il nostro giudizio sul film.

Info
Il trailer originale di Remember.
Il trailer italiano di Remember.
Remember sul sito della Mostra del Cinema di Venezia.
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