Un’avventura

Un’avventura

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Sospeso tra il didascalico, il naïf e il trash involontario, Un’avventura di Marco Danieli non riesce a estrarre una storia interessante dalle canzoni di Mogol e Battisti a disposizione.

Non possiamo farne un dramma

Sulle note delle intramontabili canzoni scritte da Lucio Battisti e Mogol, Matteo e Francesca scoprono l’amore, si perdono, si ritrovano, si rincorrono, ognuno inseguendo il proprio sogno: lei vuole essere una donna libera, lui vuole diventare un musicista. Francesca gira il mondo per cinque anni, mentre Matteo rimane a scrivere canzoni d’amore. Quando Francesca ritorna porta con sé il vento di cambiamento degli anni ‘70, fatto di emancipazione, progresso ed evasione. I due si ritrovano e il loro amore rinasce più forte di prima, ma la loro storia seguirà sentieri inaspettati. [sinossi]

Un racconto romantico sulle note e sui versi di Battisti e Mogol, diretto da un giovane ma già affermato regista (il Marco Danieli di La ragazza del mondo) con le musiche originali e gli arrangiamenti dei brani firmati dai pluripremiati compositori di due recenti musical di successo (Pivio e Aldo De Scalzi, autori delle colonne sonore di Song ‘e Napule e Ammore e malavita). È un progetto sulla carta ambizioso quanto allettante Un’avventura, confezionato per sedurre, allestito per non sbagliare. Ma, per citare i due pilastri della canzone nostrana viene da dire che tutto ciò resta nell’alveo di “pensieri e parole” senza passare mai a un più coriaceo e rivoluzionario “pensiero e azione”.

Il modello prescelto d’altronde è quello di Across the Universe, ovvero una struttura narrativa dalla quale le canzoni – lì erano dei Beatles – paiono sgorgare con una “forzosa naturalezza” dai vari momenti del racconto, in un gioco a incastri ingegnoso quanto rischioso, perché non sempre calzante, programmaticamente fallibile. Per cui se nel film di Julie Taymor l’inconsistente e depresso personaggio di una ragazza chiamata “Prudence” serviva semplicemente per inserire il brano Dear Prudence e ad accennare al tema dell’omosessualità femminile, ecco che anche Un’avventura pensa subito a come assicurarsi un paio di brani, nel dettaglio Non è Francesca e Balla Linda, con le opportune scelte di onomastica per i personaggi femminili principali. E i restanti intermezzi canori non sono meno forzati, anzi, provocano in più di un occasione una brusca e subitanea fuoriuscita dello spettatore dall’universo fictionale che ha davanti agli occhi.

Questo avviene in realtà fin dal principio, dove a un incipit assai asciutto in cui la coppia formata da Matteo (Michele Riondino) e Francesca (Laura Chiatti) si saluta in attesa della corriera (lei lascia il paese natìo per girare il mondo), fa seguito il brano Io vivrò (senza te) che Riondino canta affacciato alla finestra, a tavola con i suoi, in officina, al bar con gli amici. Il risultato è alquanto straniante, giacché abbiamo di fronte un personaggio che ci guarda dritto negli occhi, soffre e canta, ma noi non lo conosciamo affatto. Né conosciamo le ragioni della partenza di Francesca, che per tutto il corso del film resterà, a suo dire, animata da un’indomita libertà, e nient’altro.

Fin dalla prima scena è tutto chiaro e sfortunatamente non destinato a evolvere: sospeso tra il didascalico, il naïf e il trash involontario, Un’avventura di fatto non ricerca mai una sua strada autonoma e personale, non si libra sulle note dei brani, non ne rielabora significati e sensazioni, non osa, procedendo stancamente con il suo meccanico accoppiamento di situazioni senza nerbo ai brani a disposizione (la maggior parte delle creazioni di Mogol e Battisti non sono sfruttabili per volontà degli eredi di quest’ultimo, ovvero moglie e figlio). Ed è un vero peccato che un regista alla sua opera seconda decida di limitare così la sua creatività, facendo della sua occasione, ovvero la disponibilità delle canzoni di Mogol e Battisti, un castrante capestro.

Ambientato a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80, il film respinge inoltre del tutto il contesto storico (ben presente invece in Across the Universe) dell’Italia di quegli anni, affidando la “settantezza” alle luci dorate e ai frequenti lens flare (programmaticamente citati già nella grafica dei titoli di testa e della locandina) e riversando poi qualche 33 giri decorativo sul pavimento. Quanto al contesto sociale in mutamento, tutto è ridotto al sorgere di un universo “pubblicitario” in cui la coppia si ritrova a lavorare quando si trasferisce a Roma e che diventa l’occasione per inserire qualche annotazione di costume.

