Pornomi

Realizzato nell’82 da Enrico Ghezzi in collaborazione con Sergio Grmek Germani e Marco Giusti come videoinstallazione per il Festival di Salsomaggiore, a I Mille Occhi di Trieste ritorna Pornomi, straordinario film-saggio di critica cinematografica e (magnifiche) ossessioni fra voyeurismo e amore, immagini e illusioni, passione e sguardi proibiti già – per sempre – Fuori Orario.
[E con l’occasione rilanciamo la raccolta fondi in corso per il nuovo film di Enrico Ghezzi, Gli ultimi giorni dell’umanità. Questo il link per contribuire].

Come la gireresti una scena d’amore?

Era uscito da poco il numero di «Filmcritica» dedicato al porno, curato da enrico ghezzi, con una filmografia di Marco Giusti e un paio di testi miei che furono probabilmente i più immersi nelle visioni: oggi in quelle note e azzardi di credits si potranno reperire molti errori, ma certamente ne rimane invariata l’ossessione dei corpi e dei nomi. Quando enrico seppe di una rassegna di film tra saggio e poesia sollecitati anche tra gli amici allora giovani critici da un festival amico, con Enzo Ungari e altri pensammo di mandare un nostro film, di cui enrico è il principale autore nonché il protagonista, pur volendo condividerne la firma con me e Marco. La trama: enrico ritaglia riviste porno cercandone una finta catalogazione, io fuori campo leggo e commento la filmografia di Marco per «Filmcritica» correggendone errori e insufficiente pornofilia. (Sergio M. Grmek Germani) [sinossi]

La prima edizione de La Magnifica Ossessione, maratona televisiva dal titolo orgogliosamente sirkiano ideata e realizzata da Enrico Ghezzi, Irene Bignardi e Marco Melani come una sorta di fondamentale genitrice di quello che dall’89 si evolverà in Fuori Orario – Cose (mai) viste, sarebbe andata in onda solo tre anni dopo, nel 1985, per celebrare i novant’anni della settima arte. Ma un’ossessione così bruciante come quella, magnifica, nei confronti delle immagini non si sviluppa certo dall’oggi al domani. È un qualcosa di radicato nel tempo, è uno scavare lungo anni, è una passione che cresce visione dopo visione, da Il Falcone Maltese fino a Blob, alla costante ricerca della stessa sostanza dei sogni come una necessità, come un raptus, come una missione sempiterna. Tanto che nel rarissimo Pornomi, gioco al cinema di Enrico Ghezzi in collaborazione questa volta con Sergio Grmek Germani e Marco Giusti, nato come installazione per il Festival di Salsomaggiore ’82 e ora riemerso dalle nebbie per iniziativa dello stesso Germani durante la diciottesima edizione del “suo” I Mille Occhi, era già possibile rintracciare come in un manifesto tutto il paradigma di quell’ossessività cinefilo-compulsiva, sempre rigorosamente analitica e (anti)accademica, su cui tutti e tre gli autori hanno sempre basato, prima ancora che il loro prezioso lavoro, le proprie vite e il senso più intimo delle proprie esistenze.

Basta un tentativo consapevolmente impossibile di mappatura di tempi, spazi, schermi, film, attrici, titoli, sogni, carne, carta e immaginazioni per simboleggiarla; bastano due inquadrature – o forse tre, non si saprà mai se la seconda interruzione è un vero stacco o un difetto del nastro Beta – per rappresentare in un breve, minimale eppure debordante film-saggio il progressivo addentrarsi nella sua sostanza più stringente e ostinata. L’ossessione di Enrico Ghezzi, l’ossessione di Sergio Grmek Germani, l’ossessione di chi guarda e fa vedere, di chi studia e fa studiare, di chi da sempre combatte per la nascita e la diffusione di un “altro” cinema, di un altro approccio, di un fuoco interiore di militanza nelle prime file di ogni sala. Un giovanissimo Enrico Ghezzi, riviste porno alla mano, ritaglia nervosamente pagine e immagini per alzarsi e disporle ovunque nello spazio, sui muri, sugli oggetti e sul pavimento, fino a trasformare gradualmente un angolo della sede Rai, presumibilmente di Genova, in un gigantesco puzzle di sovrapposizioni lussuriose. Con ossessione dichiaratamente pornofila, certo, che però nient’altro è che una piccola ed emblematica parte dell’ossessione cinefila, impossibile senza il voyeurismo di chi guarda (filmando) e di chi ri-guarda (riproducendo). Un’ossessione nei confronti delle immagini, siano queste proiettate, stampate su carta o riprodotte da tubo catodico, che è feticistica e intimamente erotica, ma che al contempo è anche pura e squisitamente romantica nella genuinità quasi nevrotica del suo trasporto.

