L’ordine delle cose

L’ordine delle cose

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Sembra preda della maniera del film impegnato Andrea Segre che con L’ordine delle cose realizza un film ‘giusto’, ma fiacco e senza guizzi. Tra le proiezioni speciali a Venezia 2017.

Era solo un mal d’Africa

Corrado è un alto funzionario del Ministero degli Interni italiano specializzato in missioni internazionali contro l’immigrazione clandestina. Il governo italiano lo sceglie per affrontare una delle spine nel fianco delle frontiere europee: i viaggi illegali dalla Libia verso l’Italia. [sinossi]

Un tempo un film come L’ordine delle cose, nuova regia di Andrea Segre (Io sono Li, La prima neve), presentato tra le proiezioni speciali a Venezia 2017, sarebbe stato una perfetta commedia all’italiana, magari con un Sordi nel ruolo del meschino ma simpatico protagonista. Ci sarebbero state cattiverie assortite e un cinismo di fondo sul ruolo dell’italiano all’estero, dell’italiano fintamente brava gente che in realtà si pone grottescamente in competizione con francesi, inglesi e americani nei panni del losco colonialista.

Oggi invece L’ordine delle cose è un film ordinato ed educato, ‘giusto’ e impegnato quel tanto, in cui si ragiona sull’ipocrisia occidentale del desiderio di aiutare i migranti con una mano, mentre contemporaneamente li si caccia con l’altra. La storia raccontata ne L’ordine delle cose è per l’appunto una storia ‘necessaria’ da raccontare: un funzionario italiano si ritrova a mediare tra i tanti poteri concorrenti in Libia per affidare a qualcuno di loro la gestione degli immigrati clandestini, in modo tale che non riescano ad attraversare il Mediterraneo. Poi ha la tentazione di salvare in forma privata e nascosta una ragazza il cui fratello è morto in circostanze misteriose.
Ma, come invece non gli succedeva in altri suoi film, Segre non riesce a far combaciare necessità e giustezza stilistica, e il suo discorso resta sulla carta, affidato a scene poco ficcanti e troppo diluite. Forse il problema è stato proprio quello di aver rinunciato al confronto tra culture così come succedeva nei suoi due precedenti film di finzione. Perché sia in Io sono Li che ne La prima neve si coglieva un’apertura sincera e intimista, complessa ma efficace, incarnata in personaggi sofferti e pieni di umanità.

Certo, ne L’ordine delle cose la volontà è quella di dimostrare che non c’è più confronto possibile con l’Altro per un uomo che, svolgendo il ruolo di funzionario anti-immigrazione, non può che aver perso – secondo un facile assunto – ogni sentimento d’altruismo.
Ma se l’ambiguità morale del suo protagonista, interpretato da un convincente Paolo Pierobon, è evidente, ciò avviene perché per l’appunto è data per scontata dal suo ruolo, e appare piuttosto ben poco stratificata e chiaroscurata nel corpo del personaggio. La sua ossessione per l’ordine, ad esempio, ha poco seguito e viene solo accennata, così come l’hobby della scherma – semplice messa in scena di un combattimento, mentre in Libia si combatte e si muore veramente – è buttato lì come suggerimento ed evocazione, senza regalare ulteriori connotazioni.
Allo stesso tempo, Segre non ha la forza di far emergere contraddizioni violente né sembra troppo intenzionato a proporre con lucidità delle analisi politiche sulla questione (come invece avviene in certo cinema americano, si pensi solo a Syriana o al più recente Aspettando il re). D’altronde il personaggio interpretato da Battiston, funzionario che agisce in loco, dice sulla divisione del potere tra diverse tribù in Libia il minimo necessario, quello stesso che si può tranquillamente già sapere avendo letto qualche titolo recente di giornale; mentre il paese africano così come viene ritratto da Segre è un po’ di copertina, con un luogo di prigionia che è sin troppo scontato nel suo essere un maleodorante sito di contrizione dove i manganelli vengono agitati contro i malcapitati migranti.

Come al solito in questi casi, insomma, non è sufficiente condividere una indignazione profonda verso l’olocausto in corso a pochi chilometri da noi, sulla cosiddetta ‘quarta sponda’ di fascistissima memoria, i cui metodi purtroppo si replicano a ciclo continuo anche se perfezionati sul piano dell’immagine. In casi come questi è proprio l’immagine – e, con sé, l’emozione – a dover colpire e stupire, anche a dover scioccare volendo. E invece Segre sembra purtroppo seguire pigramente il filo di un decoroso e inane film impegnato.

Info
La scheda di L’ordine delle cose sul sito della Biennale.
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