Ema

Pablo Larraín torna in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia con Ema, racconto di una ragazza ai limiti della psicosi e del suo tentativo di costruire una famiglia, anche al di là non solo della società ma del pensiero comune. Frammentato e spezzettato ne viene fuori un racconto più programmatico che sincero, e meno in grado di scavare in profondità nell’umano.

Il grande Orgone

Ema è una giovane ballerina sposata con il coreografo della sua compagnia, il più maturo Gastòn che però è sterile. Assieme hanno deciso di adottare un bambino di 6 anni, ma dopo una serie di scomposte reazioni dell’infante lo hanno “restituito” ai servizi sociali. La decisione si rivelerà foriera di caotiche, imprevedibili conseguenze… [sinossi]
Ballo, ballo, ballo
mi invento un passo
che fa così, fa così, fa così
Raffaella Carrà, Ballo ballo.

Dopo Jackie (2016) l’ottimo Pablo Larraín torna in Cile, a Valparaiso, dove si svolgono le peripezie di Ema, presentato in Concorso alla Mostra di Venezia. Soprattutto, però, Larraín torna a raccontare un club di psicotici in una commedia orgiastica, stordente e frastornante. Le psicopatologie interessano da sempre il regista cileno, che le ha messe in scena per parlare della dittatura (Tony Manero, Post Mortem) e per raccontare le deformazioni psichiche implicate nel potere o negli effetti della sua violenza dogmatica (Il Club). Larraín ambienta invece il suo ultimo film nel Cile contemporaneo e in un contesto underground, un po’ punk e sfattone, ma tutto sommato in una società libera e non più schiacciata dal terrore degli anni bui. È proprio in questa società, finalmente schizoide alla stregua di ogni altra democrazia, che il regista riesce a raccontare per la prima volta le dinamiche di potere nelle relazioni affettive e forse a prefigurare – ma sarà lo spettatore a decidere – la possibilità di nuovi legami, famiglie, connessioni amorose. In Ema tutti i personaggi sono, infatti, più o meno consapevolmente bipolari dunque responsabili di dover trovare un equilibrio tra il desiderio e il dovere, tra la pulsione e la conservazione. Tutti tranne Ema, almeno così parrebbe…