Certo non era facile prendere i versi di Mogol, ai tempi fortemente criticati dalle femministe (e non a torto) per la loro visione patriarcale del ruolo della donna e inserirli in una storia d’amore tra due personaggi credibili ed entrambi magari dal carattere “forte”. La sceneggiatrice Isabella Aguilar (Dieci inverni, The Place, la serie tv Baby) cerca di inoculare una certa riottosità alla sua eroina, ma lo fa in maniera maldestra, lasciandola vaneggiare di una libertà che nessuno (né la famiglia né il fidanzato) ha mai cercato di negarle. Quando poi le fa dichiarare che «l’aerosol la fa pensare a quelle coppie durature che soffocano», di fatto apre la strada all’inconveniente che, in questa storia, l’amore non si respiri propriamente a pieni polmoni. Insomma, anche in questo caso, e come per altre scelte del film, si nota lo sforzo, la scelta a monte, ma l’idea non funziona. Già perché se in quell’asciuttezza così dichiarata nell’incipit, in quel lasciare fuori campo il nascere del sentimento, si può riconoscere una decisione “autoriale”, spinta magari dalla volontà di allontanarsi dal lacrimevole, bisogna ammettere anche che i risvolti possono rivelarsi auto-censori. Togliere a una love story la fase dell’innamoramento è infatti controproducente e spinge il film a inanellare numerose separazioni condite da poco amore, e ad allontanare dunque il coinvolgimento dello spettatore. Piuttosto punitiva poi, e legata proprio ai codici del melodramma più moralista, appare la scelta di far seguire all’unica scena di sesso della coppia, la morte della madre di lei.

In Un’avventura si seguono dunque le tappe di un tiepido racconto di formazione di coppia, con la partenza dal paese natale, il lavoro nell’agenzia pubblicitaria, la casa, il matrimonio, la gravidanza, l’adulterio e anche l’immancabile incidente di macchina. Nel frattempo ci si chiede che fine abbiano fatto le velleità musicali del personaggio di Matteo, la cui carriera non spicca mai il volo. Né trova una direzione l’ansia di libertà di Francesca. E quanto alla povera Linda (Valeria Bilello), lei resta sempre e comunque, ad ogni sua apparizione, un “terzo incomodo” grazioso, infelice e bidimensionale.

Sul versante musical ci si ritrova poi di fronte a decisioni altrettanto pavide. Per cui ecco che gli arrangiamenti dei brani firmati da Pivio e Aldo Scalzi sono, si immagina non per volontà degli autori, assai tradizionalisti, probabilmente per un’esplicita volontà a monte di non incorrere in accuse di lesa maestà, facili certo a diffondersi tra i fan di Mogol e Battisti in quest’epoca di facili polemiche. L’abbinamento tra musica e immagini si fa poi spesso didascalico, con il vento che scompiglia i capelli durante il brano Il vento e uno scrosciante acquazzone utile a chiudere Acqua azzurra acqua chiara e favorire una performance simil tip tap sospesa tra Cantando sotto la pioggia e La La Land. L’unico arrangiamento venato di originalità risulta poi quello per Non è Francesca che però, per non sbagliare, viene proposto in versione tango, proprio come era accaduto per Roxanne dei Police in Moulin Rouge.

E così, tra scelte di modelli di riferimento un po’ troppo facili, didascalismi e straniamenti, nel corso di Un’avventura viene da chiedersi se il film sia un accessorio predisposto per le canzoni o, viceversa, se queste non siano altro che l’ornamento per una love story debole, senza amore né felicità (la coppia di fatto sembra felice solo quando abbatte un muro di casa). E si fa strada persino il dubbio, un po’ blasfemo, che sulle parole di Mogol non sia poi tanto facile installare una storia romantica. Già perché tra vento che soffia, incontri in qualche bar e un susseguirsi di epiteti datati come “caro” e “cara”, gradualmente emerge quanto persino il concept iniziale del film, proprio quello che sulla carta sembrava così perfetto e geniale, possa portare ad esiti vacui e datati. O forse è proprio la visualizzazione in immagini, così priva di estro, di quelle parole tante volte canticchiate da chiunque, fino a far parte di un immaginario sonoro comune, a far sembrare tutto così irreale e posticcio. O, ancora, magari quelle non sono davvero canzoni d’amore, a sentirle bene esprimono più rabbia e disillusione, sospetto e incredulità. E allora sarebbe stato meglio affiancargli un altro tipo di storia. Ma certo, San Valentino è una data d’uscita troppo ghiotta per perdere l’occasione.

Info
Il trailer di Un’avventura.
La scheda di Un’avventura sul sito della Lucky Red.
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