È un’ossessione che in un qualche modo sta già tutta nel titolo, con quel gioco di parole fra porno e nomi direttamente ispirato dalla lista di titoli, registi e interpreti che Marco Giusti, sull’allora recentissimo numero di Filmcritica dedicato alla pornografia, aveva stilato come filmografia essenziale del genere, e che in Pornomi la voce su nastro di Sergio Germani, brillante storico del cinema e fra i maggiori collezionisti mondiali di film (anche) a luci rosse, legge e commenta dal più rigoroso (e già splendidamente ghezziano) fuori campo e fuori sincrono come in una sorta di appunto senza un possibile inizio né una possibile fine. Ma Pornomi è anche, ovviamente, l’anagramma di pronomi, quelle particelle che stanno al posto del nome, che lo sostituiscono, così come in un certo senso la pornografia sostituisce la carne canalizzando verso lo schermo le fantasie e le voglie dello spettatore. In un sostanziale rapporto parasessuale e orgiastico dell’attore-Ghezzi con le immagini, lasciando che il suo cercare fotografie, strappare pagine e costruire sullo spazio l’impossibilità di catalogare si carichi sempre di più, fino a deflagrare in un metaforico amplesso critico-cinefilo di frammenti e correzioni che è al contempo teorico e sentimentale, e che proprio nella sessualizzazione, nella malizia, nel desiderio lascivo e nella stessa idea di proibito trova la forza, la forma e la sostanza dell’amore. O forse dell’illusione, senza la quale non sarebbe mai stato possibile realizzare una così straordinaria utopia (cine)televisiva, centrale non solo per la cultura italiana ma in tutto il mondo (centinaia di film sono reperibili solo con il logo RaiTre e i sottotitoli italiani, unico passaggio televisivo fondamentale per la loro diffusione) lunga più di trent’anni.

«Assolutamente incredibile che qui non ci sia Karine Gambier, che nel film è praticamente la protagonista. E anche se devo concedere a qualcun altro la prima scoperta di Karine Gambier una filmografia che la esclude mi sembra assolutamente inesistente», sentenzia Germani contro un’assenza per lui inspiegabile nella filmografia di Giusti. Mentre «C’è Shadow Neva che fa solo un’esibizione da palcoscenico nemmeno soft: è un numero musicale erotizzato», e si passano in rassegna i numerosi alias con cui attori e attrici sono stati accreditati nelle diverse produzioni. C’è un solo titolo non visto da Sergio Germani, e quando gli sfugge il nome di un’attrice presente in un film eppure non citata nell’articolo di Giusti l’ossessione si fa ancora più viva e impellente: «Devo controllare gli appunti». Fra sfumature e ossimori che si sovrappongono, fra sesso (visto sullo schermo/sulla carta) e amore (per la rappresentazione e l’immaginazione), fra indagine enciclopedica e rigorosissima e bruciante voyeuristica ossessione, fra sperma e luce che apre alla medesima illusione (ottica), o forse “semplicemente” fra ridisegnare spazi e lavorare in realtà sul tempo (eterno) dell’ossessione. Magari mentre, in un capolavoro di programmazione, Tardo autunno di Ozu passava in prima serata su una giovanissima Rai Tre ancora chiamata Rete 3. E mentre il videoregistratore messo in un angolo dello studio, con tanto di biglietti per evitare stop accidentali, continua a reg(g)istrare chissà cos’altro, ad aumentare le visioni e gli archivi, a fare ulteriore memoria su Beta da analizzare, da conoscere, da mettere in relazione con altro, da lasciar parlare, da riscoprire: «Come la gireresti una scena d’amore?». Ghezzi insiste a strappare immagini per tentare invano di farne una mappa, mentre Germani passa in rassegna Marlene Willoughby, Julia Perrin, Sharon Mitchell, Carol Connors (che a volte è stata accreditata come Caroline May o Carol Kaiser), Wendy Williams «che non fa hard ma una performance in cui il rapporto soft-hard va in crisi», Sharon Kane, Paul Thomas, Bonita, John Martin, Gloria Leonard e Jesse Adams, figure fondamentali nel passaggio dal soft all’hard. Citando John «C.» Holmes ancora con la C di Curtis, lamentandosi delle indicazioni a volte lacunose sui veri nomi dei divi e ponendo l’accento sulle versioni degli stessi nomi con o senza H, oppure con differenze fra I e Y in un nome d’arte «comunque diverso dal cognome vero».