Ema (Mariana Di Girolamo) è, in ogni caso, una giovane donna che si affida poco al raziocinio preferendogli pulsioni e istinti. Fin troppo didascalico, ma furbescamente efficace per dare alle scene una certa “spettacolarità”, è il fatto che Ema sia una ballerina e la danza, come il sesso, sia espressione erotica di questa ragazza continuamente eccitata e soprattutto eccitante. Il film si apre però con i toni del dramma domestico: la fanciulla ha infatti restituito ai servizi sociali il bambino di 6 anni che aveva adottato assieme al marito, il coreografo sterile Gastòn (Gael García Bernal, bravo e simpatico in un ruolo che lo fa apparire quasi sempre come un coglione) che infatti non è un danzatore ma un “regista” di danzatori. Il piccolo aveva combinato un bel casino e, tra le altre cose, aveva dato fuoco ai capelli della sorella di Ema ustionandole la faccia. Senza porsi troppe domande, i due non se la sono sentita di proseguire nell’educazione del pargolo ma allo stesso tempo nei primi minuti del film non smettono di rinfacciarsi pesantemente colpe. E di dolersi per il fatto di non avere più un figlio, in dialoghi spezzettati, tutti in primi piani frontali e senza raccordi che fotografino uno spazio comune. Gastòn, che oltre a essere un “coordinatore” sterile ha 12 anni in più della moglie e un’identità sessuale non chiarissima, è però molto importante per Ema, che di un po’ di coordinamento ed educazione al mondo al fine ha avuto bisogno: la crisi del “nido famigliare” – che il film non ci mostra, iniziando là dove la coppia ha già rimesso il bambino alle autorità – spinge la ragazza lontano dal marito e soprattutto a cercare un nuovo ordine nelle cose. Per farlo ordirà un piano, che si disvela un po’ alla volta, grazie al quale entrerà in relazione con una coppia “per bene” ma in realtà insoddisfatta. I due componenti, un marito e una moglie che Ema avvicinerà separatamente per realizzare il proprio disegno, sono i nuovi genitori adottivi del suo ex figlio. E sono incompiuti nel matrimonio, che ha significato conforto regolato ma pure sacrificio di parti significative di sé: anche loro sono bipolari e schizoidi, giunti a compromessi con le loro nature sessuali e desideranti. È su questo che farà leva Ema per gettare l’edificio famigliare nel caos. Per giungere al suo obiettivo, che non esclude affatto un rapporto rivisitato e corretto con Gastòn (in cui lui non sia più, in alcun modo, un pigmalione assertivo e giudicante), la ragazza ha poi bisogno del supporto di alcune ballerine della compagnia bislacca di cui fa parte. Queste novelle baccanti invase da furore dionisiaco danno aiuto logistico, strumentale, morale e ovviamente si abbeverano della potenza energetico/sessuale di Ema, creatura pre-umana, seduttiva e sempre calda, che nel film sarebbe capace di attivare l’eros dei sassi. Ema è insomma quello di cui tutti hanno bisogno per rivelarsi, godere, ricomporsi in un momento orgasmico di armoniosa unità. È la pulsione senza verbo che spinge il desiderio sfrenato a emergere o anche solo alla sincerità di palesarsi (si veda la scena del colloquio nella scuola che la assume come insegnante di danza, in cui la direttrice le confida di essere bipolare e lo psicologo dell’istituto ammette la demenza dei test attitudinali cui deve sottoporre gli insegnanti, schedandone un’identità parziale e sciocca). Insomma Ema è la visceralità sincera, autentica senza mediazioni che nessun altro ha il coraggio di vivere. Ma siamo sicuri che sia così? Chi è, infatti, questa donna? Perché è portatrice dell’energia orgonica universale? E soprattutto: che diavolo vuole veramente? Nelle risposte a queste domande, che Larraín lascia parzialmente aperte, sta la scelta dello spettatore rispetto a come porsi nei confronti del personaggio, della “morale” del film e anche, perché no, della propria soglia di compromesso tra pulsione animale e regola sociale. Il dialogo centrale di Ema (film dai dialoghi pesanti, pieni di sottolineature, artificiosi e didascalici) è quello tra Gastòn ed Ema, contornata dalle sue baccanti danzerecce con cui si è messa a fare reggaeton. Bernal/Gastòn dice alle donne che è un ballo che le umilia, facendole dimenare per eccitare gli uomini, e le riporta indietro di decenni rispetto alla dignità femminile. Le donne ribattono che quella danza è sessuale, è orgasmo, e che l’orgasmo è vita. Che lui stesso è nato da un orgasmo: senza il godimento non c’è nulla e loro sono portatrici di godimento. Larraín ci sbatte in faccia questa contrapposizione senza dirimere la questione ma ponendo una serie di domande certamente non banali. Tra cui, per esempio, quella dello sfruttamento consapevole del corpo femminile per acquisire potere e “fottere” il maschile. È questa la strada da intraprendere? È questo “il mondo nuovo” del finale di Ema? (Speriamo dunque di aver capito male…).

