Remi

Il nuovo Remi si accoda alla recente ondata di trasposizioni di classici per l’infanzia, che conobbero una nuova giovinezza grazie alle relative versioni animate; ma il regista Antoine Blossier tenta anche una sua personale lettura del romanzo di Hector Malot.

Un nomade tra le generazioni

Il piccolo Remi, orfano di dieci anni, viene affidato dai suoi genitori adottivi all’artista di strada Vitalis, che lo fa esibire per le strade della Francia insieme al cane Capi e alla scimmietta Joli-Coeur. Durante il viaggio, Remi si interroga sulle sue origini, scoprendo alla fine una verità sorprendente. [sinossi]

Se è vero che il Senza famiglia di Hector Malot è di fatto una vera e propria storia intergenerazionale, esempio di letteratura per ragazzi che (pur ben radicato nel proprio contesto storico) è riuscito nel corso dell’ultimo secolo a travalicare tempi e mode, è pur vero che la storia dell’orfano Remi, per i quarantenni di oggi, è legata soprattutto al ricordo della serie anime del 1977, giunta in Italia due anni dopo e accolta da un grande successo. In questo senso, il film di Antoine Blossier, regista facente parte lui stesso di quella generazione, si inserisce in un’onda lunga che comprende tanto il Belle & Sebastien di Nicolas Vanier (con relativi sequel) quanto l’Heidi di Alain Gsponer, interpretato da Bruno Ganz: ulteriori esempi, questi ultimi, di adattamenti di classici della narrativa per l’infanzia, che tuttavia hanno tratto linfa vitale (anche) dal ricordo delle versioni animate realizzate tra gli anni ‘70 e gli ‘80.

Va però detto, e questo è un primo merito che si può ascrivere al nuovo Remi, che il film di Blossier non cerca quasi mai l’ammiccamento furbesco, la strizzata d’occhio al pubblico dei quarantenni, il comodo adagiarsi su un effimero effetto-nostalgia: a partire dalla vicenda che fa da cornice alla storia, in cui vediamo un Remi anziano che narra le sue avventure ai piccoli ospiti del suo ricovero per orfani, la sceneggiatura cerca con evidenza un suo approccio al materiale letterario di partenza, non avendo paura di allontanarsi dalle sue precedenti incarnazioni (in realtà molte e diversificate, tra grande e piccolo schermo). In questo senso, più che i riferimenti alla serie televisiva, vanno rimarcate le sottolineature da “c’era una volta” che il regista dissemina nel film, la scelta di affiancare a un tono realistico e a tratti aspro (figlio del contesto culturale e letterario del romanzo) una fascinazione fiabesca che è evidente tanto nelle svolte del racconto, quanto nell’estetica del film.

Il regista ha citato Steven Spielberg e Tim Burton quali suoi principali punti di riferimento, quasi come un filtro ideale di partenza attraverso il quale rileggere la storia scritta da Malot: un’affermazione impegnativa, che ovviamente non va presa troppo alla lettera. Nondimeno, è vero che nelle scelte fotografiche del nuovo Remi, nell’uso del digitale e della color correction in chiave lirica e di “realtà aumentata”, si cerca spesso un effetto di spiazzamento e meraviglia che è figlio di una frequentazione assidua del cinema degli anni ‘80 e dei suoi classici. In questo senso, il film rende plastico, con le immagini, il doppio binario già percorso dal romanzo, calato pienamente nel proprio contesto storico (la Francia di fine ‘800, la crisi industriale del primo periodo repubblicano, le persistenti disparità di classe) eppure intriso di quel sense of wonder che ne ha fatto, per oltre un secolo, materiale privilegiato per il cinema e la televisione. Un sense of wonder che il regista cerca di catturare tanto con le luci iperrealistiche e i colori caldi degli interni, quanto con scenografie che vogliono sottolineare le tappe del viaggio del protagonista e la dimensione epica del suo percorso.

Non tutto gira propriamente per il verso giusto, in questo nuovo Remi, a partire dalla scelta di un minutaggio relativamente ridotto (105 minuti) che costringe la sceneggiatura a una forte sintesi del materiale originale e dei suoi snodi narrativi: i quattro anni in cui la storia si articola nel romanzo si riducono qui, infatti, a circa un anno, con l’inevitabile sacrificio di molti dei suoi episodi più caratterizzanti. La natura della vicenda di romanzo di formazione è a tratti un po’ sacrificata dal tono elegiaco scelto per larghe porzioni del racconto (con la complicità di un commento sonoro a tratti ridondante); contestualmente, viene frequentemente messa in secondo piano quella dimensione più aspra, formativa quanto rude, del viaggio e del rapporto tra i due protagonisti. Protagonisti che comunque offrono due prove di spessore, dall’esordiente Maleaume Paquin nel ruolo di un Remi in buon equilibrio tra fragilità esibita e infantile fame di scoperta, a un invecchiato Daniel Auteuil, artista (e maestro) di strada sorprendentemente in parte.

Se è vero che la memoria collettiva, sedimentata (almeno) nel corso degli ultimi tre decenni, farà molto – in un senso o nell’altro – per decretare i risultati di questo nuovo Remi, va dato atto al regista di aver cercato una sua via a una storia ormai divenuta archetipo, restituendone le componenti con puntualità, senza stravolgerne le basi. E sorprendentemente, a fine proiezione, l’inevitabile ritornello della sigla italiana viene sostituito, nella memoria, dal motivo cantato a più riprese del protagonista, suo strumento di riconoscimento, personale e affettivo prima che sociale.

Info
Il trailer di Remi.
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