Del resto, anche gli stessi titoli dei film hanno spesso doppie o triple versioni, a rendere ancora più impossibile una reale mappatura, una reale catalogazione, una reale completezza. E di certo al tempo non si poteva immaginare quanto, fra il digitale e Internet, si sarebbe moltiplicato a dismisura il mondo dell’amatoriale, fino a uccidere o quasi il professionismo, o per lo meno “quel” tipo di porno recitato su una trama sensata e a volte estremamente acuta e autoriale nell’indagine dei sentimenti. Non c’è bisogno di cercare una qualche giustificazione o di spiegare ancora una volta la piena legittimità della pornografia come genere cinematografico con la stessa dignità di tutti gli altri: il porno è già sdoganato, è già una (sotto)materia a cui approcciarsi con lo stesso spirito analitico ed enciclopedico con cui si guarda a ogni rullo di pellicola, a ogni immagine, a ogni singolo fotogramma. A ogni regista, a ogni attore, a ogni attrice, a ogni sguardo, a ogni voce, a ogni fisicità, a ogni dettaglio di pelle e carne. Un genere in cui, a fianco dello sguardo, ha sempre avuto importanza capitale il montaggio, a caricare l’erotismo delle scene soft e ad allungare i tempi fisiologici di quelle hard.

E non poteva quindi che essere il doppio/triplo pianosequenza, la prima metà che si concede al massimo qualche panoramica dal cavalletto, il resto nervosamente a mano camminando insieme alle ossessioni di Ghezzi nel tentativo impraticabile di ridisegnare gli spazi con una mappatura di fotogrammi, a creare il primo dei tanti cortocircuiti di Pornomi. E il resto lo fa la voce di Germani che, con tutte le imperfezioni del nastro, parte in ritardo dopo oltre un minuto di assoluto silenzio, continua durante lo stacco passando ininterrotta per qualche secondo delle barre colore verticali del monoscopio dei più classici test televisivi, si interromperà senza mettere un punto al suo flusso di pensiero nel bel mezzo del secondo pianosequenza a mano per lo studio e, dopo qualche secondo di nuovo silenzio, ripartirà come se nulla fosse dal non-inizio, comprensivo della sua prima parte inintellegibile e persa per sempre, per poi andare a sfumare verso il nuovo assoluto silenzio di fine video. Priva di capolinea, senza una partenza né un possibile punto di arrivo, come il flusso di un’ossessione irrefrenabile che ciclicamente si ripresenta a ogni visione, a ogni singolo istante di desiderio, o forse ancora prima, in ogni bisogno di guardare. Un’ossessione assoluta, conturbante, culturale, catartica, sempre più totale e magnifica. Forse l’unico modo per sentirsi realmente vivi. Con tutti i mille occhi bene aperti, in una vita di verifiche incerte e rigorosamente Fuori Orario.

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