Gemini Man

Gemini Man

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Esperimento avanguardistico che non riesce a dominare né l’iperrealismo dell’immagine né l’obbligo di un racconto, Gemini Man di Ang Lee è l’apoteosi del brutto digitale, un memento mori per il cinema che suscita alternativamente repulsione e ribellione.

C’era un tucano a Cartagena

Un letale sicario in odore di pensionamento si ritrova ad affrontare un suo clone più giovane e, forse, più spietato. [sinossi]

Mentre ogni giorno migliaia di persone tentanto faticosamente di eliminare il famigerato “effetto soap opera” dai loro televisori nuovi fiammanti, in Gemini Man Ang Lee, quasi con gesto di sfida, si adopra a estenderlo all’intero film. A poco valgono infatti i comunicati promozionali che strombazzano l’innovativa e proterva tecnica di ripresa a ben 120 fotogrammi al secondo (corroborata dal 4K e dal 3D), quando ci si ritrova di fronte alla resa fotografica iperrealistica e iperdopata di Gemini Man pare di esperire un malsano innesto tra i Teletubbies e una telenovela sudamericana. Nulla di nuovo dunque, solo prati verdissimi e bigi interni, stavolta attraversati da un doppio Will Smith: in versione contemporanea e in quella imberbe, anacronisticamente prelevata da un episodio di Willy, il principe di Bel-Air.

In fondo il cinema dell’autore di origine taiwanese ha sempre oscillato tra il desiderio di creare un nuovo classico (Cavalcando col diavolo, I segreti di Brokeback Mountain, Lussuria) e quello di testare animosamente le nuove possibilità offerte dall’evoluzione tecnologico-digitale (le acrobazie impossibili de La tigre e il dragone, il felino digitalizzato di Vita di Pi, l’Hulk con la motion capture calibrata su se stesso), per cui questo suo nuovo esperimento audiovisivo va a inserirsi in un percorso già ben tracciato, ma che mai come in questo caso suscita riflessioni (e repulsioni) su un’estetica del brutto digitale che pare derivare da un’altrettanto brutta televisione.

L’impatto con Gemini Man è straniante fin dall’incipit e indicativo di una dinamica della visione che accompagnerà lo spettatore lungo l’intero film: il sicario infallibile Henry Brogan (Will Smith) è disteso su un verdissimo prato nei pressi di Liegi in attesa che la sua vittima passi con il treno a due chilometri di distanza, ma l’unica cosa che crea tensione e sgomento è quel filo d’erba in primissimo piano che ondeggia in maniera scomposta – in virtù di tutti quei fotogrammi al secondo e della stereoscopia – proprio davanti al nostro naso. Come vuole la tradizione, il killer prezzolato dichiara di iniziare a provare delle remore nei confronti delle sue uccisioni a distanza, pertanto si accinge al pensionamento. Un vecchio amico però lo contatta per rivelargli che ha ucciso la persona sbagliata su quel treno a Liegi, poco dopo una giovane spia (Mary Elizabeth Winstead) prova a incastrarlo, ma poi si unisce a lui per affrontare il perfido Clay Verris (Clive Owen): l’uomo che da una ventina d’anni alleva, come fosse un figlio, il clone di Brogan. E naturalmente è pronto a scagliarglielo contro.

La trama è esile, ma in fondo potrebbe anche funzionare, almeno nei suoi tratti essenziali. Sfortunatamente però Gemini Man dimentica di ancorare gli eventi a delle motivazioni che abbiano un loro sviluppo, a partire da quelle del cattivo di turno, il quale non si sa bene perché, ma non ha ancora sviluppato su vasta scala il progetto dei cloni, per cui, in fin dei conti, basta far fuori lui e il gioco è fatto. Il poveretto, ben incarnato da uno stropicciato Clive Owen, in fondo è semplicemente affetto da un “malsano” desiderio di paternità (per quanto nei confronti di un letale sicario), cosa che conduce la relazione con il giovane clone a svilupparsi sugli usurati binari di un complesso edipico, sofferto soprattutto da parte di un piagnucoloso giovane Will Smith. Le discrepanze narrative di Gemini Man sono in realtà ben più numerose, ma eviteremo di elencarle, dal momento che il film, in tutta onestà, reclama fin dai primi, sovrabbondanti fotogrammi, una sospensione dell’incredulità pressoché totale. Eccessi di verbosità nei dialoghi confermano poi un impulso didascalico alla ridondanza che ha una sua ragion d’essere. La verità è che gli interpreti di Gemini Man potrebbero benissimo pronunciare anche solo dei numeri, come avveniva alla Valentina Cortese di Effetto notte di Truffaut, tanto non li staremmo a sentire. È la distrazione la vera protagonista della visione di un film che non riesce a fare un utilizzo sensato della sua innovazione tecnologica, lambisce gli effetti stordenti di una sperimentazione d’avanguardia, ma soffre di un obbligo narrativo che non riesce mai a governare.

In questa solo apparentemente “nuova” forma di cinema delle attrazioni circensi, le vere star sullo schermo diventano il filo d’erba, le foglioline di un bonsai, un variopinto tucano che zampetta su un tavolo a Cartagena, un vermiglio Bloody Mary a Budapest. Sarebbe stato più realistico se fossero stati loro i protagonisti del film, perché in fondo, quando ci si cimenta con l’iperrealismo dell’immagine ciò che va perduto è proprio la verosimiglianza, quella garantita dai 24 fotogrammi al secondo che – e forse è questa la vera rivelazione/riconferma di Gemini Man – non sono soltanto una mera convenzione a cui siamo da tempo adusi, bensì uno specchio cinematografico in cui riconosciamo il nostro modo di vedere la realtà che ci circonda. Altrimenti tutto ciò che è in scena sconfina nel campo dell’animazione digitale e ogni personaggio, antropomorfo o meno che sia, sembra un pupazzo semovente, una marionetta senza padrone. Anche se un “padrone”, protervo, prometeico, qui c’è e si fa sentire parecchio.

Se si eccettua uno spettacolare inseguimento in moto a Cartagena, dove la coreografia dell’azione dona un po’ di sano intrattenimento allo spettatore, Gemini Man è dunque il prolungato frammento di un video-gioco giocato dal suo autore, dove è lui l’unico a divertirsi davvero. E l’epilogo del film, giustamente ambientato in una catacomba, vale come memento mori in senso lato, perché se questa è l’ultima evoluzione della settima arte, allora è già defunta da tempo, scheletro senza più un briciolo di carne, in attesa di tornare alla polvere. O forse no, è proprio dalle catacombe che bisogna ripartire, per difendere la fede in un dispositivo ultracentenario, senza paura di sembrare reazionari.

Info:
Il trailer di Gemini Man.

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