Intervista a Mehdi M. Barsaoui

Intervista a Mehdi M. Barsaoui

Tunisino, classe 1984, Mehdi M. Barsaoui si è diplomato all’High Institute of Multimedia Arts di Tunisi e ha studiato cinema al Dams di Bologna. Ha realizzato tre cortometraggi, due dei quali, Sideways e We Are Just Fine Like This, sono stati presentati al Dubai International Film Festival. Con Bik Eneich – Un fils realizza il suo primo lungometraggio, un’opera che racconta le tante contraddizioni della società tunisina, ambientato in quella delicata fase di passaggio successiva alla primavera araba. Abbiamo incontrato Mehdi M. Barsaoui a Venezia, dove il film è stato presentato nella sezione Orizzonti.

All’inizio di Bik Eneich – Un fils vediamo questa scena di un picnic, dopo la primavera araba in Tunisia, in cui le persone paventano una presa del potere delle forze islamiste. Puoi dirmi il significato di quella scena nell’ottica delle speranze infrante della primavera araba in Tunisia?

Mehdi M. Barsaoui: La scena del picnic si ispira alla realtà, perché ho vissuto una situazione analoga con degli amici a dimostrazione di come eravamo sganciati dalla realtà. Talmente entusiasti per la rivoluzione, per quello che era successo. Per noi era assolutamente inconcepibile quello che poi è stato il risultato. Una presa del potere con il 45% dei voti da parte partito islamico Ennahda. Per quello c’è quella battuta: era previsto prendessero più del 40% dei voti e la moglie dice: « No, è assolutamente impossibile». Non pensavamo fosse possibile.

L’idea che emerge dal film è quella di una società tunisina con delle contraddizioni. Si vede per esempio lo strapotere maschile, perché è il marito a decidere, ad apporre la firma per le cure del figlio. Ma comunque c’è una donna relativamente libera ed emancipata, che ha potuto avere una relazione sessuale con un altro uomo. Una realtà in fermento?

Mehdi M. Barsaoui: È vero che questi paradossi e queste contraddizioni fanno parte della società in cui io vivo. In Tunisia la donna ha forse più libertà di quanta non ne abbia in qualunque altro paese del mondo arabo, subisce delle condanne diverse in caso di adulterio. Tuttavia il marito rimane il tutore legale per tante decisioni che vengono prese nei confronti dei figli. Da parte mia è stata una scelta precisa quella di mostrare esattamente come stanno le cose. Come a dire al mio popolo che sono ancora tanti i diritti e le libertà che devono essere conquistati, in una società che tutto sommato rimane profondamente patriarcale e profondamente maschilista. In questo senso il film è proprio una denuncia. Il mio mestiere è stato proprio quello di radicare profondamente questa storia nella realtà, nella veridicità della società tunisina come a ricordare che sì certi diritti sono stati acquisiti, ma non dobbiamo mai darli per scontati e anzi vanno ampliati sempre di più.

E in quest’ottica che significato ha quella scena in cui la protagonista Meriem viene importunata da parte di passanti, scambiata per una straniera, ma quando rivela di essere tunisina la lasciano perdere?

Mehdi M. Barsaoui: In realtà è un’idea che fa parte di un concetto più complesso. La coppia formata dai due protagonisti viene dal Nord della Tunisia e Meriem ha una fisicità e un corpo atipici rispetto al Sud del paese dove si situa la storia, e corrisponde a un ideale che è attribuito alle straniere: capelli lisci, carnagione chiara. Quando si vede una donna come lei passeggiare per strada in quella parte del paese, viene subito identificata come una straniera. Lei stessa si sente straniera nel suo paese, in quel momento della storia, che è un attimo prima dello snodo, che avviene nel momento in cui prende la sberla dal marito. È la goccia che fa traboccare il vaso, non sopporta più lo sguardo della gente, il disprezzo del marito, un certo atteggiamento moralizzatore da parte del personale sanitario dell’ospedale, e il modo in cui viene trattata all’interno di quell’istituzione. E non per caso dietro a lei in quel momento passa una donna con l’hijab. Vedere una donna così libera, è una cosa non molto comune, è sicuramente straniera, con dei jeans, la prendono per una straniera ma non lo è. C’era l’idea di renderla come straniera nel suo paese.

Un altro tema importante del film è quello della bioetica. In tutte le società ci si pone il problema dei trapianti di organi, dei donatori, del testamento biologico. I medici chiedono subito alla coppia se il figlio non abbia dei fratelli, nei quali ci sarebbe maggiore compatibilità per il trapianto. A che livello è in Tunisia questo tema?

Mehdi M. Barsaoui: Un tema molto sensibile. La donazione di organi non è così sviluppata come lo è in altri paesi, e non per leggi restrittive in quanto è legale, perfettamente consentita dalla legge. Ma la religione musulmana prevede il rispetto della sacralità del corpo ed è contro il fatto che il corpo sia privato di una parte degli organi, perché è necessario rispettare le spoglie del defunto. La mia non vuole essere una denuncia, ma un invito a una riflessione ai praticanti della religione musulmana, che è una religione che si fonda sul concetto di generosità, su quanto è il culmine di un atto di generosità il dono degli organi, perché può salvare delle vite. È importante superare questo concetto del considerare meno puro un corpo nel momento in cui è privato di un organo.

L’altra realtà di cui si parla nel film è quella della Libia, agli sgoccioli del dominio di Gheddafi. Il traffico di organi da quel paese è vero, dimostrato? Ci sono stati casi reali?

Mehdi M. Barsaoui: Non se esista o sia esistito veramente il traffico d’organi in Libia, se sia una leggenda metropolitana o se ci sia un fondo di verità in particolare dopo la caduta di Gheddafi. Ma proprio dopo la sua caduta, ricordo lo choc che ho provato vedendo un video che era stato registrato nella residenza di Gheddafi quando era al potere. Mostrava come dei bambini fossero in prima linea, a difesa di quella residenza. Privati di qualunque senso di umanità, e usati come degli strumenti di artiglieria. È stato quello che mi ha dato l’idea di sviluppare questo tema del traffico di organi, per mostrare come in un paese, dove tutto sta crollando, non c’è più nessun tipo di difesa, di rispetto per l’essere umano. L’economia è in frantumi, ogni cosa è possibile, anche paradossalmente è possibile che si concepisca un bambino come un fornitore di pezzi di ricambio.

Info
La scheda di Bik Eneich – Un fils sul sito della Biennale

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