Ema è, senza alcun dubbio, un film che obbliga a prendere posizione laddove fornisce più di una lettura possibile. I problemi però ci sono e di vario ordine: contenutistici e formali. Larraín non ci fa mai conoscere intimamente la sua protagonista, un personaggio puramente reattivo o meramente attivatore di azioni altrui. Non potendo empatizzare con un essere che è solamente una pila erogena si può valutare Ema o come una povera idiota oppure come una manipolatrice psicopatica che usa il sesso per dominare tutti e far andare le cose come vuole. Essendo arrivata a un punto morto della propria vita, e con ciò non avendo niente da perdere, è poi la sola ad avere il coraggio di bruciare tutto per seminare da capo alla propria maniera. Il fuoco è infatti l’elemento con cui si apre un film in cui gli incendi diventeranno ricorrenti e forse inarrestabili (come suggerisce anche il finale), perché è attraverso il fuoco (altro simbolo pedante) che Ema devasta l’esistente e costruisce l’avvenire. Ma quale avvenire se non il futuro che ha in mente lei, la più eroticamente vitale e soddisfacente, disinibita e pansessuale, dunque – si deduce – la più forte di tutta la combriccola? Una manica di persone normalmente bipolari e intrappolate nel quotidiano, sono infatti tutte disposte a cadere come mosche sotto l’irresistibile (?) appeal amorale di Ema che alla fine farà la felicità di tutti dando corpo a una nuova, inusuale famiglia. Visti gli esiti, Ema ha le idee chiare fin dall’inizio – altro che caos – e impone semplicemente la propria risoluzione, a suon di scopate, a un consesso umano di persone che bramano solo di riscoprire parti perdute di sé. Questa è una possibilità interpretativa piuttosto forte, visto che la ragazza strumentalizza tutti e persino se stessa per arrivare al risultato auspicato. Oppure Ema potrebbe essere l’incarnazione dell’energia sessuale tout court e dunque la rigenerazione del mondo stanco passerebbe per una riattivazione dell’eros, visto che la società è arrivata a un punto di saturazione rispetto alla schizofrenia individuale che nega e rimuove. O forse le due versioni della faccenda non si escludono del tutto. Benché Larraín non fornisca risposte univoche e definitive, è evidente che Ema – anche solo per istinto animale e scarso calcolo – usi i desideri inappagati di chi la circonda per raggiungere i propri scopi. Ovvero replichi le dinamiche di potere, semplicemente, per il proprio soddisfacimento e per vedere riconosciuta la propria personale visione delle cose. Non si sfugge dal potere, va bene, ma non c’è niente di straordinario in questa Ema, come invece talvolta una certa aura epica potrebbe far intendere. Ema è inoltre una persona cui non abbiamo accesso perché il film non ci concede un filo di introspezione, di empatia, di umanità (inutili anche gli accenni famigliari, con la madre e le due sorelle): se Larraín era riuscito a farci sentire il dolore e l’umanità addirittura di un prete pedofilo, non riesce questa volta a farci sentire alcuna motivazione interiore, emotiva, in questa donna che fa gola a tutti.

Dal punto di vista formale il film acquisisce un’ulteriore serie di punti deboli che vanno da una scrittura farraginosa, con dialoghi eccessivamente sbandierati nel dover significare tanto, troppo e in continuazione, fino a un virtuosismo registico che, in un film già tanto debordante, fa da inutile o addirittura dannoso raddoppio di senso. Ema vuole con tutte le proprie forze essere sorprendente e vitale, con un inizio su di un semaforo che brucia e le prime scene drammatiche che sfociano in un montaggio alternato con momenti di danza selvaggia. Che proseguono sempre più, col reggaeton in luoghi fatiscenti, incendi appiccati, tute fluorescenti in bar squallidi, inquadrature di specchietti retrovisori da cui si vedono accoppiamenti, fino al montaggione dei coiti e a un vago senso di esagerazione (a un certo punto il film fa pensare a Harmony Korine) architettata. Ema vuole essere frammentato, spezzettato, rapido, cool. Rifugge linearità e racconto piano per consegnarci a una messa in scena calcolata e ricercatissima e a una narrazione ellittica in cui dobbiamo capire le cose lentamente, poco a poco. Forse perché non possiamo e non dobbiamo mai penetrare nella vera natura della protagonista, che deve restare un po’ un mistero altrimenti crollerebbe tutto. Forse perché il regista è onnisciente più che mai e più che mai delibera circa lo sguardo del suo spettatore. La visione di Ema lascia abbastanza sconcertati, ma non è una sensazione positiva perché, per la prima volta in Larraín, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un’opera volutamente stravagante e trendy, reticente nel mettere a fuoco le ragioni psichiche dei disagi e dei dolori. Dunque a un film che, per la prima volta in Larraín, non affonda lo sguardo nell’umano ma prende una strada più furba, meccanica, insincera.

Info
Ema sul sito della Biennale.

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